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San Patrignano, parla il medico Boschini: "Una comunità plasmata sulle esperienze umane"

Tra i protagonisti della serie SanPa, si racconta ai microfoni di Guerra e Fricano

Attualità Rimini | 09:28 - 19 Gennaio 2021 Il dottor Antonio Boschini Il dottor Antonio Boschini.


di Nicola Guerra


La recente produzione Netflix "SanPa - Luci e Tenebre di San Patrignano" ha riacceso dopo 25 anni dalla morte del suo fondatore Vincenzo Muccioli lo storico dibattito che ruota da sempre attorno alla figura dell’imprenditore riminese e che ancora oggi porta dietro sé giudizi pregressi pressoché immutati oltre ad ulteriori nuovi da parte di una generazione che probabilmente, senza la docuserie, non sarebbe venuta a conoscenza di quello che fu il fenomeno SanPatrignano a partire dalle origini fino alla morte di quell’uomo tanto salvifico per una parte, tanto maligno per l’altra.

Tutto nella norma, se non fosse che la serie termini con stringate conclusioni riguardo quello che è ed è stato San Patrignano dopo il grave lutto che colpì la comunità ed i ragazzi di Vincenzo. Non intendo esprimere alcun giudizio tecnico riguardo la serie, ma trovo sia doveroso che lo stesso grande pubblico di utenti Netflix apprenda anche cosa sia oggi San Patrignano e in che modo si sia evoluta ed abbia affrontato il problema della tossicodipendenza in questi anni dove i cambiamenti sociali e i problemi legati alla droga sono stati non pochi e differenti tra di loro.

San Patrignano è andata avanti, eccome se l’ha fatto: è diventata la comunità di recupero più grande d’Europa, ospita oggi circa 1200 ragazzi e in oltre 40 anni sono state accolte oltre 26000 persone (fonte: sanpatrignano.org).

Domenica 17 gennaio insieme a Miriana Fricano ho avuto la possibilità di intervistare il responsabile del centro medico di San Patrignano dott. Antonio Boschini, già protagonista della citata "SanPa" dove ha raccontato la propria storia di ex ospite della comunità e di come ne è divenuto capo del reparto sanitario.

«San Patrignano oggi rappresenta quello che voleva essere 40 anni fa ma allo stesso tempo è cambiata molto perché anche il mondo, le conoscenze e le persone sono molto cambiate. La comunità ha sempre avuto la caratteristica di modificarsi continuamente in base alle esperienze e agli errori: non abbiamo mai applicato solamente teorie scientifiche, ma le abbiamo integrate a percorsi plasmati sulle esperienze umane».

Fra le altre cosa, abbiamo chiesto un suo punto di vista sulla tossicodipendenza e quanto sia mutata oggi rispetto agli anni Ottanta: «Una volta c’era il bianco e il nero, o c’era la persona sana, “normale”, o c’era il drogato, quasi sempre eroinomane e ben distinguibile per strada. Oggi è diverso: già da diversi anni la percentuale di persone che chiedono di entrare a San Patrignano per dipendenza da eroina è addirittura inferiore al 50%, mentre è sicuramente superiore quella legata a problemi di cocaina/crack, che è diventata la sostanza in assoluto più diffusa e utilizzata. Abbiamo un buon 5% che entra per problemi legati al consumo di cannabis, in particolare tra gli ospiti più giovani della comunità. Inoltre, rispetto agli anni Ottanta si è registrato un aumento sostanziale di dipendenza legata all’alcol che talvolta, nonostante passi in secondo piano, è addirittura più grave, specie se unita al consumo simultaneo con altre sostanze o a problemi di ludopatia. Diciamo che una volta il problema era unico e sempre quello: l’eroina per via endovenosa. Mediamente si passava dal consumo di cannabis a quello di eroina. Adesso c’è una varietà di sostanze e di maniere di assunzione che ha portato a registrare un aumento di ulteriori “droghe intermedie”, principalmente sintetiche (mdma, anfetamine, ketamina...), che ritardano sì l’età del primo utilizzo di eroina e sostanze che causano alta dipendenza, ma in genere nessuna droga sostituisce l’altra, anzi si sommano agli utilizzi».

Abbiamo infine parlato di come e in che modo inciderebbe sull’operato della comunità una eventuale e tanto chiacchierata legalizzazione delle droghe leggere: «Secondo me non porterebbe a una riduzione del traffico legato alla criminalità. La mia paura principale è che comunque renderebbe più difficile fare una campagna di prevenzione rispetto a una sostanza. Il dato più preoccupante è che la cannabis venga considerata “leggera”. In realtà per effetti neurotossici su un cervello che è in fase di sviluppo e crescita è addirittura più dannosa rispetto a sostanze che noi classifichiamo come “pesanti”. A quanto si sa l’eroina è meno neurotossica, meno collegata al rischio patologie psichiatriche di quanto lo sia la cannabis, in particolare in età adolescenziale».

Certo è che oggi la concezione sociale di un tossicodipendente è notevolmente mutata; il medico invita altresì a fare attenzione a stigmatizzare troppo la figura di una persona con questi problemi etichettandolo “malato”, in quanto può deresponsabilizzare lo stesso e la propria voglia reale di uscire dalla dipendenza: la lotta allo stigma rischia a sua volta di diventare uno stigma. «Non c’è sempre bisogno di una comunità dietro a un tossicodipendente: ci sono persone che a un certo punto decidono di smettere di usare droghe e lo fanno! Lo stigma rischia di instillare il dubbio o la giustificazione di non potere più cambiare».
 

L'intervista intergrale si può ascoltare qui, nel podcast Spotify di “Inside Out on Air”.
 

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