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Fabbrica marchi falsi, a processo i titolari di Riccione e Talamello con altre 13 persone

T-shirt dal valore irrisorio di pochi euro venivano vendute per un centinaio di euro

Cronaca Rimini | 05:35 - 24 Gennaio 2021 L'indagine della Guardia di Finanza di Rimini L'indagine della Guardia di Finanza di Rimini.

Nuova udienza, lo scorso 21 gennaio, del maxi processo relativo a un'indagine della Guardia di Finanza di Rimini su una fitta rete di contraffazione internazionale di marchi. Al centro dell'indagine delle Fiamme Gialle, tra il 2017 e il 2019, una ditta di Rimini, che all'epoca dei fatti annoverava un fatturato di sette milioni di euro e numerosi punti vendita in gestione in Emilia Romagna e in Toscana, e più di una dozzina di aziende partner in franchising. Secondo l'accusa, la ditta, servendosi anche di due aziende sammarinesi intestate a prestanome compiacenti, vendeva in Italia e all'estero, anche online e soprattutto ad ignari commercianti, capi di abbigliamento con marchi contraffatti, spacciandoli per originali. In pratica t-shirt dal valore irrisorio di pochi euro venivano vendute per un centinaio di euro, dopo l'apposizione dei marchi di note case di abbigliamento o di prodotti di rilevanza internazionale. I brand coinvolti, costituitosi parte civile attraverso i propri avvocati, pronti a rivalersi economicamente sugli imputati, sono una ventina: tra essi Adidas, Nike, Fila, Vans, Dior, Gucci, Supreme, Lacoste, Rolex e infine, rappresentate dall'avvocato Christian Guidi, anche Moet&Chandon e Dom Perignon. Non è stato ammesso al processo il brand Thrasher, il marchio che sarebbe stato maggiormente oggetto della contraffazione di cui sono accusati gli imputati.  A processo sono in quindici, tra i quali i due soci titolari, un 48enne di Riccione e un 59enne di Talamello; il fratello del primo, un 42enne responsabile delle stampe sui capi di abbigliamento in virtù del suo ruolo di tecnico serigrafo; un 68enne di origine svizzera, residente in Alta Valmarecchia, risultato il prestanome che si è intestato la titolarità di una delle aziende legate alla ditta principale; una 66enne e un 70enne di Varese, che fornivano i "transfer" per apporre i marchi contraffatti sui capi di abbigliamento. Le accuse principali sono il concorso formale in contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi, l'introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi e l'auto-riciclaggio. Quest'ultimo capo di imputazione è relativo all'utilizzo dei conti correnti delle due aziende sammarinesi per "ripulire" il denaro incassato dalla commercializzazione dei capi di abbigliamento con marchi contraffatti, denaro che veniva poi diviso nei conti correnti, riferiti alla ditta principale, degli indagati.


 

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