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Caso Guerrina, padre Gratien torna a parlare: 'a Ca' Raffaello sanno tutti della mia innocenza ma stanno zitti'

Attualità Novafeltria | 13:58 - 30 Aprile 2017 Caso Guerrina, padre Gratien torna a parlare: 'a Ca' Raffaello sanno tutti della mia innocenza ma stanno zitti'

Condannato a 27 anni di reclusione in primo grado, per l'omicidio di Guerrina Piscaglia e per occultamento del cadavere, padre Gratien Alabi torna a parlare, in un'intervista rilasciata al Corriere di Arezzo lo scorso 13 aprile e pubblicata nella giornata odierna. Il religioso, che sta scontando la pena agli arresti domiciliari in un convento romano, professa nuovamente la sua innocenza e attacca i cittadini di Ca' Raffaello: "Tutti sanno che padre Graziano è innocente, ma il paese è piccolo e preferiscono stare zitti". Con alcuni di loro ha mantenuto rapporti: ha infatti ammesso di aver ricevuto gli auguri, per il giovedì santo (la festa dei preti), da alcuni concittadini di Guerrina. Con la Piscaglia un rapporto normale, ha ribadito il religioso: "Veniva da me, mai da sola, sempre con il marito e il figlio, che suonava la pianola e giocava. Ci sentivamo spesso per telefono, ma non così tanto come dicono". Lui le ha dato aiuto morale e materiale, confida Gratien: "Avevano molti problemi, per il lavoro, per il figlio, per il rapporto fra di loro (Guerrina e il marito Mirco, n.d.r.). Piuttosto i familiari, i parenti, sapevano che lei metteva da parte un gruzzoletto, che sarebbe voluta andare via, perché nessuno si interessava a questo?”. Su Zio Francesco, il misterioso personaggio che avrebbe portato via Guerrina, Gratien ha ribadito non si sia trattato di un'invenzione e di averne parlato tardivamente per non tradire il segreto confessionale. Per questo, in appello potrebbero non esserci rivelazioni sul caso: “Non so, vedremo, difficile dire. Io sono prete e certe cose che riguardano il mio ministero non possono essere rivelate”. Relativamente agli incontri sessuali con alcune donne a Perugia, Gratien ha sottolineato le contraddizioni nei racconti di queste persone che, secondo la sua versione, lo cercavano proprio per la notorietà raggiunta con il caso della scomparsa di Guerrina:  "Io non le ho cercate, sono loro che venivano a cercare me alla stazione dove mi recavo per andare ad Arezzo dall’avvocato". In caso di assoluzione in appello, il primo pensiero per Alabi sarà una visita alla tomba del fratello morto in Congo. In caso contrario proseguirà la battaglia giudiziaria: "Andremo in Cassazione e poi in un altro tribunale internazionale. No, non mi arrendo di sicuro. Non accetterò mai 27 anni di reclusione per cose che non ho fatto. Piuttosto che scontare una pena ingiusta, chiedo la pena di morte”.

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