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Cosa ci ha insegnato questa pandemia

Con ogni probabilità, quando tutto questo sarà solo un lontano ricordo, le nostre vite non saranno più come prima

Attualità Nazionale | 13:35 - 19 Gennaio 2021 Cosa ci ha insegnato questa pandemia

Da circa un anno ormai lottiamo contro una pandemia che ha cambiato radicalmente le nostre vite. Con ogni probabilità, quando tutto questo sarà solo un lontano ricordo, le nostre vite non saranno più come prima. Tutto quello che stiamo vivendo, infatti, ci ha fatto capire che ci sono alcuni concetti fondamentali su cui bisogna puntare tutti insieme, a partire dal rispetto dell’ambiente e passando per la tecnologia, fino ad arrivare all’innovazione.

Il rispetto dell’ambiente

Come spesso accade tutti i nostri comportamenti possono avere delle ripercussioni sull’ambiente. E così è stato anche per questa pandemia. La collaborazione tra virologi, ecologi e climatologi ha dimostrato già da alcuni anni che un utilizzo insostenibile del territorio aumenta il pericolo di diffusione delle zoonosi, cioè le malattie virali o batteriche dannose per l’uomo e provenienti da altre specie animali.

Le zoonosi conosciute sono molto numerose – oltre 200 secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – e il loro studio costituisce uno dei settori di maggior interesse della medicina umana e veterinaria. Sono zoonosi la rabbia, la leptospirosi, l’antrace, la SARS, la MERS, la febbre gialla, la dengue, Ebola, HIV, Chikungunya e i Coronavirus, ma anche la più diffusa influenza. Il 75% delle malattie umane finora conosciute derivano da animali e il 60% delle malattie emergenti sono state trasmesse da animali selvatici. Le popolazioni di animali selvatici sono spesso, infatti, “serbatoi” di virus e batteri con i quali hanno imparato a convivere, avendo evoluto nel tempo una capacità di resistenza fisiologica o immunità alle patologie causate da questi agenti.

La deforestazione delle aree tropicali (5 milioni di ettari di foreste vengono eliminati ogni anno solo in questa zona della Terra) e la rapida diffusione delle attività umane (agricoltura, estrazione di minerali, allevamento, urbanizzazione) in territori prima dominati dagli alberi, e dalle specie animali a loro legate, aumenta le probabilità di contatto tra l’uomo e le popolazioni animali “serbatoio”. La natura dell’emergenza in atto e la continua minaccia della crisi climatica ci inducono quindi a ritenere che le uniche soluzioni sostenibili (nel senso di “accettabili” ma anche “durevoli nel tempo”) sono quelle sistematiche. Per limitare il riscaldamento globale non avrebbe senso limitare semplicemente le attività più emissive: sono invece necessarie soluzioni “positive”, che coniughino la riduzione delle emissioni con lo sviluppo umano di tutti i popoli della Terra.

Nel concreto, questo significa compiere una radicale decarbonizzazione della nostra economia, orientando il sistema produttivo, fiscale, economico, finanziario, sociale e politico verso attività compatibili con il mantenimento del clima entro i limiti che favoriscono il benessere umano. E forse è proprio questa l’opportunità più autentica nascosta in questa pandemia.

La tecnologia

La pandemia cambierà probabilmente anche il nostro concetto di tecnologia che dovrà rispondere a parametri superiori rispetto a quelli attuali. La principale evidenza riguarda proprio il favore crescente nei confronti della digitalizzazione, con il suo contributo attivo al miglioramento della società: un fenomeno che è stato definito come Techlove. Un trend che ha visto un’accelerazione importante negli ultimi mesi, quando il lockdown ha stimolato ovunque un grande incremento dell’uso della tecnologia.

La ricerca evidenzia come circa un terzo degli intervistati, durante l’isolamento, abbia sfruttato soluzioni digitali per connettersi con gli amici, la famiglia e il mondo circostante; percentuale simile per coloro che si sono affidati alla tecnologia per distrarsi, o che l’hanno sfruttata per acquisire nuove competenze.

La fase di rinnovato Innamoramento Tecnologico vedrà probabilmente i brand impegnati a trarre nuovi e preziosi insight per la ri-definizione della loro relazione con i consumatori, per darle nuovo slancio. Quello che appare chiaro, perché si possa intraprendere un percorso strutturato e di lungo periodo, è l’esigenza di un radicale processo di “umanizzazione” della tecnologia, dando al digitale uno scopo più profondo e inclusivo.

L’innovazione

Allo stesso tempo bisognerà fare i conti con una innovazione che riguarderà gran parte delle nostre attività. Dalla spesa alla didattica online, dalla tracciabilità di beni e prodotti, alla necessità di presidi medici, fino ad arrivare alle attività di svago più diffuse come possono essere le partite su siti di casino ma anche i social. L’emergenza Covid sta sconvolgendo le priorità, portando con sè una transizione digitale verso servizi utili e innovativi. Mai come in questi ultimi mesi Pmi innovative stanno rispondendo alla crisi economica e sociale, diventando una leva strategica per la ripartenza economica del Paese. Stando ai dati di Invitalia, sono 11.200 le startup innovative attive nel 2020 in Italia: dietro a questo numero si nasconde una forza creativa che offre al mercato prodotti e servizi innovativi e che da qualche anno a questa parte stanno portando un po’ di freschezza nel tessuto imprenditoriale delle Pmi italiane.
 

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