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Ferro: 'Rimini nel cuore, che brivido il canestro salvezza contro Rieti. Alla Fortitudo il Mancio tifava per me'

'Fondai la Fossa, portavo la borsa a Shull. L'azzurro? Me lo giocai'. Il fratello Tullio musicista di Vasco

Attualità Rimini | 05:36 - 24 Gennaio 2021 Maurizio Ferro in trionfo dopo la vittoria salvezza al fotofinish della Biklim sulla Dentigomma Rieti (87-88) Maurizio Ferro in trionfo dopo la vittoria salvezza al fotofinish della Biklim sulla Dentigomma Rieti (87-88).


Ha il capello un po’ imbiancato e la chioma non è quella di una volta – alzi la mano per chi lo è  - ma a 61 anni conserva l’aria da eterno ragazzo, il sorriso stampato sul volto vagamente abbronzato, la voglia, per così dire, di fare canestro alla vita.
Maurizio Ferro, classe 1959, è stato un apprezzato cestista di serie A. Era una guardia, un tiratore. Un giocatore molto istintivo. Se in giornata di grazia faceva sfracelli. “Ma tante volte se fossi stato il coach mi sarei picchiato in testa” ammette.

Bolognese (cuore Fortitudo), ha svolto gran parte della sua carriera tra le Due Torri – nel capoluogo si trasferisce a cinque anni, nel 1964, nell’anno in cui il Bologna di Fulvio Bernardini vinse lo scudetto  - e Pesaro con cinque stagioni in forza al Basket Rimini e una a Forlì. A Rimini vive da una vita ed è un apprezzato allenatore di settore giovanile: oltre che nella stessa Fortitudo dell’era Seragnoli, ha allenato un po’ ovunque in provincia: Stella Rimini, settore giovanile Crabs, Bellaria in serie D e U20 per tre anni. Da quattro è al Riccione dove è tecnico della prima squadra in serie D e delle formazioni Under 20 e Under 17.

Maurizio Ferro, perché si innamora della Fortitudo?
“A Bologna abitavo in via San Felice 136: giocavo in giardino con un canestro per bambini e sentivo le urla dallo stadio per il Bologna scudettato. Siamo nel 1964. Mia madre Fiorella, che è stata coreografa e ballerina e allora frequentava l’ISEF, da grande appassionata di basket portò me e mio fratello Tullio di due anni più grande a vedere la prima partita di basket nel marzo 1967. Era il derby Virtus-Fortitudo, ovvero Candy-Cassera. Da allora comincio a seguire la pallacanestro. Nel 1969 al numero civico 103 della mia via nasce la sede della Fortitudo. E mi iscrivo ai corsi di minibasket del club. Ma io fui qualcosa di più di un giovane tesserato”.

Vale a dire?
“Nel 1970 nasce la Fossa dei Leoni, il cuore del tifo Fortitudo, e  sono tra i promotori assieme a mio fratello Tullio ed un gruppo di amici. Per chi non lo sa Tullio è uno dei musicisti di Vasco Rossi: ha composto tra tante altre canzoni Vivere e Vita spericolata, per Lucio Dalla la musica di Washington, brano che alla vittoria di Obama alle elezioni venne irradiato da numerose radio Usa, e ancora Tu non mi basti mai e Ciao. Il mio, il nostro idolo in quegli anni, era Gary Schull detto il Barone: avevo con altri ragazzi la sfacciataggine di aspettarlo fuori dagli spogliatoi a fine partita e di chiedergli di portare la borsa a casa. Lui ci sorrideva, ci dava in mano la borsa e ci dava appuntamento al giorno dopo successivo per l’allenamento”.

Il suo esordio?
“Nella stagione 1976-77. A causa di un paio di defezioni nel roster, faccio il mio esordio a sorpresa in serie A1 contro il Pagnossin Gorizia segnando due punti. Sembrava uno scherzo: i miei amici in tribuna mi vedevano organizzare i pullman delle trasferte, non si immaginavano di vedermi in campo a 17 anni. Del resto ero l’11°-12° giocatore. Ma come si dice in gergo, gufavo pur di giocare...Chiudemmo al terzo posto e in quella stagione furono istituiti i playoff scudetto. L’allenatore era John Mc Millen”.

Conquistaste anche la finale di Coppa Korac con la Jugoplastika Spalato, aprile1977.
“La partita, disputatasi a Genova si svolse in un clima di forti polemiche a causa della squalifica dell'argentino Carlos Raffaelli, che era un oriundo, e per l'arbitraggio aspramente contestato dal pubblico fortitudino. Alla fine la Jugoplastika vinse  87-84. Io ero in panchina. Con Raffaelli in campo avremmo vinto di sicuro. Per gli incidenti provocati dai tifosi il club venne escluso dalle competizioni europee per tre anni. Sfumò anche il premio partita: un milione di lire a testa. Una bella esperienza, a 18 anni ho girato parecchio: Francia, Bosnia, Israele”.

La sua esplosione quando arriva?  
“L’anno dopo Mc Millen è ancora il coach: è una squadra giovane e io tengo una media di 20 punti: la prima vera partita da protagonista la gioco contro il Fernet Tonic a sei giornate dalla fine. Prima avevo pensato addirittura di smettere dandomi alle sfiilate di moda perché ero belloccio: Mc Millen non mi fece entrare in un derby contro la Virtus che sognavo di giocare fin da piccolo e la cosa mi mandò fuori di testa.  La squadra era molto giovane e retrocesse e fu la mia fortuna perché ebbi tanto spazio. Il campionato successivo ritorniamo in serie A1 e salgo alla ribalta in maniera definitiva. Non posso dimenticare il quintetto: Anconetani, Ferro, Arrigoni, Starks e Jordan. Nostro avversario era la Sarila Rimini di Arnaldo Taurisano, squadra costruita per vincere e invece rivelatasi alla resa dei conti un flop clamoroso: Howard, Bird, Francescatto, Albertazzi, Zampolini, Vecchiato, Cecchini ….”

E’ vero che il Ct della nazionale Roberto Mancini, il Mancio, allora ragazzino del Bologna dove stava per esplodere, era una vostro tifoso?
“Certamente, nelle interviste più volte lo dichiarò raccontando che sia la Lazio sia il Manchester City avevano l’aquila come simbolo così come la Fortitudo. E – sue parole –  Ferro era il suo giocatore preferito. Allora spesso ci capitava di mangiare assieme”.

Come avvenne il passaggio sull’altra sponda, la Virtus bianconera?
“Mi volevano parecchie società, anche Rimini e Cantù. In realtà l’accordo tra le due società fu sottoscritto quando era in corso il campionato precedente e rimasi in Fortitudo in prestito. L’affare doveva rimanere segreto e invece la notizia trapelò e vissi un momento difficile, da separato in casa. Non era possibile il passaggio di un fortitudino alle Vu Nere, ma la società presieduta da Paolo Moruzzi aveva bisogno di soldi tanto è vero che anche Walter Magnifico partì, destinazione Scavolini”.

E’ vero che andò dal presidente della Virtus avvocato Gianluigi Porelli per chiedergli di non rinunciare all’acquisto?
“Sì, verissimo. Ma l’avvocato fu molto netto: ‘Vedi Ferro – mi disse – dal momento che stai prestando servizio militare, se ritieni puoi andare a giocare alla Forze Armate in serie C…’.

Diciamo che fu molto convincente.
“Del resto andavo in uno squadrone. L’allenatore era Asa Nikolic. Mi trovai molto bene, i compagni erano fantastici. Nel derby contro la Fortitudo realizzai 25 punti. Perdemmo la semifinale di Coppa delle Coppe contro il Real Madrid e in campionato ci eliminò in semifinale la Scavolini con un canestro di Zampolini”.

Perché passò alla Sebastiani Rieti?
“Ero nel gruppo degli incedibili, però rientrai nella trattativa che portò a Bologna Roberto Brunamonti, che allora era già il miglior play italiano. Mi volle a tutti i costi coach Mc Millen, il coach che mi aveva lanciato in Fortitudo. Giocai in Coppa Korac contro Drazen Petrovic. Una stagione sfortunatissima: perdemmo nove partite di un solo punto, Mc Millen venne esonerato e il club retrocesse in A2. Per quanto mi riguarda, chiusi la stagione come sesto marcatore con 15 punti di media. La stagione successiva sono ancora lì senza infamia e senza lode”.

E qui comincia la sua stagione riminese. Dall’84 all’86.
“Per me è il massimo giocare a Rimini, fare il mio mestiere in una città così viva, di mare, che mi riporta al periodo delle vacanze in Riviera, in una società emergente e appena promossa nella massima serie. La prima stagione con la Marr ci piazzammo al decimo posto, un risultato ottimo: c’erano fior di squadre e retrocedevano allora ben quattro club. Ricordo che battemmo la Simac a Milano all’esordio, squadra che poi vincerà lo scudetto. Quattro vittorie le centriamo contro le due bolognesi, Virtus e Fortitudo. Io terminai la prima stagione col 41,4% da tre punti, la seconda con l’81,3% dalla lunetta. Nel secondo campionato ci superammo: ottavo posto grazie al successo su Reggio Emilia in cui realizzai 22 punti, e playoff: ai quarti di finale ci eliminò 2-0 la Simac Milano”.

Che tipo era coach Piero Pasini?
“Molto bravo tecnicamente, un po’ burbero, ma un vero romagnolo: bravo a creare un bel gruppo e infatti la nostra forza sul parquet era il collettivo”.

Reggie Johnson?
“Lo definirei un grande talento, ma un po’ indolente. Del resto se avesse avuto voglia di essere un leader sarebbe rimasto nella NBA. Ricordo l’exploit al PalaDozza contro la Virtus in cui giocò una ripresa memorabile dopo un primo tempo anonimo. A Caserta il secondo anno fece 36 punti. Era la perla di un grande collettivo”.

Il Basket Rimini la scarica, approda a Forlì. Perché?
“Fu una grande amarezza anche perché Dado Lombardi, il nuovo coach della Hamby Rimini di Sylvester, Ricci e Polynice, mi assicurò che sarei rimasto. Fui ceduto, invece, in prestito alla Libertas Forlì all’ultimo minuto, la società preferii puntare sul giovane Paolo Paci come cambio dei piccoli nella convinzione che esplodesse. Mi ritrovai in serie A2 e un ingaggio più basso. Sapete chi ritrovo in panchina? Proprio Topone Pasini. Per me è un campionato mediocre, lottiamo per il salto in serie A1”.

Venerdì è morto Dado Lombardi, eroe della Virtus e anche protagonista in maglia Fortitudo. Che ricordo ha?

“Un grandissimo campione, un mito per me che poco più che bambino frequentavo il palazzetto di piazzale Azzarita. Era il Larry Bird italiano. Aveva una tecnica cristallina, un tiro anche di tabella mortifero, una mano calda- Era anche un ottimo assist man: andava in sospensione fintando il tiro e poi scaricava la palla al compagno. Ai tempi della Fortitudo ricordo che veniva in sede ed era molto simpatico, alla mano, ci faceva dei trucchetti con le carte. Un grande personaggio".

A fine stagione ritorna a Rimini che nel frattempo è mestamente retrocessa in serie A2. E lei segnerà il canestro più importante della sua vita sportiva.
“Lo sponsor è Biklim e non si naviga nell’oro. Coach Claudio Vandoni viene esonerato e alla nona giornata lo sostituisce Mc Millen. Alla fine del girone di andata abbiamo sei punti. Ci salviamo vincendo contro la Dentigomma Rieti in cui milita il mio ex compagno di squadra Giorgio Ottaviani, all’ultimo secondo dell’ultima giornata. Era il 2 aprile 1988, un sabato".

E invece…
“Sul -1 Iardella sbaglia la penetrazione, l’attacco di Rieti è improduttivo perché Jim Grandholm spara il tiro da lontano allo scadere. Sull’ultima azione, Benatti apre sulla destra e invece di fare un terzo tempo normale correndo il rischio di beccarmi la stoppata dello stesso Grandholm alto 2,12, mi sposto sul lato e invento un tiro in arretramento. La palla sbatte due volte su ferro e si insacca. E’ salvezza in diretta su RaiDue. C’è ancora il filmato su You Tube. Fantastico”.

Una prodezza che le vale l’A1, niente meno che la Scavolini Pesaro scudettata di Valerio Bianchini.
“Mi ritrovo in un club in cui militano Gracis, Zampolini, Costa, Daye, Magnifico oltre a Vecchiato e Minelli. La panchina potrebbe essere una buona squadra di A1, ma il coach utilizzava poco i cambi. Nella semifinale playoff veniamo eliminati a tavolino nel doppio confronto con Milano per via della famosa monetina che colpì Meneghin al capo per il quale la prognosi fu di tre giorni. Un referto medico che ci costò la sconfitta di 20-0 a tavolino. A Milano al ritorno perdemmo di tre punti. Ricordo con piacere la partita di Coppa Campioni col Maccabi in cui misi a referto 20 punti”.

Siamo nell’89. Torna al Basket Rimini dal prestito alla Scavolini, ma vive l’amarezza della retrocessione nello spareggio di Treviso contro la Braga Cremona.
“Questa è stata senza dubbio una delle pagine più amare della mia carriera assieme allo scudetto perso con Pesaro a tavolino e la Coppa Korac sfumata con la Fortitudo. Ritrovo come coach Mc Millen che fu esonerato dopo sei giornate a favore di Enzo Cardaioli che fece un ottimo lavoro, ma non bastò. Fu una stagione tragica perché giocammo lo spareggio a 24 punti, mentre a quota 26 c’era la salvezza. Sul -1 a 9” dalla fine gli arbitri fischiano fallo a Smith a rimbalzo sotto il nostro canestro. Palla a loro per la rimessa e addio. Sul parquet vola di tutto. La partita viene sospesa e il risultato omologato”.

Poi ci sono Campobasso, Avellino e San Marino in serie B.
“A Campobasso mi porta Vandoni, un altro mio ex allenatore. Scendo in B perché l’ingaggio è alto (sui 90 milioni di lire, ndr), ma purtroppo mi rompo il ginocchio e allora divento una sorta di vice del coach. Manchiamo i playoff di due punti. Ad Avellino sbarco a stagione iniziata e faccio la mia parte e chiudo sul Titano assieme a Benatti e al povero Bucchi. Il coach è Franco Tesoro. Una esperienza allucinante perché ci alleniamo solo tre volte alla settimana e i risultati si vedono: retrocediamo in C. Chiudo la mia carriera al Malpighi di Bologna: dalla Promozione saliamo in D”.

Quando inizia la sua carriera di allenatore?

“In Fortitudo dove approdo grazie a Carlton Myers. E’ la stagione di patron Giorgio Seragnoli con cui nel tempo costruisco un ottimo rapporto di amicizia. Nel 2006 la mia Under 16 conquista il titolo nazionale e il sottoscritto riceve il premio Reverberi come miglior allenatore di settore giovanile; nel 2007 sono il responsabile del settore giovanile e conquistiamo il tricolore Under 15. Ho fatto dieci finali nazionali: tre volte siamo saliti sul podio”.

E poi altre esperienze. Quale la più significativa?
“Tutte importanti. Ricordo volentieri i cinque anni alla Stella di cui era dirigente responsabile Gianfranco Colombari tra serie D e giovanili: ho lanciato Mauro Morri e Marco Scorrano”

.Al Riccione è da quattro anni. Siete fuori dal progetto RBR. Perché?
“E’ la scelta della società anche se abbiamo rapporti buoni con tutti i club. Cerchiamo di allevare talenti, valorizzandoli ma mantenendo la nostra autonomia. L’ultimo è stato Alessio Mazzotti (2003) ceduto al Bassano del Grappa. In vetrina abbiamo Gabriele Sabbioni (1,96 del 2004) l’anno scorso a Forlì; Alberto Stefani (pivot di 2003) già nel mirino del Pesaro e Lorenzo Zangheri (esterno di 199, classe 2004) richiesto da Rimini e Pesaro. C’è il materiale umano su cui lavorare assieme ai miei valenti colleghi: Claudio Parma, responsabile del settore giovanile, e Michele Amadori. Il nostro è un lavoro di equipe”.

Vi siete allenati in questi mesi?
“Sì, all’aperto in conformità al protocollo. I ragazzi devono cercare di migliorare divertendosi. Fondamentali a parte cerco di insegnare anche ai lunghi il tiro da fuori: per stare a certi livelli il canestro da tre punti è fondamentale. Mi piace il basket in cui c’è una dose di coraggio e di incoscienza, non bisogna avere paura di tirare. A questa attività in estate abbino l’organizzazione di camp per giocatori professionisti e non. Il basket è la mia vita”.

Avrebbe potuto fare una carriera migliore da giocatore?
“Forse, ho avuto qualche alto e basso, ma non mi posso lamentare e dovunque sono andato, Virtus compresa, sono stato ben accolto dalla tifoseria. Avrei potuto fare qualcosa di meglio se fossi cresciuto di più in fase difensiva. Ma non dimenticate che ai miei tempi nel mio ruolo c’erano fiori di giocatori: Riva, il migliore di tutti, Gilardi, Sylvester, Sacchetti, solo per rimanere agli italiani Mi sono giocato la mia grande occasione al raduno della Nazionale Sperimentale del 1980 a Rieti. C’erano Magnifico, Brunamonti. Io ero alla Fortitudo in A1 e frequentavo in quei tempi Serena Grandi. Andai a trovarla a Roma nella settimana precedente così da lì mi sarei spostato a Rieti più facilmente. Nella capitale feci la dolce vita e arrivai all’appuntamento in azzurro decisamente non al meglio. Non feci mai canestro e per un tiratore non era un bel biglietto da visita. Non fui più chiamato”.

E’ ancora in buoni rapporti con Carlton Myers?
“Certo anche se ci frequentiamo meno di una volta. Ora lui fa il procuratore e  talvolta ci sentiamo per scambiarci delle opinioni”.

Il giocatore che l’ha impressionata di più?
“Darren Daye alla Scavolini Pesaro. Faceva la differenza quando decideva di vincere le partite. Anche lui come Reggie Johnson era un po’  indolente”.

Le sue partite che ricorda più volentieri?

“Il bottino di 25 punti in canotta Fortitudo contro un fuoriclasse come Jim Mc Millian nel derby contro la Virtus; i miei 23 punti di cui 20 nella prima frazione con la Marr nel largo successo al Flaminio contro la Virtus; i 18 punti in 10’ in Coppa Campioni in casa col Maccabi con la canotta Scavolini”.

Il suo sogno  ?
“Allenare il più a lungo possibile. Non ho l’ambizione di spostarmi altrove magari per fare chissà quale carriera: non voglio fare lo zingaro infelice”.


Stefano Ferri


 

Nella gallery: 1) Maurizio Ferro in maglia Fortitudo (80-81). 2) Con la canotta della Virtus Bologna targata Sinudyne (81-82). 3) Insieme a Lucio Dalla. 4) Premiato nel 2006 col Trofeo Reverberi come miglior allenatore di settore giovanile. 5) In gioventù in una sfilata di moda (1978)

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