Luned́ 08 Marzo17:38:17
Android
 | 
iOs
 | 
Mobile

Galassi: 'Due gol, un palo e poi l'infarto. Ho visto la morte. Ho scoperto Kjaer del Milan'

L'ex Rimini ora fa il ds: 'Ho rubato Sensi alle big e lanciato Diawara. Sacchi? Studiava i blocchi della Marr'

Sport Rimini | 05:08 - 07 Febbraio 2021 Andrea Galassi in azioneal Neri  con la maglia del Rimini contro l'Ancona stagione 1984-1985 Andrea Galassi in azioneal Neri con la maglia del Rimini contro l'Ancona stagione 1984-1985.

La domenica del 4 febbraio del 1996 Andrea Galassi se la ricorderà a fondo. Era a casa dopo la partita Imolese-Poggibonsi (serie C), vittoria per 3-1 con sua prestazione super. In svantaggio, il centrocampista tuttofare segna la rete del pareggio, poi quella del 2-1 (la quinta della stagione) e non pago colpisce un palo. Una grande giornata come tante ne ha vissute nella sua brillante carriera. Al ritorno nella sua abitazione di Santarcangelo, sul divano, Galassi all’improvviso si sente male. Accusa un gran dolore al petto, una fitta atroce. Il suocero chiama il 118 e l’ambulanza lo porta all’ospedale cittadino e da qui in fretta a furia viene trasferito all’Infermi di Rimini. E’ un infarto. Rischia di lasciarci le penne il buon Andrea.

“La sfangai perché avevo un cuore forte, era come una Ferrari” dice l’ex centrocampista, poi direttore sportivo, quindi osservatore di fiducia di Rino Foschi al Palermo prima e al Torino. La coronarografia, due giorni dopo a Bologna, certificherà l’occlusione di una coronaria. “Incappai in una giornata molto fredda,  i vasi sanguigni si erano ristretti e il sangue era molto denso. In estate  non sarebbe accaduto. Gli esami successivi non segnalarono problemi. Un caso rarissimo. Fui costretto comunque a smettere col calcio. Avevo 32 anni” ricorda.

La carriera di Galassi, di Gatteo Mare, un altro prodotto del vivaio cesenate (vinse lo scudetto Primavera con Arrigo Sacchi in panchina), nei professionisti è partita dalla Rondinella in C1 (26 presenze), ma il suo vero trampolino di lancio è stato il Rimini con Arrigo Sacchi nel campionato 84-85 (32 presenze e 4 gol). Un motorino infaticabile, con un piede niente male,  grande capacità di inserimento e il gol nelle corde.

Galassi, anche lei è un altro che deve ringraziare Sacchi.

“Senza dubbio. Quello di Rimini è stato uno degli anni più belli della mia carriera. Eravamo un gruppo giovane, sfrontato. Non siamo saliti in serie B perché ci è mancato un bomber, uno che ti risolvesse le partite anche quando non eri al massimo, senza cioè dover creare una gran mole di gioco”.

La rete più bella?

“La segnai a Legnano: il campo era bagnato e su un cross all’indietro colpii di prima intenzione sulla respinta della difesa, un rasoterra preciso sul primo palo. Se dovessi ripetermi dieci volte non so se riuscirei almeno una a far centro. Mi seguiva il ds della Sampdoria Borea, almeno così mi diceva Sacchi, ma la flessione nel girone di ritorno di tutta la squadra smorzò l’interesse”.

Perché non seguì Sacchi al Parma?

“Il Cesena preferì cedermi in serie B e andai alla Sambenedettese mentre il mister prese la guida del Parma che militava in serie C. Il mio allenatore fu Giampiero Vitali, brava persona, un tecnico italianista, il contrario di Sacchi. Mi sfruttò nella marcatura a uomo per cui mi trovai a fronteggiare Caso che militava nella Lazio, Causio e Beccalossi che erano a fine carriera con Triestina e Barletta, Incocciati. Giocai 32 partite”.

E qui torna in pista Sacchi e il Parma.

“Il Parma è promosso in B. Sacchi mi vuole a tutti i costi. Ritrovo Bianchi e Zannoni, miei compagni al Rimini, e purtroppo il secondo si infortuna in precampionato, c’è il portiere Ferrari. Siamo una squadra giovane, un po’ come il mio Rimini, e gran parte di quei giocatori ha poi militato in serie A. In attacco giocano il diciottenne Melli e il ventenne Fontolan. Come a Rimini paghiamo l’assenza di un bomber. Ci giochiamo la promozione all’ultima giornata allo stadio Adriatico di Pescara pieno come un uovo perdendo 2-0. Chiudiamo la stagione al sesto posto”.

Chi è stato per lei Sacchi?

“Sacchi è stato il numero  uno incontrastato, un tecnico innovativo dal punto di vista tecnico, tattico e mentale, ma anche un padre:  era legato a noi giovani tanto che quando incrociava mia madre spendeva belle parole per me. Non è tanto il numero delle vittorie che conta,  quanto la maniera in cui determini il risultato, e sotto questo aspetto Sacchi è stato il numero uno”.

Dopo il Parma ritornerà alla Sambenedettese nuovamente in serie B da titolare. Il mister è Domenghini. Che tipo era?

“Giocai 37 partite e segnai tre reti tutte determinanti per la salvezza perché vincemmo 1-0. Domenghini giocava con noi in allenamento con le scarpe Superga al piede e diceva la sua, aveva un lancio di 50 metri. Allenava i portieri calciando scalzo da 40 metri. Fece venire Mario Bertini per vedermi all’opera e chissà prendermi all’Inter. Domingo era un tipo estroso, era di poche parole e fumava abbastanza”.

La stagione successiva finisce al Piacenza ed è retrocessione in serie C.

“E’ da dimenticare quel campionato. In panchina Perotti successe a Catuzzi. Gli attaccanti Madonna e Serioli furono ceduti al’Atalanta, Signori era un ragazzino e fu poi ceduto al Foggia di Zeman. Iorio non fu sufficiente. La stagione successiva rimasi lì per qualche mese, poi mi chiamò Marchioro alla Reggiana, sempre in serie B. Dopo 14 spezzoni giocai dieci partite di fila. Ma un infortunio al ginocchio mi fece saltare il resto della stagione: mi ruppi crociato, collaterale e menisco. Feci tutto da solo, mi infortunai in un movimento laterale su lancio di Zanutta. Peccato, era nell’orbita della Fiorentina. Stavo andando alla grande, ero tra i migliori centrocampisti della categoria. L’intervento a Pavia riuscì bene ma la mia inattività durò nove mesi, la rieducazione fu lunga e tenete conto che parliamo di trent’anni fa quando da infortuni così gravi era difficile riprendersi. Dovetti ripartire dalla serie C, a Carpi perché tra i cadetti non avevo più mercato”.

Nel Carpi in 31 partite segnò quattro reti. Aveva 28 anni. Perché non riuscì a tornare in serie B?

“Non accettai delle condizioni che non mi parevano giuste per la mia cessione pur avendo delle richieste. Rimasi fermo e per svincolarmi fui costretto a scendere in Interregionale. Allora mi accasai al Forlì In Interregionale per svincolarmi dopo sei mesi anche se il Carpi ad un certo punto, in precaria posizione di classifica, mi richiamò. Andai per la mia strada e in quel frangente commisi un errore perché sarei rimasto in terza serie”.

Al Forlì si ritrovò a fine stagione in serie C1 e sotto San Mercuriale rimase tre stagioni.

“La società era solida. Il primo anno con mister Lele Lucchi ci piazziamo al secondo posto alle spalle della Maceratese anche grazie alle mie cinque reti, una beffa perché fino alle ultime tre partite eravamo in testa. In una parola buttammo via la stagione, ma per fortuna fummo ripescati in terza serie. In C il mister è Varrella e la squadra si mantiene tra il primo e il terzo posto. La società stava per prendere bomber Pasquale Traini che invece andò al Gualdo che riuscì a vincere il campionato. Lo stesso film del Rimini di Sacchi. In squadra c’erano Kalle Calderoni, Finucci tra i pali, Beppe Angelini. Io ero titolare fisso e segnai ben 11 reti. Nella terza e ultima stagione mi ripeto con 8 reti”.

Chiude la stagione a Imola in C di cui abbiamo detto. Contento della sua carriera?

“Sono stato sfortunato per via dell’infortunio al ginocchio, avrei potuto giocarmi una chance in serie A e invece… Sono contento, mi sono divertito, ho guadagnato bene (gli ingaggi allora in serie B viaggiavano sugli 80-100 milioni di lire, ndr) ma tornassi indietro mi farei aiutare da un procuratore”.

La sua seconda vita è quella di direttore sportivo a fine anni Novanta. A Forlì subisce una doppia beffa, in serie D e così con l’Aglianese.

“La prima volta coi Galletti abbiamo perso lo spareggio contro l’Imolese, una squadra che in realtà era più forte; la seconda all’ultima di campionato, in vantaggio di un punto sul Russi, abbiano colto un pari per 0-0 a Camaiore in una partita in cui successe di tutto contro una squadra che si doveva salvare mentre il Russi espugnò Agliana. Ci sfuggì la serie C per un punto e in questo caso ammetto che la beffa fu veramente dura da digerire”.

Nel 2000-2001 un’altra marezza con l’Aglianese di mister Andreazzoli.

“Il mio asso nella manica fu l’ingaggio dell’attaccante Balesini che arrivò a gioco lungo segnando 16 gol in 16 partite. Da -8 dalla capolista Poggibonsi rimontammo fino al -1 dell’ultima giornata in cui la leader espugnò Todi e così non riuscimmo a operare il sorpasso. Andreazzoli è un bravo mister partito dalla gavetta e arrivato alla serie A”.

Lei è stato a Cesena per tre anni, due in serie A e una in B al fianco di Lorenzo Minotti.

“Facemmo un campionato B e due nella massima serie. Io mi occupavo in particolare del settore giovanile. Parlando con lui e la sua famiglia convinsi Stefano Sensi, in uscita dal Rimini Calcio perché la Cocif non iscrisse la squadra, a vestire il bianconero. Lo volevano Genoa e Atalanta. Fu un bel colpo per il club che poi lo cedette al Sassuolo. A livello qualitativo è il giocatore più forte dell’Inter”.

A proposito di Sensi, fu uno dei pilastri del San Marino in serie C che riuscì a retrocedere con La Mantia, Diawara, Cuffa, Musetti e altri bravi giocatori. Come mai?

“Io arrivai a dicembre, misi a posto la squadra nel girone di ritorno e con mister D’Adderio al posto di Tazzioli arrivammo all’ultima di campionato a -1 dai playout. Andò male la partita decisiva di Piacenza dove tra l’altro io mancavo perché ero in Gambia per pescare dei nuovi Diawara. Purtroppo la convivenza tra nuovi arrivati e vecchia guardia, tra chi giocava e chi no, fu complicata e pagammo la situazione a caro prezzo”.

Il suo risultato migliore al Parma nel 2005 sempre al fianco di Minotti dopo il fallimento del club ducale e la ripartenza dalla serie D. Facile con una società così…

“Vincere non è mai facile soprattutto in una piazza come Parma. Nevio Scala era il presidente, Lorenzo il responsabile dell’area tecnica, io il direttore sportivo, Apolloni il tecnico. Eravamo un gruppo unito. Vincemmo con 19 punti di vantaggio, imbattuti. Erano 10mila gli abbonati. La società voleva andare in B in due anni. L’anno seguente dopo la sconfitta di Padova la società esonerò il tecnico e mentre Scala si dimise io e Minotti fummo licenziati perché non eravamo d’accordo sulla decisione. Eravamo un gruppo unico tutti noi, ci pareva un tradimento dividerci”.

Perché da allora non ha trovato spazio in club di livello?

“Questo è un lavoro anche di relazioni, di rapporti, io sono stato sempre un cane sciolto, un po’ orso se vogliamo, e in questo mondo che non è per nulla facile di suo certe posizioni alla fine non pagano. Tra l’altro Minotti ha preferito la carriera di commentatore a Sky e dunque mi è mancato un punto di riferimento importante. Ora in attesa del tram giusto collaboro con un importante procuratore. Ma il mio obiettivo è continuare a fare il mio lavoro che credo di saper svolgere con profitto, con un ruolo definito ”.

Lei è stato con Beppe Corti, suo compagno di squadra al Parma, nello staff di Rino Foschi al Palermo. Il colpo migliore?

“Mi occupavo di scout e di mercato estero in Europa. Prendemmo il difensore danese Simon Kjaer dalla Superliga. A 18 anni partecipò al torneo di Viareggio con una squadra danese: lo vedo e lo blocco subito. Foschi andò in Danimarca a chiudere l’affare. Rino mi chiamo dicendo: ‘Andrea, sei sicuro di questo Kjaer? Mi chiedono tre milioni di euro’. ‘Rino vai tranquillo’ gli dissi. E così fu. Poi Sabatini lo rivendette a 16 milioni. A Palermo abbiamo svolto una ottimo lavoro: preso Amauri a 7 milioni e rivenduto alla Juve a 22, Cavani, Toni. Tra Barzagli, Toni e Zaccardo la plusvalenza del club è stata di 40milioni. I quattro anni di Palermo sono stati esaltanti. Rino Foschi? Lo definirei un grande commerciante del mondo del pallone”.

L’allenatore migliore è stato Sacchi. Ci racconti una curiosità.

“Dopo l’allenamento a Neri andava al palasport Flamino a vedere gli allenamenti della Marr di Piero Pasini: studiava i blocchi e poi ce li proponeva in allenamento. I blocchi nel calcio li ha affinati Arrigo. Ve lo dico perché andavo anche io al Flaminio e lo vedevo in prima fila”.

Ce ne dica un’altra…

“Sacchi caricava al massimo la squadra. Se ti incontrava in un corridoio e gli veniva in mente uno schema ti fermava e contro il muro te lo disegnava con le mani. Aveva paura di scordarselo. Era maniacale Arrigo”.

Galassi, in Romagna ha giocato con le maglie di Cesena, Forlì e Rimini e ha lavorato come dirigente nei primi due club. Le manca il Rimini…

“Mi piacerebbe lavorare a Rimini, una grande piazza, con una programmazione pluriennale, una società organizzata, al fianco di persone competenti che esprime il territorio. E questo al di là della categoria,  dunque anche in serie D. Non è facile fare calcio qui perché le aspettative della tifoseria sono sempre alte in relazione alle potenzialità dirigenziali”.

Stefano Ferri

Nella gallery 1) Andera Galassi con la maglia della Sambenedettese nel derby contro l'Ascoli 2) In marcatura su Roberto Baggio in Reggiana-Juventus di Coppa Italia 3) A tu per tu con Franco Causio in Sambenedettese-Triestina 4) All'Olimpico con la maglia del Parma contro la Lazio stagione 1986-1987 5) Andrea Galassi (ultimo a destra) nel ruolo di ds del Parma stagione 2015-2016. Da sinistra il tecnico Luigi Apolloni, il presidente Nevio Scala, il responsabile dell'area tecnica Lorenzo Minotti.

< Articolo precedente Articolo successivo >