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Lodovichetti, da bomber a mago dei muscoli: 'Acori era superstizioso, Ricchiuti giocava anche col dolore'

'Potevo arrivare in B, smisi di giocare quando mi chiamò il Rimini. Sono allievo del grande Mimmo Pezza'

Sport Bellaria Igea Marina | 06:07 - 31 Gennaio 2021 L'imperioso stacco di Davide Lodovichetti nella stagione 97-98 col Bellaria L'imperioso stacco di Davide Lodovichetti nella stagione 97-98 col Bellaria.

Davide Lodovichetti è stato nei campionati dilettantistici uno dei giocatori più conosciuti della provincia di Rimini e non solo. “Lodo” – questo il suo nome di battaglia, 48 anni compiuti l’altra settimana (classe 1973) – negli anni Novanta fino all’alba del 2000 era un bomber di prima fascia: bottino finale di 170 gol - rete più, rete meno - spalmati in quasi tre lustri di onorata carriera spesa tra numerosi club in gran parte in serie D della Romagna: Cesenatico, Cattolica (Eccellenza), Forlì (D), Bellaria (Eccellenza e D), Riccione (D), Santarcangelo (D), Rio Salso (Promozione) e Tre Fiori nel campionato sammarinese. Al nord si è spinto fino a San Lazzaro e a sud in Abruzzo, a Sant’Egidio alla Vibrata (serie D). 

Nell’area di rigore per gli avversari era più di uno spauracchio. Tre le promozioni: dalla Promozione in Eccellenza col Cesenatico e il Rio Salso e dalla Eccellenza in D col Bellaria. Lodo godeva di buona stampa: oltre che per le sue prodezze dava spesso lo spunto al giornalista per un bel pezzo di colore o una intervista sopra le righe. Era un personaggio per la sua simpatia, la battuta pronta, il sorriso, la capacità di rendere evento un derby in cui spesso incrociava degli amici di strada in quella occasione sull’altra parte della barricata. Ora parte di quelle squadre in cui ha militato – Riccione, Cesenatico, Cattolica, Santarcangelo  - non esistono più come tante altre lungo lo Stivale e non esistono più personaggi come Lodo e altri scanzonati come lui. Anche il mondo del pallone dilettantistico è più povero, perché gli euro sono sempre meno, e anche dal lato tecnico e soprattutto umano. Non esistono più derby, presidenti più o meno pittoreschi, direttori sportivi bravi o al contrario improbabili, allenatori che rendevano la settimana unica. Anche il calcio dilettantistico alla pari di quello professionistico – come hanno spiegato molti dei protagonisti del passato proprio qui su Altarimini.it – era più romantico, più appassionante, con contenuti tecnici più elevati, con giocatori di spessore. “Certe squadre potevano fare la C e vincerla a mani basse” osserva l’ex bomber.

Davide Lodovichetti, ha smesso a 30 anni. Avrebbe potuto continuare ancora. Perché?

“Al casello di Riccione mentre stavo andando in auto dal presidente della mia società del Rio Salso per pianificare la nuova stagione, mi chiamò al telefono Leo Acori, il mister del Rimini. Pensavo ad uno scherzo, invece era tutto vero. Il Rimini era stato appena promosso in serie B e la società cercava un massaggiatore che collaborasse col mitico Pietro Rossini. Mi caldeggiò il medico sociale Cesare Gori che conoscevo. Io già affiancavo al calcio questa attività professionale e per me era una occasione irrepetibile. Non ci pensai su un attimo. Richiamai il presidente della mia società e gli spiegai la situazione. In poche parole diedi l’addio al calcio iniziando la mia seconda vita: quella di massofisioterapista”.

Da giocatore ha mai vinto la classifica dei cannonieri?

“No, però sono andato sempre in doppia cifra. Tenete conto che non tiravo i rigori anche se ne procuravo parecchi. Ma ai miei tempi c’era una concorrenza forte. Le dico qualche nome: in attacco giocavano Biserna, Max Lucchi, Damato, Anastasio, Bettini, Schwoch a inizio carriera e potrei continuare a lungo”.

Contento della sua carriera?

“Guardi, in tutta sincerità dico di no. Avrei potuto fare di più, coi mezzi fisici che avevo avrei potuto almeno sbarcare in C e non esagero arrivare alla B. Ero forte di testa, a dispetto dell’altezza svariavo su tutto il fronte d’attacco, coi piedi me la cavavo bene. Ero una attaccante completo anche se un filo lento”.

Anche un po’ brontolone…

“Non stavo mai zitto, è vero, con compagni e avversari. Se non mi arrivava la palla protestavo. In campo era una guerra, ora gli attaccanti  cadono a terra come piume al vento. Vanno giù e ci stanno una vita, chiedono il rigore. Ai miei tempi il calcio era maschio, ora si ammonisce per poco. L’avversario ti aspettava col fucile puntato, se protestavi era peggio. Però era tutto molto divertente”.

Una rete che si ricorda in maniera particolare?

“Un gol di testa col mio Bellaria allo stadio Nanni: attaccavamo nella porta in direzione Cesenatico: salii di testa molto più in alto di tutti. Sembravo salito in ascensore. Minuti dopo in campo dissi provocatoriamente al mio marcatore: se devi andare all’Iper occhio, ho visto che i parcheggi si stanno riempiendo…’. Non prese bene la  mia battutaccia: per me non ci fu tregua fino alla fine della partita”.

Cosa le è mancato per fare il salto di qualità ?

“Se vuoi fare il calciatore devi condurre una vita da professionista tutti i giorni a cominciare dall’alimentazione. Diciamo che io non sono stato proprio un esempio sotto questo profilo. Mi piaceva uscire con gli amici, vivere la vita. A San Lazzaro mister e direttore sportivo tanarono me e altri compagni di squadra in casa a giocare a carte alle due di notte. Mi misi nel letto vestito e coi camperos per non farmi beccare, ma fu inutile. Tutti andammo fuori rosa. Colpa mia e basta. Di esempi ne potrei fare tanti”.

Il difensore che l’ha messa a dura prova?

“Thomas Rossini, il figlio del mio collega Pietro. Era uno molto grintoso, cercava di fermare l’attaccante a qualsiasi costo”.

Ha guadagnato col calcio?

“Allora i bravi giocatori e le punte in particolare guadagnavano bene, dai 40 ai 60 milioni di lire e potevano permettersi anche nei dilettanti di campare di calcio. Ora certe cifre non ci prendono neanche in serie C. Avrei potuto guadagnare di più”.

Consiglio ai giovani?

“Stare sul pezzo a 360 gradi, non trovare scuse e prendersi le proprie responsabilità”.

Il presidente che ricorda più volentieri?

“Ezio Filippi. Volevo smettere di giocare dopo la stagione al San Lazzaro, allora succursale del Bologna, in cui mi infortunai gravemente al ginocchio. Il ds era Giuliano Fiorini, il mister Benuzzi che ora è al Corticella, un tecnico molto bravo. Rimasi fuori per cinque mesi. Presi coscienza sul mio futuro: volevo diventare masso fisioterapista. Filippi mi chiamò tutti i gironi finché non mi convinse. Allora era al Cesenatico in Promozione. Poi lo ritrovai al Cattolica. Capiva di calcio, era fumantino. Fu per me come un padre”.

Come è cambiato il mondo del calcio dal suo osservatorio?

“Il calcio è lo specchio della società e dunque ai miei tempi c’era più rispetto. Le racconto questa: alla mia prima stagione al Forlì dove arrivavo dopo il settore giovanile ai Delfini e una stagione al Viserba in Prima categoria appena 16enne, la palestra per molti giocatori. Micio Orlandi, uno che ha fatto la serie A, al primo allenamento mi chiese al termine della seduta per favore di raccogliere i palloni. Io risposi piccato: ‘Non faccio mica il magazziniere!’. Mi beccai un ceffone in volto. In due secondi raccolsi i palloni. Era giusto così. Una forma di rispetto verso un compagno più esperto, con una carriera nobile alle spalle. Ancora adesso quando ci incrociamo con Micio ricordiamo l’episodio”.

Il suo idolo chi era?

“Tomas Skuhravy, l’attaccante del Genoa. Il mio caro amico Denis Metalli riuscì non so in che modo a rimediarmi la sua maglia col numero 10. Ho chiamato Thomas il mio primo figlio che ora ha 16 anni (gli altri sono Alex di 13 e Cristian di 7, ndr).

Come nasce il Lodo massaggiatore?

“Mi è sempre piaciuto questo mestiere che per me è una missione e l’infortunio di San Lazzaro mi ha dato l’input giusto. Allora erano pochi i professionisti sulla piazza, almeno quelli che conoscevo io erano Gigi Calderoni, il povero Mimmo Pezza e Germano Chierici”.

Con chi ha avuto a che fare?

“Ho conosciuto Chierici, che purtroppo ci ha lasciato un anno fa, uno che ti faceva sgobbare tanto per rimetterti a posto e quando terminavi il ciclo di terapia potevi stare tranquillo che non avresti avuto ricadute. Era preciso, puntuale. Se sgarravi sugli orari ti mandava a casa. Da Mimmo Pezza mi sono curato da giocatore ed è stato il mio maestro: per due anni ho frequentato come tirocinante il suo studio di Viserba per imparare l’arte mentre frequentavo la scuola di Ancona. Mi voleva bene, ero il suo cocco. Aveva una manualità unica. Lo chiamavano da tutta Italia e anche dall’Europa. Ha curato tanti giocatori famosi: Inzaghi, Zola, Del Piero, Vieri, Seedorf, Dirceu, Maradona e tanti altri. Il telefono dl suo studio di Viserba era sempre occupato. Zola ai tempi del Chelsea vinse la Coppa delle  Luciano Moggi lo chiamava tutte le settimane. Mimmo era il numero uno anche per la sua caratura umana”.

Cioè?

“Aiutava il prossimo il più possibile, non era schiavo dei soldi. E se uno non poteva permettersi le cure diceva di non preoccuparsi. ‘Tranquillo, so dove andare a prenderli…’. Nel mio piccolo cerco di fare tesoro della sua lezione. Questo è un mestiere che vive sulla passione, se pensi di farci i soldi è meglio che cambi lavoro”.

Lei è stato al Rimini quattro stagioni. Il giocatore che incrociava più spesso sul lettino?

“Senza dubbio Pierre Regonesi. Non lasciava nulla al caso, era puntiglioso. Era sempre sul lettino del massaggiatore. Ricchiuti saltava meno allenamenti di tutti, giocava anche col male: sul lettino veniva lo stretto indispensabile”.

Il più superstizioso?

“I calciatori, chi più e chi meno sono tutti superstiziosi. Leo Acori, ad esempio, voleva tre gomme da masticare prima della partita. Una volta dopo una sconfitta in casa il mister ordinò allenamento per il giorno seguente e minacciò di metter fuori rosa chi avesse scoperto in sovrappeso. Sulla bilancia sgarrò solo Vantaggiato che in quel periodo segnava a raffica e dunque avremmo perso un goleador se fosse finito in castigo. Acori ci guardò tutti negli occhi ed esclamò: ‘Vabbé, un ciccione in squadra ci vuole sempre…’. E la sua minaccia non ebbe seguito. Il bello di Acori era che cercava di stemperare le polemiche”.

Il patron Vincenzo Bellavista?

“Era un esempio straordinario. Al primo giorno gli chiesi: Pres, come fa a gestire centinaia di dipendenti? Mi rispose: ‘La cosa importante è che siano fidati, poi ci penso io a farli diventare bravi’. Voglio ricordare la figura di Giorgio Ceccherini, un altro personaggio generoso, sempre disponibile con tutti. Sono stati quattro anni splendidi quelli in biancorosso, professionalmente appaganti e divertenti anche se duri”.

Avrebbe potuto lasciare Rimini per fare anche lei a suo modo carriera?

“Certamente avrei potuto seguire Acori al Livorno, Jeda e Matri avrebbero voluto portarmi al Cagliari. Ma io ho fatto una scelta di vita privilegiando la famiglia e il centro che ho fondato nel 2004, Fisiokinetica a Santarcangelo assieme ai miei soci Corrado Ballarini e Alberto Penzi. In totale lavoriamo in una quindicina di persone”.

A proposito di Jeda, che mi dice?

“Per me  non ha espresso per intero il suo potenziale. Correva più forte con la palla al piede che senza. Acori gli ripeteva che aveva l’oro nei piedi e Jeda non se ne accorgeva’.

C’è una partita che ricorda meglio di altre?

“Quelle con la Juventus a Rimini e al Comunale. Andai nello spogliatoio del Neri a fine partita per scambiare la maglia di Handanovic con quella di Buffon. Un mito per noi tifosi juventini. Al ritorno al Comunale mi colpì la stanza per i massaggi: era grande come Fisiokinetica, c’erano ben sei lettini: c’era solo l’imbarazzo della scelta”.

Lei ha lavorato e lavora anche con squadre di calcio, di basket, uomini di sport. La qualità più importante qual è?

“In questo lavoro quando hai a che fare con uno sportivo sono importanti i tempi di recupero in relazione all’infortunio: devi accelerarli ma senza compromettere la guarigione e stare concentrato. La cosa gratificante è il ringraziamento dell’atleta che al rientro in campo non accusa ricadute”.

Il suo sogno?

“Formare un gruppo solido per assicurare quando la vecchia guardia si ritirerà lunga vita al Centro Fisiokinetica”.

Stefano Ferri

Nella gallery 1) Davide Lodovichetti con la maglia del Viserba all'età di 16 anni in Prima categoria. 2) con Seedorf. 3) Con Kakà e il fratello Digao. 4) Con Massimo Scardovi ai tempi del Forlì nella stagione 1991-1992. 5) Al lavoro nel suo Centro di fisioterapia.

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