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L'indiscreto: anche a Rimini problema vivai calcistici, tra figli di papà e tecnici non preparati

Sport Rimini | 08:58 - 04 Gennaio 2016 L'indiscreto: anche a Rimini problema vivai calcistici, tra figli di papà e tecnici non preparati

Gli italiani già dal vivaio sono prigionieri della tattica  e della moneta. Dagli allenatori ai genitori quante colpe!

Nei settori giovanili italiani manca la voglia di divertirsi, d’insegnare ai bambini e ai ragazzi la cultura del divertimento.  Fin dalle fasi adolescenziali quando avviene per la prima volta il contatto tra sport e persona gli allenatori si comportano spesso da sprovveduti. Il caso parte da lontano. In molte circostanze,  ho avuto modo di testare in prima persona, giocando nelle squadre del riminese, di vedere dei bestemmiatori calcistici fare gli istruttori di calcio. Posso assicurare che tra il 1996 e il 2016 non ci sono stati risvolti. Gli anni passano ma la cultura, in Italia, rimane la stessa. Siamo nel 2016, ed ogni annata dovrebbe divenire quella del cambiamento ma puntualmente così non avviene. Il Coni ha capito che lo sviluppo del nostro calcio passa dalle scuole per educare i ragazzi, ma questo non basta perché in primis bisognerebbe educare gli istruttori tramite una seria formazione. In sostanza l’istruttore non deve essere l’allenatore, l’istruttore deve essere quello che insegna ai bambini a stoppare il pallone, a controllare l’uomo, a giocare;  non di certo la diagonale perché sia a sei, che a sette che ad otto anni della diagonale al bambino non importa nulla come del resto quella affrontata nel libro di geometria.  Il problema è che l’allenatore,  è li per due soldi, non ha spesso avuto nessuna istruzione, spesso è un giocatore delle giovanili che va a fare l’istruttore per poter arrotondare il compenso mensile. Sogna magari di fare l’allenatore, lo inizia a fare, per poi pretendere dei risultati, la stessa società pretende dei risultati ed ecco che anche tra gli spalti vedi il vero guaio dei ragazzi: i genitori. “ Mio figlio è bravo, deve giocare! Quello lì è scarso! Spaccali la gamba!”. Ed è qui che si vedono le vere società, i veri dirigenti, quando questi genitori presenti all’interno dell’impianto vengono stoppati e mandati via. Questo succede nei paesi civili e nelle scuole, questo spero che sia il passaggio culturale che ci aiuteranno a fare gli allenatori di ritorno da altri confini e per fare questo occorre semplicemente una scuola calcio vera, reale, con degli istruttori che non sanno solo che il pallone è rotondo o cosa sia il 4-4-2 o la diagonale, ma che sappiano principalmente che un bambino va trattato in un determinato modo, che bisogna giocare senza angoscia, senza drammi, senza nessuna influenza. Noi abbiamo degli istruttori, degli educatori spesso troppo scarsi per appropriarsi di tale tributo ed è per questo che qualunque anno aspetteremo, se non si ha in primis la forza di cambiare e di informarsi rimarremo sempre indietro non solo calcisticamente parlando ma in tutto.


I genitori e la società uniti dalla  forza della moneta. Ho visto spesso anche nelle formazioni in cui ho avuto modo di militare poca coerenza. Nei paesi, specie quelli composti da poche anime, veder giocare figli di dottori, avvocati o figli di gente che erano amici dell’allenatore. Potevi allenarti duramente, potevi essere anche più bravo, più tecnico ma poco importava. Se alla gara della domenica tu arrivavi più preparato nelle gambe e nella testa di lui, a giocare non eri tu! A 18 anni finii di giocare anche per questo, non c’era meritocrazia e la parola divertimento dentro di me si era smarrita, avevo perso quella voglia di correre dietro un pallone, di sentirmi vivo, di sorridere per il gioco che intendevo il più bello al mondo e che mi faceva sognare di arrivare lontano senza l’influenza dei miei genitori, perché per cultura a me hanno insegnato a zappare la terra fin da piccolo, tradotto, tutto quello che ottenevo dovevo sudarmelo. Distaccandomi da questi ambienti ho preso in mano carta e penna e ho continuato a vedere cose inusuali: genitori che pur di veder giocare i loro figli facevano da guardalinee la domenica, da accompagnatori, da allenatori in seconda, poi il paradosso dei paradossi fu quando vidi addirittura nel riscaldamento la formazione dettata dal genitore (presunto allenatore, dg e via dicendo) all’allenatore. Voi al mio posto che avreste pensato?  Dai 18 ai 30 anni, tra i grandi e vedendo il mondo con età ed ottica diversa   scopro ciò che già intuivo ma San Tommaso insegna: ”vedere per credere” ed ecco le cosiddette “mazzette” date dai genitori ai club per far giocare il proprio figlio nelle giovanili, oppure la classica sponsorizzazione annuale con tanto di cartellonistica all’interno del campo di gioco.  Ho provato pena per quei genitori che agivano così e che li vedevi sulle tribune adulare i loro figli (in realtà talmente scarsi da chiederti cosa centrassero col pallone), bestemmiare e invogliare costoro a spezzare la gamba all’avversario. Ho avuto modo di incontrare alcuni di loro a distanza di anni, devo dire che coglioni erano e coglioni sono rimasti. Perché cari lettori la beffa sta proprio qui: “quando il genitore non concepisce il valore sano dello sport, che lo sport equivale a divertimento, a rimetterci sono proprio i figli che dopo i 18 anni venendo sbolognati a destra e a sinistra tra vari club pur di spuntare la casella x tra i professionisti diventano talmente ossessivi da non accorgersi che il suo amato soffre della sindrome di Peter Pan che equivale all’essere  bambino eterno: “voglia di lavorare zero tanto a mangiare, bere e a vestirmi ci pensa papà”. Per un pallone siete anche voi pronti a rinunciare ai valori da trasmettere a un figlio? Se è così, in Italia, con l’attuale situazione  sappiate che troverete campo aperto.


Daniele Manuelli

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