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Saulle: 'Rimini ha sognato con la pallamano. Che derby. Basket e Baseball: i miei trionfi esaltanti'

Preparatore atletico vincente, poi mago dei recuperi da infortuni: 'Scarone e Righetti i miei capolavori'

Sport Rimini | 07:04 - 28 Febbraio 2021 La prima squadra maschile di pallamano Scat Urbe. Lino Saulle è il primo a sinistra in piedi. E' il 1972 La prima squadra maschile di pallamano Scat Urbe. Lino Saulle è il primo a sinistra in piedi. E' il 1972.

La pallamano a Rimini ha avuto due figure storiche, Lino Saulle e Toni Pasolini, due docenti di educazione fisica negli istituti superiori, colleghi di giorno e avversari sulle panchine delle due squadre cittadine ai vertici del massimo campionato per una decina di anni.

In particolare Saulle, che ora ha 74 anni, fu tra i protagonisti del comitato promotore istituito dal Coni che diede vita a Roma, Rovereto e Bologna – sotto le Due Torri allora Saulle era studente dell’Isef, - al primo corso per allenatore e arbitro. “Eravamo una ventina” ricorda il mitico Lino. Il Nel 1969 nacque la Federazione Handball di cui Saulle fece parte come delegato regionale e iniziarono i campionati.

“Io in quell’anno a Rimini fondai una squadra femminile assieme a mio cognato e al collega Antonio Macchini e la prima giocatrice fu Titti Gasperini, che frequentava l’Isef ad Urbino. La prima a Rimini. Si giocava sul campo in cemento dell’oratorio dei Salesiani. Nelle scuole facevano riferimento i centri giovanili della Federazione, nel 1970 in piazza Cavour va in scena la prima finale. In quel periodo educazione fisica diventa una materia curriculare per cui i colleghi di Saulle -  tra cui il valente Pasolini  - vengono coinvolti in questa attività sportiva”.

La prima squadra maschile quando nasce?

“La fonda il sottoscritto nel 1971 e parte dalla serie C. Si chiama HC Rimini. Lo stesso anniovenne fondata da me e dai colleghi Astolfi e e Pasolini la Pallamano Rimini per avere una rivalità cittadina che avrebbe fatto bene alla disciplina sportiva. La formazione femminile, per un certo periodo abbandonata, fu ripresa poi da uno dei miei giocatori, Ermanno Migani: arriverà presto fino alla serie A vincendo il titolo italiano con le sorelle Bugli protagoniste. C’è fermento e poco dopo nasce la Tre Tre Tre che partecipa pure lei al campionato di serie C giocando pure lei ai Salesiani. Poi entrambe le squadre si trasferiscono all’antistadio e quindi al palazzetto dello sport Flaminio che nasce nel frattempo. La prima a salire in serie A è la Tre Tre Tre di Pasolini che poi si chiamerà La Rapida con patron Nino De Flavis, altrettanto riesce a fare la HC Rimini attraverso uno spareggio. Per una decina di anni le due squadre hanno militato in serie A, l’HC Rimini passava per il club con le maggiori disponibilità economiche anche se nella stagione di Agorà erano loro quelli con più risorse”.

Gli anni più belli?

“Gli anni Ottanta dal punto di vista sportivo e dell’interesse della gente. Il pubblico seguiva con passione, il Flaminio era quasi esaurito in occasione del derby – dice Saulle mostrando uno straordinario album di foto che meriterebbe una mostra – ; inoltre l’avvento al vertice federale di Concetto Lo Bello, l’ex arbitro di calcio, attirò attenzione anche mediatica. Ma purtroppo il suo fine era un altro: arrivare a capo della Federcalcio. Non ci riuscì, poi provò con la Federnuoto e altrettanto sfortunato fu l’esito”.

La pallamano era uno sport popolare i particolare tra i giovani. Perché?

“Si giocava nelle scuole, fece presa sui colleghi insegnanti: nei tre licei, al Belluzzi e al Valturio si giocava a pallamano, una disciplina sportiva educativa e formativa, uno dei migliori giochi di squadra. Da un lato è avvincente, dall’altro richiede al giocatore un gesto tecnico naturale pur essendo di contatto. Le dico questo per fotografare la popolarità di questo sport: quando c’era la distribuzione delle ore di utilizzo del palasport Flaminio le due società di pallamano avevano precedenza rispetto al Basket Rimini e i nostre finali dei Giochi della Gioventù riempivano il Flaminio”.

Per fortuna nacque il Flaminio altrimenti sarebbe stato un disastro…

“Il progetto iniziale, in ossequio alla consuetudine, prevedeva solo il campo da basket che come si sa è più corto rispetto a quello di pallamano. Il sottoscritto e i dirigenti delle due società facemmo pressione sull’assessore allo sport di allora Massimo Lugaresi  e l’avemmo vinta per fortuna. Nacque un campo in parquet di 40 metri per 20. Era uno dei pochi se non l’unico di queste dimensioni in Italia”.

Come si viveva la rivalità cittadina?

“C’erano sfottò, come normale. Una volta alla vigilia di un derby ricordo che fu recapitata al Valturio, l’istituto di riferimento della Tre Tre Tre, una cassa da morto in cartone. Il liceo Classico Giulio Cesare era, invece, il punto di riferimento della HC Rimini: la mia squadra Juniores fu vice campione d’Italia ed era composta in larga parte da studenti del Giulio Cesare. Purtroppo perdemmo la finale non per demeriti sportivi: la sera prima della sfida decisiva contro Teramo, vittorioso di un gol, molti si sentirono male per aver mangiato un gelato dopo cena. E pensare che nessuno avrebbe scommesso una lira su una nostra sconfitta”.

Perché la pallamano ha perso da tempo appeal in Italia?

“Si è smarrito l’entusiasmo in città cardine come Cassano, Roma, Rovereto, Trieste. L’inizio della fine è stato causato dal commercio dei giocatori italiani tra i club più ricchi a scapito degli altri per cui molte squadre sono scomparse. Ad esempio, nella Tre Tre Tre c’erano quattro giocatori romani, a Roma ne rimase una sola dei tre club esistenti. E poi dalle scuole è una disciplina sparita”.

Quali le nazioni dove è più seguita?

“Nel nord Europa, in Spagna e Francia ha un buon seguito, in ogni partita ci sono migliaia di spettatori. Una volta la Jugoslavia era la nazione regina, dopo la disgregazione in più Stati. Il croato Lino Cervar, che ha perso gli ultimi mondiali contro la Spagna dando le dimissioni, è stato uno degli ultimi allenatori della Nazionale italiana negli anni Novanta”.

Che altre squadre ha allenato?

“Ho guidato Imola prendendo in mano un gruppo di ragazzi che annaspava in seria B guidandolo alla promozione in A per poi piazzarci al secondo e al quarto posto. Andai via perché non volevo gli stranieri in squadra. Sono stato sempre un autarchico”.

Il motivo?

“Toglievano posto ai giocatori italiani, pretendevano degli ingaggi robusti innescando quindi un meccanismo che avrebbe coinvolto i giocatori tricolori e inoltre era poco attaccati alla maglia. In una parola dei mercenari e questo non piaceva al pubblico”.

Anche a Rimini ha però allenato gli stranieri.

“E’ vero. Raiko Branco con la Fippi e Milan Maric con la Jomsa. Ho dovuto scendere a compromessi con Paolo Jommi, il presidente e munifico sponsor”.

Continui…

“Ho allenato il Bologna in B e siamo stati promossi in A. In mezzo alle due esperienze sono tornato a Rimini dopo la fusione delle due società entrambe retrocesse tra i cadetti. Mi chiamarono gli allora dirigenti Taddei, Pasolini, Barbieri, Turchi e lo sponsor Fabbri. La Fabbri Rimini fu promossa in serie A chiudendo a +10 dal Prato e imbattuta”.

Poi?

“Ho guidato le Nazionali giovanili per cinque anni in contemporanea al mio ultimo incarico di club, una delle migliori formazioni che siano mai esistite. Ricordo che in una Coppa Latina in Portogallo battemmo la Francia che dopo quattro anni diventerà campione del mondo. A Teramo vincemmo la Coppa Interamnia, una competizione con la partecipazione di più di 400 squadre. Poi mi revocarono l’incarico ed affidarlo ad altri allenatori che erano ‘ammanicati’ in Federazione. Era il 1990. Lì chiusi con la pallamano dopo aver fatto corsi in tutta Italia”.

Perché?

“Era il segnale di come fosse gestita la Federazione. Pronosticai un rapido declino e così è stato. Questo sport in Italia ha perso completamente la carica vitale che aveva, il campionato non se lo fila nessuno. Altra cosa rispetto agli anni Ottanta e Novanta. La pallamano certamente non mi ha arricchito perché i soldi veri giravano solo per i giocatori stranieri, però mi ha permesso di girare il mondo ed affinare la mia cultura di preparatore atletico che poi ho sfruttato nella mia professione”.

Un bel ritmo di lavoro.

“A fine anni Ottanta e inizio anni Novanta insegnavo Isef a Bologna; allenavo il club felsineo e guidavo la Nazionale Juniores; inoltre ero docente alla Scuola dello Sport all’Acquacetosa di Roma dove si tenevano corsi di specializzazione per insegnanti di educazione fisica di tutta Italia per tutte le discipline sportive. Tra gli altri c’era il coach di basket Arnaldo Taurisano che guidava allora il Basket Rimini. Ricordo che facevo due volte alla settimana in auto Rimini-Roma-Bologna”.

Il giocatore più forte?

“Lo slavo Balic, un terzino. Suo figlio è stato a lungo il miglior giocatore del mondo. Giocò con Rovereto, Cassano, Prato. Prima di una partita contro il mio Bologna mi vide nervoso. Venne vicino e sussurrò: ‘Non ti preoccupare Lino, siete i più forti’. Ed era vero: chiudemmo imbattuti. Tra gli stranieri di Rimini senza dubbio Begovic del Tre Tre Tre”.

E tra i locali?

“Migani, Giordani, Bonini, Pecci, Dellarosa, Renzi, Taddei, Vendemini e il compianto Gigi Vignali, il primo giocatore della squadra maschile”.

Dei dirigenti chi ricorda in modo particolare?

“In primis Paolo Del Bianco,il presidente della HC Rimini. Andammo da lui, per chiedere di fare lo sponsor. Era il titolare dello scatolificio Scat Urbe. Ebbene, accettò l’invito e con passione fu coinvolto nella gestione della società. La squadra si chiamava Scat Urbe e Paolo fu un trascinatore da subito diventando consigliere federale dal 1975 al 1979. Aveva grandi capacità organizzative. Fu anche grazie a lui se a Rimini si giocò Italia - Francia, scese in campo anche la nazionale russa e il Flaminio fu teatro anche della Coppa Latina e fecero tappa in piazzale Kennedy tornei estivi a carattere internazionale. Non posso dimenticare Fabbri della omonima dolciaria, nostro sponsor, e Athos Taddei, Paolo Jommi e non ultimo il rivale presidentissimo de La Rapida Nino De Flavis”.

Messa nel cassetto la pallamano si è dato al basket.

“Dopo vent’anni di insegnamento negli istituti superiori di Rimini – Liceo Classico Giulio Cesare, Tecnico Commerciale Valturio e per Geometri Belluzzi – ho abbandonato la scuola. Era il 1986. Sono diventato il preparatore atletico del Cesena Basket femminile di Paolo Rossi che vinse il tricolore e salì sul trono d’Europa in una memorabile finale a Barcellona contro la Russia. La nostra fu la prima squadra di basket ad effettuare un riscaldamento atletico che superava i 30 minuti. Ero anche consulente della giovanile della Teodora Volley, ho aiutato la tennista Sandra Cecchini a scalare la classifica fino a diventare la decima al mondo”.

Nella sua bacheca oltre ai trionfi del Basket Cesena, quali altri successi ricorda in modo particolare?

“Ovviamente le due promozioni col Basket Rimini e il tricolore nel baseball nel del 1991 con la Telemarket di Rino Zangheri”.

Nel 1990 molla la Nazionale Juniores di pallamano.

“Maturai questa decisione al ritorno da uno stage per allenatori in Francia. Al quel tempo allenavo ancora a Bologna. Mi chiamò Gian Maria Carasso per affiancare il coach John Mc Millen”.

Rifiutò qualche chiamata?

“Piero Pasini quando andò via da Rimini nel 1992 fece il mio nome al Volley Ravenna in quegli anni sponsorizzato Messaggero. Una corazzata, club con grandi disponibilità e una organizzazione di grande livello. Io ricoprivo più incarichi e avrei dovuto lasciarli. Rifiutai e feci bene perchè la stagione successiva il club fece una brutta fine”.

Lei è stato nel Basket Rimini fino al 1999. Il coach con cui ha costruito il rapporto migliore?

“Con Paolo Rossi ho avuto un feeling molto intenso; Piero Pasini era in grado di fare gruppo in maniera eccezionale. Era un trascinatore, molto bravo a livello psicologico. Piero Bucchi sotto il profilo tecnico è stato il numero uno. Con tutti e tre ho lavorato al meglio, in piena sintonia, come deve essere tra allenatore e preparatore”.

I recuperi degli infortunati che ricorda più volentieri?

“Quello di German Scarone, si ruppe il legamento collaterale mediale a Reggio Emilia. Perdemmo quella partita e altre cinque. Bucchi tremava: ‘Lino, rimettimi in campo Scarone al più presto altrimenti qui mi cacciano’. Glielo restituii dopo appena un mese. La Pepsi arrivò fino ai quarti dei playoff. Ricordo il lavoro duro su Alex Righetti reduce dall’intervento al menisco ad un mese dalla Olimpiadi di Atene. Si infortunò durante il raduno azzurro. Il preparatore atletico azzurro era un mio studente all’ISEF di Bologna. Mi disse: ‘Lino, rimettilo in piedi altrimenti dobbiamo lasciarlo a casa’. Ci riuscii tanto che l’Italia e Alex conquistarono l’argento”.

I giocatori Usa più forti?

“Del mio periodo certamente Larry Middleton e Andrade Israel. Larry fu il primo giocatore americano che accettò di farsi operare in Italia”.

Perché smise di fare il preparatore atletico?

“Ci vuole anche un certo fisico e io ormai non lo avevo più”.

Da preparatore atletico a imprenditore col Centro Saulle di riabilitazione ortopedica di fronte al 105 Stadium. Come comincia la sua attività?

“Il pivot del Basket Rimini Roberto Terenzi si rompe il ginocchio e si opera dal dottor Alessandro Lelli a Bologna. Siamo nel 1991. Sotto le Due Torri Bob cura la rieducazione ma dopo qualche seduta si stufa di fare il pendolare da Pesaro dove abitava e Bologna. Lelli allora me lo affida e lavoriamo nella palestrina sotto il Flaminio utilizzata per la preparazione fisica del Basket Rimini. Lelli, allora poco più che trentenne, condivideva l’idea della riabilitazione attraverso il movimento. Terenzi supera alla grande la visita di controllo e da allora diventò un punto di riferimento per i pazienti di Lelli. Poi mi sposto in via Bottego dove io e il maestro di boxe Elio Ghelfi condividiamo una piccola palestra; successivamente Ghelfi molla e io mi trasferisco in via Reno. Nel 2003 nasce il Centro dove ora lavorano sette terapisti, mio figlio Filippo che è un osteopata, il massaggiatore sportivo ex Basket Rimini, Giorgio Manca. Nel tempo siamo diventati anche poliambulatorio. Confrontandomi con gli amici ortopedici specialisti della spalla Giuseppe Porcellini e Fabrizio Campi ho dotato da anni il centro di una piscina riabilitativa per il recupero dei traumi di gamba, spalla, schiena”.

Il futuro di Lino Saulle?

“Non ho rimpianti, ho fatto tutto quello che si poteva, anzi di più in base alle mie competenze e alla mia cultura sportiva. Il mio sogno ora è trovare il successore alla guida della mia creatura, il Centro di attività fisica Saulle visto che i miei figli sono impegnati in altre attività”.

Stefano Ferri

Nella gallery 1) All'antistadio del Romeo Neri un derby tra le due squadre riminesi con tanto pubblico a metà anni Settanta. 2) La prima squadra di pallamano cittadina è femminile nel 1970. 3) Saulle insieme a Paolo Del Bianco, presidente dell'HC Rimini e poi consigliere federale. 4) Ai tempi della Nazionali giovanili. 5) In mezzo tra Massimo Bernardi e Piero Pasini nella stagione 1990-1991 del Basket Rimini.

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