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Berlini, una vita da mediano. Cinque promozioni, la B col Rimini di Herrera e Bagnoli, la Nazionale di C

'I giovani crescano sul territorio: va trasmessa la passione, non la falsa aspettativa di sfondare'

Sport Rimini | 05:14 - 21 Febbraio 2021 Valter Berlini con la maglia del Rimini. Preso dal Coriano, ha debuttato in prima squadra a 18 anni Valter Berlini con la maglia del Rimini. Preso dal Coriano, ha debuttato in prima squadra a 18 anni.

Prima di Giorgio Grassi, fino allo scorso anno il patron del Rimini Calcio (le ultime vicende del club biancorosso sono riuscite a porlo in una luce diversa), la cittadina di Coriano ha espresso un’altra figura significativa nel mondo del calcio biancorosso. Bisogna ritornare agli anni Settanta, mai dimenticati.

Si tratta di Valter Berlini, classe 1955, scovato dal valente talent scout di allora Gianfranco Micheloni nella squadra del paese. La sua bacheca parla di cinque promozioni e una Coppa Italia. “Il mio cartellino costò tre milioni di lire pagabili in tre anni – ricorda sorridendo Berlini – Il responsabile del Coriano era Gigino Fabbri, per decenni presidente e anima della società, che si arrabbiava perché c’era sempre un po’ di ritardo nel pagamento delle rate”.

A 14 anni Valter finì in biancorosso e fece la trafila nel settore giovanile che allora aveva nel mitico campo dei Ferrovieri il suo quartier generale su cui gravitavano parecchi promettenti ragazzi del posto: Alfredo Rossi, il fratello di mister Delio, Malferrari, Perazzini, Pari, Pazzagli, Caldari. I mister erano Frisoni, Giusti, Righini – il padre di Aldo, l’ex responsabile del settore giovanile – e Pattini. Walter allora studiava all’ITI e a Rimini scendeva col bus, ora in Vespa oppure addirittura in bicicletta con le belle giornate. “Dopo la scuola si mangiava alla mensa ai Ferrovieri, poi allenamento, e al tardo pomeriggio il ritorno a casa”.

Il debutto di Berlini in prima squadra avviene a 18 anni, nelle due ultime partite della stagione 73-74 (secondo posto dietro la Samb), allenatore Natalino Faccenda (“Un tecnico vecchio stampo, era navigato e ti incuteva timore”). Nel campionato successivo – il mister era Angelillo (“gli piaceva il filetto, glielo procuravo io perché mio padre faceva il macellaio”) – il Berlo ne mette insieme 20 di presenze: secondo posto in classifica (“Angelillo era uno di noi, aveva ancora la testa da giocatore. Non era severo. Voleva si giocasse di prima e a pensare a cosa si sarebbe dovuto fare una volta ricevuta la palla: ho imparato a giocare di prima”). Alla terza stagione – 1975-1976 – ecco la promozione storica in serie B con Cesare Meucci in panchina. “Era un mister rigido Meucci anche se aveva solo 55 anni, aveva tante promozioni alle spalle. Uno che teneva la disciplina. Allora non c’erano preparatori, faceva tutto lui con la collaborazione del vice Giovanni Righini che già era il vice di Faccenda e Angelillo (Righini andrà anche in panchina per sette partite per l'indisponibilità di Meucci, operato all'ernia del disco, ndr). Gli schemi? Non c’erano tanti tatticismi, gli allenatori più bravi conoscevano tutti i giocatori avversari, le loro caratteristiche – racconta Berlini  - . Io avevo il compito di recuperare palla e darla a Lorenzetti o a Di Maio e Romano e ci pensavano loro a imbeccare i nostri attaccanti, dietro c’erano Sarti, Agostinelli e gli altri. Si lasciava spazio alle capacità dei singoli, c’era pragmatismo. Il motto era: ‘Se non si può vincere, non si deve perdere’.  Di Maio era tra i più navigati, per i più giovani un esempio. Suonava la carica così: ‘Ragazzi, diamoci sotto, devo portare il filetto ai miei bambini…’ . Voleva vincere Mimmo perché così si prendevano i premi partita. Era questa la nostra tattica. C’era uno spirito di gruppo eccezionale, adesso ho i miei dubbi che funzioni ancora così.  In quella stagione ero titolare fisso. Avevo 21 anni, correvo col sangue agli occhi. La rosa non era numerosa ed era composta anche da giovani come Castronovo, Rossi e i poveri Marchi e Fiorini. Segnai tre gol: due alla Sangiovannese e uno in mischia nel fango al Giulianova. Il Romeo Neri era pieno come un uovo”.

In quegli anni riminesi il Vecio – questo è il nomignolo affettuoso  con cui gli amici chiamano Valter sposato con Annarosa, padre di Nicoletta e nonno di Tommaso di 12 anni e Mia di 10 – è convocato nella Rappresentativa Nazionale giovanile di mister Giovannini assieme a Colomba e Buriani; poi è nazionale Under 20 di serie C con Cinquetti, Vinazzani, i gemelli Piga della Torres, il portiere Benevelli, lo stesso Buriani e Buccilli, che poi vestirà il biancorosso. Infine, gli viene assegnato il Premio Stadio, un prestigioso riconoscimento dell’epoca per i migliori giocatori dei tre gironi di serie C. Con Berlini (B) vinsero Buriani (A) e Sciannimanico (C).

Berlini, al primo anno di serie B conosce Herrera. Com’era il Mago?

“Ricordo che ad inizio stagione venni via dal ritiro perché non mi accordai sull’ingaggio: c’era una differenza di 50mila lire. Poi trovai l’accordo. Il Mago portò entusiasmo. Era diverso dagli altri. Lavorava soprattutto sulla psicologia. Coi più vecchi aveva dialogo maggiore: Fagni, Di Maio, Carnevali. La prima cosa che fece fu l’ordine di acquisto di trenta palloni nuovi: al segretario Cesare Angelini penso sia venuto un coccolone attento come era alla cassa. Portò una bella novità: gli allenamenti erano quasi tutti con la palla. Al giovedì si sistemava in tribuna con la moglie. Diede una forte scossa a tutti: noi giocatori, dirigenti, tifosi. Allo stadio per gli allenamenti c’erano sempre 200 persone”.

Una definizione per Becchetti che vi condusse alla salvezza dopo la squalifica di H.H.

“Un istrione, aveva una gran chiacchiera. La salvezza fu una impresa”.

Poi suo allenatore fu Osvaldo Bagnoli, stagione 77-78, l’ultima sua in biancorosso.

“Fu salvezza, le mie presenze 38. Non potevi non volere bene ad Osvaldo, era una persona squisita. Ti trasmetteva serenità, dal lato tattico si faceva già qualcosa in più, comunque si imparava soprattutto dall’esperienza sul campo. Ad esempio, in una amichevole ai tempi del Padova contro il Milan vidi Franco Baresi all’opera nel due contro due: fu una lezione straordinaria per imparare la fase difensiva. Ho migliorato a 27 anni il colpo di testa osservando bomber Franco Pezzato al Padova, uno che prendeva l’ascensore per colpire di testa. Era come Beppe Savoldi, i lanci lunghi erano tutti suoi: saltava più in alto di tutti e stava lassù una vita”.

Dopo la stagione al Mantova vive un triennio d’oro al Padova.

“Al Mantova arrivai nello scambio con Tedoldi e trovai gli ex compagni di squadra nel Rimini Quadrelli e Frutti. L’allenatore era Ugo Tomeazzi. Una stagione senza infamia e senza lode. Al Padova sono stati tre anni stupendi, con una nuova società dopo le vicissitudini di Giussy Farina. Lo stadio Appiani era un catino carico di entusiasmo, impossibile non vincere con diecimila spettatori a spingerti. Nel primo anno conquistiamo la Coppa Italia e perdiamo lo spareggio promozione per la C1 contro il Trento a Verona ai rigori 5-4 dopo il 2-2 ai supplementari. Gran parte dei 20mila tifosi erano di Padova. La stagione seguente arriva la C1 sempre con Guido Mammi allenatore e il campionato successivo con mister Mario Caciagli ci piazzammo al quarto posto con l’Atalanta davanti a tutte”.

Chi erano i suoi compagni di squadra in quegli anni oltre a bomber Pezzato?

“Pillon, Cerilli, il portiere Bardin, Andreuzza, Da Re, Fasolato, Romanzini. Adesso in serie C non ci sono giocatori così forti”.

A Prato, stagione 1982-1983, altra promozione in C1. E poi arriva il triennio di Livorno altrettanto ricco di soddisfazioni.

“Al Prato andiamo in tre da Padova: io, Pillon e Vitale. E’ primo posto. A Livorno, invece, ci trasferiamo da Prato io, De Rossi, il papà di Daniele, e Grossi. E’ subito C1. Quel Livorno di mister Renzo Melani chiuse imbattuto, subì appena sette gol: un record che detiene tuttora. L’Ardenza era inespugnabile. Ricordo che nella stagione migliore noi giocatori guadagnammo 30 milioni di lire ciascuno di premi, tanti quanti – così mi disse Sauro Frutti – ogni giocatore del Bologna che salì in serie B”.

Nell’84-85 si forma una bella colonia di riminesi.

“Arrivano i giovani Igor e Stefano Protti, Zamagna, il riccionese Ceci, da Ancona Luca Gaudenzi. In squadra c’erano altre giovani promesse: Allegri, Gadda, D’Este, che poi sarà biancorosso. Io avevo 30 anni e facevo da chioccia. Armando Onesti, ex preparatore dell’Inter ai tempi di Bersellini, e Romano Fogli erano i mister”.

E poi di nuovo il Rimini.

“Prima con Osvaldo Jaconi e poi con Giancarlo Galdiolo. Anche allora il settore giovanile era florido: Osmani, Cangini, Ciriaco, Serra, Zoratto, Mattei. Tra i portieri c’era il 18enne Bucci. Con Galdiolo eravamo noi vecchi – io, Cinquetti, Belluzzi, Mirco Fabbri – in campo ad organizzare i compiti. Da buon difensore Giancarlo mi affinò il salto di testa, meglio in maniera laterale e l’uso del braccio a protezione per evitare le capocciate”.

I mister che ricorda in maniera particolare?

“Non faccio graduatorie, tutti mi hanno insegnato qualcosa e li ricordo con affetto. Lo stesso vale per i compagni di squadra: in 20 anni di carriera non ricordo un litigio. Ho avuto la fortuna di militare in squadre con un forte senso di appartenenza. Questo deve essere di insegnamento per i giovani calciatori”.

La sua carriera quando si è fermata?

“Dopo Rimini sono salito in serie C2 dalla D con l’ Imolese, poi ancora serie D a Civitanova, Città di Castello e per finire Cervia in Promozione. Avevo 37 anni. Sono contento della mia ventennale carriera, di quello che mi ha dato il calcio anche sotto il profilo umano. E’ stato un insegnamento di vita”.

Da allenatore ha lavorato soprattutto nel settore giovanile.

“Ho cominciato al Rivazzurra sotto la guida del maestro Firmino Pederiva, con Allievi e Giovanissimi, poi un anno al Rimini.  Quindi per tre anni sono stato responsabile e osservatore della Scuola Calcio Parma: seguivo le società affiliate di Veneto, Emilia Romagna e Marche”.

Con i grandi è stato collaboratore di Roberto Landi in alcune esperienze all’estero. Quale la più significativa?

“In Qatar da un lato per lo sfarzo che si tocca con mano, dall’altro per la cultura di quel paese distante anni luce dalla nostra che condiziona anche i ritmi di una squadra di calcio. La più affascinante professionalmente è stata in Scozia, al Livingstone, in serie B. Strutture stupende, educazione sugli spalti dove non ci si sogna di inveire contro l’arbitro, c’è grande correttezza. Il terzo tempo è una abitudine. La cultura sportiva è al top. Ho girato parecchio per vedere all’opera le altre squadre tipo Celtic e Rangers”.

Lei è stato responsabile del settore giovanile nel primo anno di Giorgio Grassi, quello della rinascita. Poi si è dimesso. Perché?

“Grassi, che è un bravo imprenditore oltre che mio compaesano, voleva istituire la scuola calcio e far pagare le quote di iscrizione, due cose che avevamo escluso nel programma di insediamento. Questione di coerenza. Ho preferito non rinnegare le mie idee”.

Cosa farebbe per organizzare al meglio un settore giovanile?

“Ci vuole un cambio di mentalità e il coinvolgimento di più persone che credono in un progetto. Il primo punto sono le strutture. Bisogna ottimizzare quelle che ci sono in attesa del vagheggiato centro sportivo. Lo stadio Romeo Neri non può essere un campo di allenamento di tutte le squadre, frisbee compreso, ma il punto di arrivo di un ragazzino che vuole arrivare in prima squadra. Facendo le dovute proporzioni, avete mai visto San Siro, il Bernabeu o più semplicemente il Manuzzi ad ogni ora occupato da ragazzi che si allenano?”.

Facile a dirsi così.

“Deve entrare in campo il Comune. Bisogna creare dei piccoli centri sportivi, una sorta dei vecchi oratori, dei punti di aggregazione dove i ragazzini vanno a giocare liberamente e si divertono e imparano. Gli spazi ci sono. E i privati possono gestirli”.

Andiamo avanti.

“Bisogna trasmettere ai giovani la passione e non la falsa aspettative di sfondare. Ci sono bambini riminesi che a 10-12 anni vengono sballottati tutto il giorno anche in province lontane per inseguire a tutti i costi un sogno. Non è educativo, non va bene. E’ dimostrato che il tasso di abbandono alla lunga in questi casi aumenta: c’è la crisi di rigetto. I bambini invece devono crescere nel loro ambiente, a 14 anni se c’è l’opportunità vanno allora giocare nella squadra della propria città. E’ un messaggio che rivolgo in primis ai genitori. Al Rimini avevamo creato una rete di società satellite: segnalavano i prospetti migliori fino ad allora cresciuti in casa loro. Faccio sempre l’esempio di Matteo Brighi: da bambino ha mosso i primi passi nella squadra del suo oratorio, a 14 anni è andato nel Rimini Calcio. La società di punta deve essere il riferimento come accadeva ai miei tempi e a quelli di Sauro Frutti, individuato sempre da Micheloni a Montescudo. I ragazzini vanno trattenuti sul territorio. Ci vuole la capacità di crescere talenti e portarli fino alla prima squadra: in altre nazioni c’è più coraggio”.

Berlini, dai suoi tempi il calcio è cambiato. Ora ci sono i camp, le lezioni individuali di tecnica…

“I camp sono una buona cosa, esprimono socialità. Le lezioni individuali sono un’altra cosa. E’ un aspetto mercantile del calcio che non condivido. Il calcio è un gioco collettivo, è spirito di squadra; la tecnica si affina assieme ai compagni. Bisogna piuttosto valorizzare l’appartenenza”.

Valter Berlini, una risorsa di esperienza che non può andare perduta in un calcio cittadino sempre più pazzo.

Stefano Ferri

Nella gallery: 1) Walter Berlini non ancora ventenne con la maglia a scacchi. 2) La squadra della promozione in serie B, stagione 1975-1976. 3) Il Rimini della stagione della salvezza in B (1976-77): In alto Di Maio, Tancredi, Marchi, Berlini, Agostinelli, Sarti. Accosciati: Sollier, Fagni, Grezzani, Pellizzaro, Russo. 4) A sinistra il 23 maggio 1976: il Rimini è in B dopo il 2-2 di Teramo. 5) In contrasto con Panizza a Catania: alle sue splale Di Maio e Sollier.

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