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Tentoni: 'Sono io il miglior marcatore in A della Cremonese: 27 gol. Simoni super'. Fu pagato 5,4 miliardi

Il mister disse: 'Se si gioca in contropiede è il centravanti più forte'. Sfiorò l'azzurro. A 31 anni lo stop: si operò all'anca

Sport Rimini | 08:13 - 17 Gennaio 2021 Andrea Tentoni in Cremonese-Piacenza 4-0 del 5 dicembre 1993. Il portiere è Massimo Taibi Andrea Tentoni in Cremonese-Piacenza 4-0 del 5 dicembre 1993. Il portiere è Massimo Taibi.

Se non fosse stato per una maledetta coxartrosi – la patologia causata dalla degenerazione della cartilagine che ricopre l’articolazione dell’anca – la carriera di bomber di Andrea Tentoni sarebbe stata più lunga e sicuramente più ricca di soddisfazioni (e non solo). Invece il longilineo attaccante riminese (è alto 1,90) classe 1969, al quale è legata indissolubilmente l’epopea della Cremonese di Gigi Simoni nella prima parte degli anni Novanta, si è dovuto arrendere all’età di 31 anni appendendo suo malgrado le scarpette al chiodo.

Una carriera, tra l’altro, chiusa proprio nel club in cui è cresciuto  - il Rimini –, in cui ha fatto tutta la trafila nelle giovanili coi mister Frisoni, Pesaresi, l’indimenticato Sarti, Perversi; ed, infine, in cui ha esordito in prima squadra (26 presenze dall’87 all’89). Doppiamente amaro l’addio del bomber al calcio giocato: si è consumato, infatti, con la beffa per i biancorossi nello spareggio per la C1 ad Arezzo contro la Vis Pesaro. Era il 2000. In quella stagione Tentoni mise insieme 10 presenze senza segnare un gol. Proprio la Vis Pesaro, otto anni prima – ironia della sorte – era stato invece il trampolino di lancio di questo giocatore sul quale da ragazzino c’era qualche diffidenza.

Andrea Tentoni, siamo nella stagione 1991-1992. Che succede?

“La Vis Pesaro sale in serie C1 centrando il primo posto beffando la Carrarese allenata da Gigi Simoni. Realizzo 11 gol in 34 partite. Venivo dal Latina, sempre in serie C2: avevo segnato 9 gol in 34 partite nel girone D, cioè il quarto di quel campionato. Mi prese il ds Gianni Cioncolini, acquistando la metà del club laziale (costo: 10 milioni di lire, ndr) mentre l’altra metà era dell’Ancona dove ero finito via Rimini visto che il club biancorosso era allora nell’orbita della società dorica guidata da Edoardo Longarini. Il ds era Italo Castellani. L’Ancona fu lungimirante: penso che sotto sotto non credesse fino in fondo in me, ma si tenne sempre la metà del cartellino. Era un modo per cautelarsi in caso di mia esplosione. In fondo ero un giovanotto e vai a capire che cosa poteva succedere”

Fece bene Castellani, uno che sapeva il suo mestiere.

“Direi di sì. La Cremonese, che pagò salato la prima metà al Pesaro (si parla di 900 milioni, ndr), riscatto l’altra metà dall’Ancona per quattro miliardi e mezzo”.

Torniamo al Pesaro…

“Mi aveva richiesto anche la Lodigiani Roma in cui c’era Luca Toni. L’offerta era uguale, gli obiettivi anche, io puntai allora sul Pesaro per avvicinarmi a casa. Era una società forte anche se poco presente, in consiglio c’erano alcuni degli industriali delle cucine come Berloni. Cioncolini, uno che vedeva lontano, era un bravo mediatore. Il mister era Attardi. C’era Olive a centrocampo (9 reti), Pazzaglia mio partner in attacco (13), Gasperini, l’attuale allenatore dell’Atalanta, era il nostro faro. In difesa Mosconi che era al Rimini in cui esordii nella stagione di Giancarlo Galdiolo. Appena mi vide, Mauro esclamò stupito: ‘Ma guarda te chi abbiamo preso!’.

Uno stupore in senso negativo?

“Certamente. Allora avevo 21 anni, ma ero un altro giocatore rispetto a Rimini. Mi ero definitivamente strutturato sotto l’aspetto fisico, soprattutto mentalmente ero diventato tosto. La stagione al Latina fu la mia fortuna: fuori casa impari tanto rispetto che a quando stai accucciato nel tuo ambiente. Andammo a giocare nel profondo sud, su campi infami, in ambienti caldissimi. I casi erano due: o sfondavi o smettevi di giocare”.

Lei ha sfondato.

“A Potenza segnai il gol vittoria. Per arrivare dal pullman al campo c’era una scalinata, al ritorno bisognava salire i gradoni. Dopo l’assedio di un’ora nello spogliatoio, venimmo presi a sassate per ritornare sul pullman. Viaggiammo coi vetri rotti. Me la feci addosso in quel momento, dico la verità, ma quelle sono brutte esperienze certamente da condannare che però sono utili a formarti il carattere”.

Ce ne racconti un’altra.

“A San Giuseppe Vesuviano il 30 dicembre del 1990, lo ricordo ancora, su un campo in terriccio perdemmo 1-0 con un gol nella ripresa in palese fuorigioco. Segnalo che nell’intervallo due, tre individui sconosciuti entrarono nello spogliatoio dell’arbitro. Chissà cosa si saranno detti… - ridacchia Tentoni -  A Torre del Greco dei tifosi ci fecero vista in ritiro intimandoci di perdere e così fu: per fortuna il Latina era già salvo. Al di là di tutto, fu un anno bellissimo che ricordo volentieri. Miei compagni di squadra era Buonocore e il mio concittadino Bobo Gori. La svolta fu in una amichevole estiva a Sezze: convinsi l’allenatore a tenermi con una ottima prestazione. Lì capii di aver acquistato forza e consapevolezza nei miei mezzi. Diciamo che ho avuto l’occasione e io sono stato bravo a sfruttarla”.

Riassumiamo. Dal Latina cessione al Pesaro. Promozione dalla C2 in C1 della Vis e Tentoni finisce alla Cremonese in serie B.

“Prima di Pesaro-Carrarese mister Simoni mi fa sapere che avrebbe lasciato il club toscano a fine stagione e mi avrebbe voluto con sé alla Cremonese con cui aveva già l’accordo. E così fu. In attacco siamo io, Dezotti e Florjancic. Allora la Cremonese faceva il saliscendi tra la serie A e la cadetteria. Il presidente era Luzzara, ds Favalli, due personaggi competenti. La Cremonese era un società che acquistava giovani e cercava di rivenderli dopo averli valorizzati: Bonomi, Favalli, Marcolini, prima ancora Vialli e tanti altri”.

Le cronache raccontano che la piazza storceva la bocca. In fondo Tentoni fino a qualche mese prima giocava in C2 e per dare la scalata alla A non pareva il massimo.

“Era legittimo, ma il mister era bravo a tranquillizzare la tifoseria e aveva grande fiducia e così il ds Favalli nonostante il pesante ko per 4-1 di Cesena all’esordio: mio il gol della bandiera dopo essere entrato dalla panchina. Nella partita successiva contro il Padova mister Simoni mi dà fiducia dopo una intervista su un quotidiano di Florjancic sopra le righe che il tecnico non gradì affatto’.

Morale?

“Vinciamo 3-0 e il sottoscritto realizza una doppietta. Infiliamo una serie di otto vittorie di fila, segno con continuità e alla fine il mio bottino sarà di 16 reti. Inaspettato ad inizio stagione. Anche Dezotti chiude in doppia cifra. La Cremonese finisce al secondo posto e sale in serie A. Del resto, avevamo Turci in porta, Verdelli che poi andrà all’Inter, Colonnese, Giandebiaggi, Nicolini, Maspero. Proprio con Maspero ed un piccolo gruppo di amici in un ristorante di Milano ci riunimmo per vedere Milan-Steaua finale di Champions: lì conobbi Alessandra, che diventerà mia moglie (Nicole di 25 anni e Chiara di 16 le sue figlie). In quella stessa stagione alziamo pure il torneo Anglo Italiano vincendo a Wembley la finale contro il Derby County per 3-1 con mio sigillo dopo essermi procurato il fallo da rigore del 2-1. Ci sono ancora le immagini su You Tube di quella rete. Il vecchio Wembley, una emozione incredibile. Non capita tutti i giorni di giocarci. Una stagione pazzesca per la società e per il sottoscritto: nel giro di un anno solare ero passato dalla C1 col Pesaro alla serie A con l Cremonese”.

Anche stavolta salì sul treno al momento giusto.

“Come l’amichevole di Sezze ai tempi del Latina, così la trasferta di Padova con la Cremonese sono presentate le occasioni giuste e io ho saputo sfruttarle”.

E Tentoni si ripete dimostrandosi un attaccante da massima serie.

“Mi tolgo delle belle soddisfazioni: doppietta al Napoli alla seconda giornata, i miei primi gol in serie A a 24 anni, colpaccio per 2-1 all'Olimpico con rete decisiva: Dezotti mi serve un assist di testa e io sempre di testa la butto dentro mettendo la faccia in mezzo agli scarpini di due avversari in entrata in spaccata. Poi doppietta nel 4-0 al Piacenza nel derby dei derby, il gol dell’1-1 al 90’ contro il Torino, a Udine il 24 aprile del 1994 pareggiamo 3-3 dal 3-0 iniziale con un’altra mia doppietta: un successo che significa salvezza a 32 punti. Per me sono 11 i gol alla fine del campionato”.

Entra nell’orbita della Nazionale di Sacchi in vista del Mondiale di Usa 94.

“Avevo anche parlato col Ct, mi aveva messo in allarme dicendomi cosa si sarebbe aspettato da me e nel frattempo mi seguiva il suo vice Carlo Ancelotti. Invece a metà stagione mi colpisce la varicella che mi debilita profondamente tanto che tornerò a segnare solo nell’ultima giornata. Peccato, la maglia azzurra sarebbe stata la ciliegina sulla torta”.

L’anno dopo si ripete. Sette gol, ancora con mister Simoni in panchina.

“Arriva Enrico Chiesa, il padre di Federico, reduce dalla stagione di Modena in cui segnò 14 gol. Un ragazzo timido, di poche parole, che in campo però si trasformava. Calciava bene di destro e sinistro, attaccava gli spazi come me. Cambio il mio modo di giocare, mi adatto a fare la prima punta snaturandomi un po’, ma del resto con un compagno di squadra così bravo che vuoi dire?. Il gruppo era eccezionale, nei momenti difficili si compattava e accettava anche di andare in ritiro quando Simoni lo chiedeva: ad un certo punto era diventato una scaramanzia”.

La cercarono altre squadre durante al sua esperienza alla Cremonese ? Si parlava della Fiorentina come vice Batistuta.

“Della Fiorentina non seppi nulla, so invece dell’Inter che mi voleva come partner di Bergkamp, della Sampdoria, ma la trattativa non si concretizzò, e della Lazio. Ma allora il ds Favalli non mi disse nulla, me lo rivelò anni dopo: la società però non volle cedermi”.

Nella stagione 95-96 finisce l’incantesimo: la Cremonese retrocesse in serie B.

“Retrocedemmo a due, tre giornate dalla fine. La prima vittoria arriva solamente alla 11esima giornata, le mie prime reti le segno due turni dopo e alla fine saranno nove tra cui una doppietta alla Lazio e all’Inter. Feci la mia parte, Chiesa non c’era più e la rosa era obiettivamente più debole”.

Mister Simoni di lei disse: Tentoni è il più forte centravanti se si gioca in contropiede.

“Il mister aveva una grande qualità: far rendere al meglio il calciatore in base alle sue caratteristiche tecniche; per quanto mi riguarda, io ero forte in progressione e voleva che retrocedessi sulla mediana per poi partire quando mi arrivava la palla. Sfruttavo la mia forza fisica, ero rapido e potente. Pur essendo alto, ho segnato quasi sempre di piede. Allora c’era già la zona, ma il mister ci schierava col libero staccato, due marcatori sulle punte. Era uno dei migliori rappresentati dei cosiddetti allenatori italianisti e nonostante la retrocessione in serie B lui venne ingaggiato dal Napoli. Simoni è il tecnico che mi ha dato di più. Era un signore. Se avevi bisogno, lui c’era sempre. E quando sceglieva un calciatore guardava l’aspetto umano perché i successi di una squadra dipendono anche dalle qualità morali dei giocatori. Aveva ragione”.

Il marcatore più forte?

“Senz’altro Vierchowod, mi ha fatto soffrire, era molto più tosto di Ferrara e Cannavaro, ad esempio. Ho avuto la fortuna di vivere alcune delle stagioni più affascinanti del calcio italiano misurandomi con fior di campioni”.

Siamo nel giugno 1996. Dopo quattro anni esaltanti si chiude la esaltante storia di Tentoni in grigiorosso. E ne comincia un’altra. L’approdo al Piacenza (serie B) non fu la scelta migliore.

“Vado via da Cremona con un bottino di 43 gol in campionato di cui 27 in A. Sono tuttora il miglior marcatore della squadra grigiorossa nella massima serie. Per questo è un trasferimento che viene preso male dalla tifoseria della Cremonese tanto da essere considerato un traditore, ma nonostante il mio curriculum anche da quella del Piacenza. Tra le due città distanti appena 40 km e le due tifoserie c’è una rivalità storica, accesa. La vita per me è subito difficile. In una amichevole in ritiro i tifosi mi fanno trovare uno striscione: Tentoni vattene. La gente mi offendeva. Poi ho fatto amicizia con un capo degli ultras e la piazza si è un po’ tranquillizzata. E’ una stagione no: in 31 presenze –  in gran parte delle partite sono subentrato - segno una sola rete contro il Bologna. Luiso e Piovani sono i titolari e in quella squadra allenata da Bortolo Mutti c’è anche Di Francesco, il mister del Cagliari. Ci salviamo allo spareggio di Napoli vinto contro il Cagliari”.

Dall’altare alla polvere. I tifosi le affibiarono anche l’appellativo di Rigido. Perché un’annata così negativa?

“Avevo le prime avvisaglie dei miei problemi all’anca denunciati dalle lastre. Avvertivo qualche dolore, non avevo la stessa forza fisica e il rendimento ne risentiva. Anche le due stagioni successive al Chievo e al Pescara sempre in serie B sono state negative con 14 presenze complessive e nessuna rete. Se mi fossi trovato ora in quelle condizioni avrei potuto in parte mitigare il problema con un lavoro specifico per non caricare le anche, invece allora tutti facevano tutto. Ho risolto il problema nel 2000 con l’intervento chirurgico dopo aver chiuso la carriera nel Rimini. E’ stata una liberazione perché col tempo il dolore aumentava tanto che in campo invece di divertirmi soffrivo. Provavo dolore anche al momento di scendere dal letto. Tornare? Al contrario di quanto avviene dopo l’operazione al crociato, tornare in campo dopo un intervento all’anca è praticamente impossibile. Certo, smettere a 31 anni fa un certo effetto. Avrei potuto divertirmi di più”.

Ora è dall’altra parte della barricata. Fa il tecnico di settore giovanile.

“Ho cominciato nel 2001 con la Stella in Seconda categoria, poi Pietracuta in Prima, Torconca in Promozione; quindi il settore giovanile con Stella, Riccione, Asar, per alcuni anni allo Junior Coriano. Da quest’anno sono alla Fya Riccione, una società che ha molti tesserati e crede nel lavoro di base ben strutturato: il nostro compito è lanciare dei ragazzi in prima squadra. Alleno i 2006 e i 2008. Ho il patentino Uefa B. E’ un lavoro che mi diverte, vedere crescere i giovani dà soddisfazione e in questa annata di pandemia ci devi mettere qualcosa di tuo per non fare annoiare i ragazzi che sono limitati nell’attività da regole stringenti”.

Ha avuto esperienze anche col calcio femminile…

“Si, con le prime squadre di Riccione e San Marino, una bella esperienza. Le ragazze hanno passione, mettono attenzione, hanno predisposizione al lavoro. Il loro è un approccio positivo”.

Può allenare fino alla serie D col patentino Uefa B. Non la stimola una prima squadra?

“Dovrei avere piena libertà, autonomia invece nei dilettanti non è sempre cosi. Sei sottoposto a pressioni da ogni parte: i dirigenti che mettono becco, i genitori che spingono i figli. E poi è cambiato il mondo: ad esempio, ci sono allenatori che scendono a ogni compromesso pur di sedersi su una panchina, c’è chi porta lo sponsor. Tutte cose che non fanno per me”.

Sono cambiati anche i giocatori e i ragazzi.

“Incontrai Gigi Simoni una ventina di anni dopo l’esperienza di Cremona quando era diventato presidente e mi raccontava che in ritiro, inventato per socializzare e rafforzare il gruppo, i giocatori stavano isolati, attaccati al telefonino o al tablet, intenti a mandare wats up a tutto spiano. Lo vedo anche io nel mio piccolo”.

Stefano Ferri

Nella foto gallery da sinistra: 1) Il disegno della prima rete di Tentoni in Udinese-Cremonese del 24 aprile del 1994. 2) La seconda marcatura del bomber per il 3-3 finale. 3) Una rete di testa in Cremonese-Cagliari. 4) Tentoni guardato a vista dal difensore della Lazio Josè Antonio Chamot. 5) Tentoni in versione mister: ai tempi dello Junior Coriano

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