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Comunità Giovanni XXIII scende in campo su aborto

Cronaca Rimini | 09:30 - 24 Gennaio 2008 Comunità Giovanni XXIII scende in campo su aborto

La Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini scende in campo per esprimere la propria posizione sul provvedimento della Regione Lombardia che riduce il periodo in cui poter effettuare un'interruzione volontaria di gravidanza. "La legge 194, parlando eufemisticamente di interruzione della gravidanza, non necessariamente prevede la soppressione del bambino che quindi, se vitale, va assistito preservandone la vita", osservano i responsabili dell'associazione. "Il nostro fondatore, don Oreste Benzi, così diceva alle mamme incinte intenzionate ad abortire: 'Il tuo bambino sprizza di gioia e ti chiede di vivere. Lascia che cresca ancora un po' così che possa essere accolto e amato da un'altra mammà. Recentemente una nostra casa famiglia nel padovano ha accolto una bimba sopravvissuta all'aborto a 22 settimane e cinque giorni dovuto alla sua cecità, ma sopravvissuta con una grande voglia di vivere nonostante la grande prematurità che le ha provocato altri seri problemi di salute. In questi mesi ha cambiato il cuore di tutti coloro che l'hanno incontrata e ora lotta per la vita. Tuttavia la legge prevede che l'aborto si possa fare nel secondo trimestre non in semplice relazione alla diagnosi prenatale come avviene di prassi (risultando pura eugenetica) ma solo in caso di grave pericolo per la salute della madre che, rapportata ai rischi connessi all'intervento abortivo, è un' assoluta rarità e pertanto andrebbe adeguatamente documentata". Riguardo al parere del Consiglio Superiore della Sanità, sui limiti alle cure intensive per i prematuri, l'associazione esprime "la grande preoccupazione che si smetta di investire nella ricerca di poter salvare anche bimbi piccolissimi lasciandoli morire". La comunità Giovanni XXIII denuncia inoltre "che se la scelta di rianimare dovrà avvenire anche sulla previsione di possibili disabilità si innescherebbe un' ulteriore prassi di selezione dei sani, demandando a genitori e medici il potere sulla vita o sulla morte del bambino con problemi di salute o anche solo con la probabilità di averne".

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