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Alfio Righetti: 'La sconfitta con Spinks? Dopo 43 anni brucia ancora. Ma in Usa sono diventato una star'

'Era sulle ginocchia, non ho avuto fame. La morte di Jacopucci mi segnò: era un amico. Per la boxe che scontri con mia madre: non voleva firmare il cartellino'

Sport Rimini | 07:21 - 15 Novembre 2020 Alfio Righetti: 'La sconfitta con Spinks? Dopo 43 anni brucia ancora. Ma in Usa sono diventato una star'

Alfio Righetti, 18 novembre 1977. Ricorda questa data?
“Sono passati 43 anni, ma sembra ieri. E’ la data del match all’Hilton di Las Vegas contro Leon Spinks (detto Neon, per l'abitudine del campione di indulgere alla vita notturna, ndr). L’evento fu trasmesso in diretta dalla CBS. Chi vince avrebbe affrontato Cassius Clay, allora ancora campione del mondo, in una sfida per il mondiale unificato, riconosciuto cioè da entrambe le federazioni (WBA e WBC). Era a bordo ring il mio mito, Muhammad Alì. Mario Ferri, allora segretario della Libertas Rimini, mio mentore, consigliere e amico, insomma tutto per me, lo intervistò per Radio Rimini durante la sua epica radiocronaca del match. Ricordo, ricordo… E ancora ho un pizzico di rabbia”.
Alfio Righetti da Montecolombo, classe 1952, gigante di 1,94 per 97 kg (“Ora ne peso 120, cerco di tenermi in forma con intense e lunghe passeggiate quattro volte alla settimana…”), viso simpatico da romagnolo con baffi sbarazzini diventato ora inevitabilmente più rotondo con la chioma di capelli incanutita, è stato il peso massimo che per primo tra i fighter riminese ha fatto sognare Rimini. Dopo di lui verranno tra tutti i fratelli Stecca.

Prima argento novizi, poi tricolore dilettanti (72) e argento ai Mondiali militari di Seul (73), quindi professionista (dal 74 fino al gennaio dell’80) fino a diventare campione italiano, Righetti è stato uno dei primi talenti della Pugilistica Libertas, diventata nel corso degli anni una fucina di campioni sotto la guida del maestro Elio Ghelfi. Il suo curriculum alla fine sarà di 36 vittorie, un pareggio e due sconfitte.
Righetti, lei perse ai punti (due) sfiorando il grande successo, alla settima ripresa fece barcollare Spinks, un picchiatore, con un gran destro al mento, ma non doppiò il colpo e il suo avversario si salvò. Perché?
“Rivedendo a più riprese il match su You Tube mi sono accorto di avere buttato via una grande occasione. I primi tre round furono di Spinks, io iniziai in sordina, un po’ timido. Del resto, era la mia prima volta all’estero, in America, avevo 25 anni e mezzo. Io ero campione italiano, lui 24, oro olimpico a Montreal 1976. Aveva vinto quattro dei primi cinque match e sperimentato i palcoscenici di due continenti: si era esibito in tre stati Usa, a Liverpool e, a pochi mesi dall'oro olimpico, a Montreal. Era candidato a ereditare il testimone di Clay. Per questo Spinks pensava che sarebbe stata una passeggiata il match contro di me. Anche i giornali Usa mi snobbavano, dicevano che ero un italiano mangia fagioli, salvo poi ricredersi nei commenti seguenti. Uscii alla distanza con la mia boxe pulita, elegante, tecnica. Alla settima ripresa l’episodio clou. Alla fine vinse Spinks con verdetto non unanime di 2-1, per due punti appena credo”. 
Che successe in quel settimo round?
“Mi è mancò la convinzione piena dei miei mezzi, direi la fame di vincere. Un po’ tutti hanno parlato di poca grinta, scarsa cattiveria. Uno quando sale sul ring ce l’ha la grinta, la cattiveria, eccome se ce l’ha. No, per me è fame la parola giusta. Mi aspettavo il conteggio dell’arbitro quando Spinks si piegò sulle ginocchia, come usava in Europa, per questo mi sono fermato, invece con l’aiuto delle corde a cui si è aggrappato, Spinks si è ripreso riuscendo a terminare il round in qualche  modo. Il match era stato fissato negli accordi sulle 10 riprese, se fosse stato sulle 12 come doveva essere inizialmente non so come sarebbe finita: io ero solito dare il meglio alla distanza. Diciamo che ho pagato anche la mia inesperienza internazionale”.
Si può dire che l’è mancato lo spirito dei pugili del Ghetto Turco, come ad esempio il tricolore Luciano Lugli…
“Io al Ghetto Turco abito, ma sono nativo di Montecolombo, il Ghetto Turco non l’ho nel sangue – replica sorridendo Righetti – Avrei dovuto essere, forse, un po’ più spavaldo, sfrontato. La mia caratteristica è sempre stata quella di un pugile che faceva molto leva sulla tecnica, sul gioco di gambe, e su quelle caratteristiche ho costruito la mia carriera. La bagarre non faceva per me e chi ha il  mio tipo di boxe non ha anche la castagna, come si dice in gergo”.
Non riuscì negli anni a potenziare i suoi colpi?
“Dopo l’esperienza in Usa, il manager Rocco Agostino cercò di arricchire il mio bagaglio tecnico, per dare più potenza, ma così si andava a scapito della mobilità delle gambe, della velocità d’azione, il mio punto forte. E infatti il match per l’Europeo (12 riprese) contro Lorenzo Zanon, dopo altri nove combattimenti, a Rimini l’11 luglio 1979 al Flaminio lo impostammo a viso aperto, ma fu un errore col senno di poi. Mi snaturai. Finì in pareggio – un verdetto giusto - e quel combattimento segnò il mio tramonto. Anni dopo, il manager di Zanon, Branchini, mi rivelò che, dopo i primi tre round, disse tra sé e sé che avrei vinto io salvo farsi fiducioso quando vide che diventavo arrembante. Zanon era un tecnico come me, ma meno forte, meno alto e veloce anche se con più sangue freddo. Lo affrontai già a Seregno da dilettante quando io ero nel gruppo sportivo della Polizia. Allora finì con un pari ma in realtà il match era mio, al Flaminio il verdetto fu invece equo”. 
Il Flaminio era stracolmo, era luglio, faceva un gran caldo, c’era tanta umidità…
“Fu un errore combattere in casa: avevo la pressione addosso, dovevo vincere, invece io davo il meglio quando non ero il favorito. Nell’ultima ripresa andai in crisi: nello spogliatoio svenni per mancanza di liquidi: ero dimagrito sei chili. Ecco, se la chance americana è stato il momento più alto della mia carriera, la mancata conquista dell’Europeo la unica vera delusione. Era passato un altro treno e io non ero riuscito a salirci. Vincendo sarei potuto tornare negli Usa. Invece, nel match successivo, a Bologna contro Terry Mims, un modesto pugile, ho rimediato una sconfitta per ko al primo round. Non c’ero con la testa e se non ti funziona la testa non girano neppure le gambe. Ero vuoto dentro, e da allora mi andò via la voglia di allenarmi e di fare sacrifici. E li ho appeso i guantoni al chiodo. E’ stato il momento più brutto della mia vita sportiva”.
Il più bello, invece, oltre al match con Spinks, che l’ha resa popolare? E’ vero che ricevette proposte cinematografiche?
“Prima del viaggio in Usa, senz’altro la conquista del titolo italiano strappato ai punti al veterano Dante Canè alla vecchia Fiera gremita di gente. Era il mese di marzo. Allora, negli anni Settanta il pugilato tirava in città, le riunioni erano affollate di spettatori. Quella di Santo Stefano era un rito. A novembre poi affrontai Spinks. Mi è stato chiesto dopo quel match di restare là in Usa da parte di organizzatori di seconda fascia, ma non c’erano certezze. Ho preferito riprendere la via di casa. In Italia ho ricevuto però una buona proposta pubblicitaria per una nota casa di coperte da letto, ma il mio manager Rocco Agostino mi vietò di accettarla in quanto la mia scuderia aveva come sponsor Fernet Branca. Appassionati di boxe mi hanno scritto dalla Germania per un periodo, a Rimini ho vissuto ovviamente una bella notorietà anche se nel mio lavoro di vigile urbano sulla strada mi sono preso delle belle infamate per le multe che facevo. Quando tornai in Usa nel 1978 per sfortunata la sfida mondiale dei mediomassimi di Aldo Traversaro (perse contro Mike Rossman, ndr), nella palestra di Filadelfia dove ai primi tempi si allenava Stallone, ero più conosciuto io di Aldo. Si ricordavano tutti di me per il mio match con Spinks, soprattutto gli italo americani”
Quanto ha guadagnato con quel match contro Spinks e quanto avrebbe potuto guadagnare battendo Clay?
“Una cinquantina di milioni di lire li ho portati a casa, la borsa per affrontare poi Clay sarebbe stata di 100mila dollari. In caso di vittoria, mi sarei garantito tre difese del mondiale da 600, 800, e oltre un milione di dollari. Col pugilato non sono diventato ricco, mi sono comprato la casa. A 28 anni ho appeso i guantoni al chiodo e mi sono dedicato full time al mio lavoro di vigile urbano che ho iniziato nel 1974. Da anni sono in pensione e mi curo di figli e nipoti”.
Come conciliava ring e divisa? 
“Nei momenti intensi sotto il profilo sportivo ho sfruttato le aspettative e le ferie. Oppure per certi periodi lavoravo part time. Mi alzavo la mattina alle 5 per fare footing, dopo il lavoro e il pranzo un breve riposo e al pomeriggio palestra”.
Come è diventato pugile Alfio Righetti?
“Quelli della mia generazione vivevano nel mito di Clay. All’età di nove anni mi sono trasferito a Rimini, da ragazzino con amici abbiamo cominciato a frequentare la palestra della Libertas allo stadio. Ricordo che il mitico Aroldo Montanari, il mio primo istruttore insieme ad Alpi, per prima cosa mi guardò le mani per verificare se erano grandi a sufficienza. Allora i massimi scarseggiavano. E così cominciai. Mia madre non voleva firmare il tesseramento: io gli intimai di farlo altrimenti me sarei andato via da casa”.
E’ stata dura successivamente convincere la sua fidanzata a seguirla?
“Quando ho conosciuto Angela, ho messo in chiaro le cose. Lei ha accettato di essere la moglie di un pugile. Oltre ad Alex, che ha 43 anni, ho due figlie: Laura di 41 anni ed Eleonora di 36”.
Elio Ghelfi arriverà più avanti. Che ricordo ha di lui, il suo allenatore e di Rocco Agostino, il manager?
“Elio mi prenderà in consegna nel 1973, allora ero già campione italiano dilettanti. Un gran lavoratore Elio, ci allenavamo a volte anche alla domenica, ti sapeva stimolare al punto giusto. Un professionista esemplare giustamente esigente. Rocco Agostino trattava tutti come suoi figli, e sì che ne aveva di campioni: da Arcari a Duran, da Oliva e Galvano, a Jacopucci e tanti altri. In preparazione ai match più importanti mi mise a disposizione i migliori sparring italiani, sudamericani e americani, alcuni già miei avversari come Baruzzi, Penna e Ros, Wallace, Hussein. Spesso mi allenai a Genova, il quartier generale della scuderia. Al momento del passaggio al professionismo, ero conteso da diversi manager. Scelsi lui dietro consiglio di Mario Ferri e non me pentii”.
A Genova fece amicizia con Angelo Jacopucci che poi mori dopo il match di Bellaria nel luglio1978 per l’Europeo vacante contro l’inglese Alan Minter. Quel lutto la condizionò?
“Cambiai idea su Angelo conoscendolo a fondo, giorno dopo giorno al suo fianco. Passava per uno sbruffone, invece aveva un cuore d’oro, modi gentili. Era un amico vero. Ricordo quella serata drammatica. Lui perse per ko, io battei De La Garza. Ci incontrammo al ristorante dopo la riunione come si era soliti fare, ci salutammo e dopo una decina di minuti appresi quello che stava capitando. La morte di Angelo è stata un evento che ha scosso me come tutti gli italiani in maniera profonda. Certi traumi li superi solo col tempo”.
Le imprese sportive della famiglia Righetti sono proseguite con suo figlio, Alex, affermato giocatore di basket e ora alle prese con la carriera di coach a Rieti in A2.
“Lui ha iniziato col calcio, poi si è dato al basket. L’ho seguito negli anni in tutta Italia fin dai tempi del settore giovanile e anche alle Olimpiadi Atene dopo aver recuperato da un intervento al menisco appena un mese prima grazie al suo storico preparatore atletico di fiducia Lino Saulle. Ero ad Atene: una emozione grandissima. Si è tolto in carriera più soddisfazioni di me e io sono contento così. Ora fa il coach: ha passione, il carattere giusto, personalità. Quindi va bene così”.

Stefano Ferri

Nelle fote di copertina:
Alfio Righetti e una fase del match all’Hilton di Las Vegas del 18 novembre 1977  contro Leon Spinks. In gallery: 1) Un momento del match per il tricolore del 5 marzo del 1997 contro Dante Canè vinto da Righetti. 2) un corpo a corpo con Leon Spinks. 3) La locandina americana del match. 4) Alfio Righetti con il suo allenatore Elio Ghelfi; davanti da sinistra l'organizzatore Rodolfo Sabbatini, il manager di Righetti, Rocco Agostino, e Mario Ferri. 5) Alfio Righetti alza le braccia al cielo salutando il pubblico alla fine del match contro Spinks.