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Volley femminile, nella bacheca del ds riminese Piero Babbi l'ennesimo trofeo: Megabox in A1

'Viserba la mia palestra, Valter Rinaldi un maestro'. Con la Scavolini scudetti, Supercoppe, trofei europei

Sport Rimini | 21:12 - 03 Giugno 2021 Piero Babbi, il ds riminese artefice dei trionfi della Scavolini. Ora in A1 con la Megabox Vallefoglia Piero Babbi, il ds riminese artefice dei trionfi della Scavolini. Ora in A1 con la Megabox Vallefoglia.

La promozione in serie A1 di volley femminile della Megabox Vallefoglia (il comune della provincia di Pesaro nato dalla fusione dei comuni di Colbordolo e Sant’Angelo in Lizzola: il campo da gioco è a Montecchio) è l’ultimo capolavoro di Piero Babbi, 68 anni, il direttore sportivo riminese  la cui bacheca è ricca di trionfi: tre scudetti di fila (2007-2010), quattro Sepercoppe italiana, una Coppa Italia di A1, una di A2, una Coppa Cev e una Coppa Top Team. Tutti nei 15 anni di Robur Pesaro, nove dei quali targati Scavolini.

In precedenza, con il Viserba di coach Luigi Morolli la scalata dalla serie C2 fino alla A1 grazie al ripescaggio dopo il testa a testa col Forlimpopoli (primo classificato) alla fine degli anni Novanta. “Non ci iscrivemmo perché nessuno ci diede una mano” ricorda Babbi. Stessa sorte – ma qui Babbi non c’era - per il club riminese una decina di anni dopo: promozione in A2 con Bibo Solforati in panchina e ora tecnico di Mondovì in serie A2. “Una occasione persa per la città – commenta Babbi – non c’erano soldi. Non si è creduto nella società sinonimo di correttezza e competenza”.

Piero Babbi, in bacheca manca la Coppa Campioni.

“Mi è sfuggita due volte, una clamorosa quando il nostro asso Destinee Hooker scappò di notte e tornò in America nel momento clou della stagione. Ora gioca in Brasile. Con lei in campo avremmo vinto a mani basse” ricorda Babbi.

Come è nata la promozione del Vallefoglia?

“La società ha due anni di vita. Siamo partiti dalla serie B1 acquisendo i diritti di Ospitaletto ma per il covid ci siamo fermati sul più bello e le classifiche sono state congelate. L’anno successivo siamo ripartiti dalla A2 con i diritti di Baronissi (Salerno). La promozione non era in programma, volevamo disputare un campionato tranquillo, invece con il lavoro di coach Fabrizio Bonafede le cose sono andate al di là delle aspettative nonostante le difficoltà legate al covid: oltre ad otto giocatrici anche io sono stato colpito dal virus, unico dello staff, e sono stato costretto a casa per 45 giorni. In finale abbiamo battuto il Pinerolo. In squadra avevamo l’ex Ravenna Bacchi e le ex San Giovanni in Marignano Pamio e Bresciani”.

Il suo sogno?

“Portare il Vallefoglia a disputare le Coppe Europee, ma il primo obiettivo è consolidarci e disputare un campionato tranquillo”.

Quanto costa un campionato di A1?

“Un milione e due per puntare alla salvezza”.

La sua unica macchia è stata Bolzano.

“Sono arrivato con la squadra già fatta, in serie A1, e siamo retrocessi. La stagione successiva mi sono dimesso quattro giorni prima di cominciare dell’avvio del campionato: sesto posto finale”.

La sua famiglia per sessant’anni ha gestito un negozio di tavoli e sedie in via XX Settembre. Come è nata la passione dei volley?

“Mia moglie allenava e mi ha trascinato a vedere le partite a Viserba. Ho iniziato come addetto all’arbitro e Valter Rinaldi, il fondatore del Viserba Volley assieme  all’amico Paolo Stefanini per me come un fratello, mi ha guidato alla scoperta di questo mondo che piano piano è diventato il mio. Ricordo tante notti insonni al ristorante Da Todro in compagnia di Rinaldi, laurea in fisica nel cassetto e insignito dal Coni del titolo di Maestro dello Sport, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto, all’età di 57 anni. La sua esperienza e competenza sono state la mia guida, mi ha insegnato come scoprire giovani talenti. Il sabato andavo in giro a vedere partite. La mia formazione è avvenuta lì a Viserba e ogni mia vittoria la dedico a questa società in ci sono cresciuto. Oltre a guardare dal vivo partite mi sciroppo ore e ore di video, ad esempio i campionati universitari americani sono il mio pane”.

Il successo che le ha dato maggiore soddisfazione?

“Il primo scudetto non si scorda mai. Il tecnico era Angelo Vercesi, la stagione precedente vice di Zé Roberto, il ct del Brasile”.

Il colpo di mercato migliore?

“L’americana Hooker pescata nei campionati universitari americani. Un vero talento. Poi le giovani Martina Guiggi e Antonella Del Core, rimaste a Pesaro rispettivamente per sette e cinque anni, le brasiliane Sheila e Mari, la palleggiatrice Francesca Ferretti. E ancora: l’allora ventenne Monica De Gennaro lanciata al posto della star olandese olandese Elke Wjinhoven, dopo un rodaggio ad Aprilia: è stata il più grande libero degli ultimi sette, otto anni”.

Il suo cruccio?

“Non essere riusciti a fare nulla a Rimini. Purtroppo scontiamo un difetto d’origine: manca la mentalità imprenditoriale per lo sport al contrario di quanto accade nelle Marche dove gli industriali hanno senso di appartenenza al territorio”.

Solo questo?

“Le società curano il proprio orticello e basta, mancano personaggi in grado di coinvolgere, di essere trainanti come è accaduto nel basket con l’avvocato Moreno Maresi e il presidente di Confindustria Paolo Maggioli. Per RBR le difficoltà arriveranno con la serie A2”.
Lei è anche un appassionato di calcio. Ha seguito da spettatore a lungo le vicende del Rimini. Come vive questo momento del club biancorosso?
“Sono cresciuto in una famiglia in cui si è masticato pane e pallone. Mio padre Angelo negli anni Cinquanta insieme ad altri appassionati ha dato una  mano al settore giovanile e mia madre Flora lavava tute, maglie, calzoncini, divise da gioco e da allenamento. Ho il cuore biancorosso. Vedere il Rimini così è un colpo al cuore”.

L’amministrazione comunale che ruolo può giocare?

“Direttamente nessuno. Deve fare la sua parte per mettere a disposizione le strutture sportive. La  Casa del volley, ad esempio, ci voleva: peccato che abbia pochi posti a sedere”.

In questi giorni a Rimini si disputa la VNL…

“Un evento straordinario con le 16 migliori nazioni femminili e grazie all’impegno di RCS e FIBY. Se si riuscirà a confermarla per il prossimo anno unitamente alla final four di Coppa Italia, per Rimini sarà motivo di vanto. Un importante spot pubblicitario”.

A proposito di territorio, gli allenatori e le giocatrici migliori?

“Per le prime parliamo al passato, purtroppo: Doria Carnesecchi e le sorelle Saporiti, Daniela e Cristina cresciute nel Viserba e affermatesi ai massimi livelli. Tra i tecnici il riminese Nicola Giolitto, già assistente di De Giorgi e Frigoni, che si sta mettendo in evidenza in Russia e Finlandia. All’estero stanno lavorando bene numerosi tecnici italiani. Poi Luigi Morolli che si è cimentato con la serie A1 a Forlì e ora di nuovo sotto San Mercuriale in B2 assieme alle figlie Elisa e Cecilia. Il limite del movimento locale? Non ci sono allenatori di valore in grado di far crescere le giocatrici. Come diceva Valter Rinaldi. abbiamo dei dopolavoristi. E pensare che il materiale umano su cui lavorare non manca”.

Che dice del San Giovanni in Marignano?

“Il presidente Stefano Manconi, che stimo tanto, sta compiendo in serie A2 un capolavoro con un budget limitato. Una realtà partita dalla B2, fatta da persone competenti. Se si trasferirà al Play Hall di Riccione per le partite interne, potrebbe trovare una vetrina importante”.

Babbi, la sua delusione più grande?

“Aver perso al golden set contro Bergamo una final four di Coppa Campioni dopo la conquista di scudetto, Supercoppa e Coppa Italia. Era la stagione 2008-2009”.

Ha mai pensato di passare al maschile?

“Non mi attira. E’ un mondo diverso tanto che tra i tecnici che sono passati dal femminile al maschile e viceversa pochi hanno avuto successo. Cambia l’aspetto psicologico del mestiere, cambiano le dinamiche. E’ per certi versi un altro sport. Altra cosa, invece, è guardare le partite da spettatore: il volley maschile è entusiasmante. Un altro mondo ancora è il beach volley, che non se ne vogliano gli appassionati, è una disciplina che purtroppo non sopporto”.

Il suo sogno proibito?

“Non essere riuscito a portare nella mia squadra Francesca Piccinini, la icona del volley tricolore. Ci ho provato per tre volte purtroppo inutilmente, ma nonostante tutto la nostra amicizia è tuttora viva”.

Stefano Ferri

In gallery: 1) la Scavolini Pesaro scudettata nel 2008: Piero Vabbi è a destra. 2) con Angelo Vercesi, il vice di coach Zè Roberto, ora Ct del Brasile. 3) Il ds braccia al cielo.

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