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Mister Landi: 'Ho l'Africa nel cuore, in Qatar l'ingaggio più robusto. Nei Cosmos con Pelè: un amico'

La storia del globetrotter: 'Quanto razzismo in Sudafrica. Un riminese il presidente del City of Lusaka'

Sport Rimini | 06:32 - 10 Gennaio 2021 Il tecnico Roberto Landi (al centro) con Walter Berlini e Urbano Lega in Qatar. Alla sua sinistra lo sceicco Il tecnico Roberto Landi (al centro) con Walter Berlini e Urbano Lega in Qatar. Alla sua sinistra lo sceicco.

Europa, Georgia, Lituania, Qatar, Liberia, Libia, Zambia, Zimbabwe e Ghana. Ora, forse l’Islanda. E in gioventù da giocatore (era un portiere) Gli Stati Uniti e il Sudafrica  - Vancouver Khitecaps, Kaiser Chief, i Cosmos - dopo aver assaggiato la serie C nostrana (Ravenna, Siena Piacenza).

E’ il giro del mondo dell’allenatore di calcio Roberto Landi, in arte Bebeto (“da calciatore coi piedi sembravo un brasiliano…”), nativo di Forlì ma ben presto trapiantato a Ravenna (è stato tra i promotori di Noi Giallorossi, l’associazione che ha dato vita anni fa alla rinascita del Ravenna), riminese da una vita, in possesso del patentino Uefa Pro Licence preso nel 2006.

A febbraio compie 65 anni, ma non li dimostra affatto. E’ una enciclopedia vivente, una miniera di aneddoti, una giostra pirotecnica. Se lo incontri ti travolge con la sua parlantina, raccondandoti di tizio e caio, di quella volta che… spaziando da Pelè e Beckenbauer ai Cosmos, da Luciano Moggi allo sceicco arabo dal nome impronunciabile  e al presidente stramiliardario del club africano; da Jorge Mendes (il procuratore tra gli altri di Ronaldo) e i pittoreschi personaggi del calcio internazionale legati (anche) a capi di Stato noti e meno noti fino al neonato Rimini di Giorgio Grassi di cui è stato il responsabile dell’area tecnica nella rinascita del 2016.

“Io , Walter Berlini e Tamai facemmo un miracolo partendo da zero. Non c’era nulla: vincemmo l’Eccellenza, poi gran parte di quella squadra si è ripetuta in serie D e qualche giocatore è rimasto in C. Si era creata una atmosfera ottima. Purtroppo dopo il primo anno la convivenza con certi personaggi del management e della società era divenuta ingestibile e anche fattori esterni hanno rovinato il giocattolo. I nodi poi sono venuti al pettine come si è visto”.

Roberto Landi, che fa adesso?

“Sono nella short list per diventare Ct dell’Islanda. Siamo in tre, quattro: con me due nordici e un islandese. E’ piaciuta una mia relazione sul loro calcio del 2015 che mandai a Coverciano. E’ in ascesa: nel 2017 nella classifica Fifa si trovava a giugno 2020 al 39esimo posto dopo essere stata al 19esimo nel 2017. Non hanno mai avuto un Ct latino e sono intrigati dal fatto che uno  come me si sia interessato al loro mondo. Vedremo. Sarebbe una grande esperienza: mi dicono che gli islandesi sono precisi, lavoratori, seri”.

La famiglia che dice?

“Mia moglie Paola compatibilmente coi suoi impegni di insegnante mi ha spesso seguito, in passato anche i miei figli Federica e Gianmaria. Nulla da obiettare, del resto è lavoro”.

La sua ultima tappa?

“Da febbraio sono in Ghana all’Asati Gold, club di Champions League africana. Abbiano disputato tre partite prima del lockdown: sono stato l’ultimo a rientrare. A settembre sono ritornato per riprendere la preparazione. Ora sono in permesso per motivi di salute pronto a rientrare virus permettendo se dall’Islanda non arriveranno buone nuove” racconta mentre mostra al cellulare un video del parco macchine del suo presidente del valore di circa 1,5 milioni di euro tra Lamborghini, Mercedes, Jaguar, Aston Martin, e chi più ne ha più ne metta.

Scusi Landi, ma chi glielo fa fare? Non è più semplice trovare lavoro in Italia?

“Italia? Dipende dalle condizioni. All’estero c’è un’altra mentalità, l’allenatore è il manager, sceglie lui i giocatori che si allenano duramente, certamente più che in Italia dove invece le lamentele sono all’ordine del giorno; per questo motivo quei calciatori vanno forte. Al di là dell’aspetto economico, è una esperienza di vita e professionale impagabile. C’è il luogo comune che allenare all’estero sia sminuente, invece io dico che ci vogliono qualità, abilità, conoscenza della lingua (Landi parla molto bene l’Inglese), tutti requisiti che non tutti gli allenatori italiani posseggono: all’estero non è vita facile per i colleghi tricolori, l’esonero è facile anche lì. Sono soddisfatto della mia carriera professionale, finchè il fisico mi regge vado avanti”.

Avrà un sogno nel cassetto…

“Certo. Incontrare il Papa”.

Non ha mai avuto paura? Non si è imbattuto in situazioni pericolose?

“No, mai una discussione con alcuno anche se mi sono reso conto dei tanti problemi che si vivono in Africa. Mi ha colpito in negativo l’Egitto, un paese di grandi bellezze, ma in un declino umano pauroso”.

Neanche in Libia se l’è vista brutta?

“Nel 2012 ho guidato Al Tersana. Era il dopo Gheddafi, situazione tranquilla. Sono andato là con Urbano Lega e Paolo Succi. Sono stato bene. Eravamo vicino all’ambasciata italiana, frequentavamo il bar Roma: un ritrovo di anziani in gran parte italiani. Abbiamo fatto il ritiro a Casablanca, giocato a Bengasi, Misurata, Sirte. Da luglio a gennaio tutto tranquillo, poi scoppiata la guerra civile, giravano tutti armati: per loro era normale”.

E della Liberia che dice?

“In quel Paese allora l’ex calciatore del Milan George Weah ricopriva un incarico federale importante. A due mesi dal primo contatto infruttuoso, fui chiamato per sostituire il collega ungherese Bertalan Bicskei alle prese con problemi di salute come Ct della Nazionale: un incarico da 15mila dollari al mese. Contratto di due anni”

Perché finì anzitempo? Risultati negativi o che altro?

“Dal 165esimo posto del ranking Fifa siamo risaliti al 99esimo. Andavamo bene. In realtà non mi pagarono per due, tre mesi. Feci ricorso contro la Federazione liberiana e dopo tre gradi di giudizio ho avuto ragione ottenendo un risarcimento di 200mila dollari. Dal 2013 devo ancora essere saldato compiutamente”.

Di Zambia e Zimbawe che mi dice?

“In Zambia ero al City of Lusaka. Sa chi era il presidente? Diego Casilli, un riminese, figlio di Nello Casilli. Figura nota in città. Andò in vacanza lì e li ci è rimasto. Ha un appartamento in pieno centro storico a Rimini. Io in Zambia mi trovo un presidente riminese! Come è piccolo il mondo. A Lusaka sono diventato sostenitore e presidente onorario di una accademia che accoglie bambini da 8 a 14 anni: gli diamo da mangiare, li facciamo studiare e giocare a calcio. E spesso invio loro materiale sportivo. In Zimbawe ho perso il campionato con lo Caps United all’ultima partita con una sconfitta casalinga per 1-0”.

Come sono i calciatori africani?

“C’è talento, forza fisica, molti giocatori dal punto di vista tecnico e fisico sono imbattibili, ci sono anche struttura all’avanguardia e disponibilità economiche: l’Ashanti Gold del Ghana, il mio club, ha uno stadio privato da 20mila posti con foresteria e ristorante per i giocatori più un centro d’allenamento con due campi in erba. Però nel calcio africano non  c’è organizzazione e manca un’adeguata mentalità. Devi lavorare sulle capacità di concentrazione dei giocatori, ma devi anche conoscere la cultura dei Paesi in cui alleni e il contesto in cui vivono per stravolgere le loro abitudini. Ho allenato rom, musulmani e quando ero in Qatar ho studiato il Corano. E’ necessario se vuoi mettere insieme all’interno di uno stesso gruppo etnie e religioni diverse”.

La gente segue il calcio?

“Per molti il calcio è una forma di redenzione, i grandi club in trasferta si portano dietro 25-30 pullman di tifosi. E non c’è posto dove non si giochi a calcio. Poi c’è l’altra faccia della medaglia: un continente ricco di risorse naturali, di minerali, di miniere (platino, rame) preda delle multinazionali”.

Il suo modulo preferito?

“Il 4-4-2 o il 4-3-3, i più facili da insegnare”.

Ha vissuto l’America a 24 anni da giocatore. Ricordi?

“Avevo i capelli lunghi, ero un po’ ribelle per questo i mister sul campo e i professori a scuola mi prendevano di petto. Nacque tutto da un incontro con Francesco Morini, lo stopper della Juve, a Milano Marittima. Mi mise in contatto con i figli di Boniperti che andavano a Toronto nel club in cui giocò anche Bettega. L’executive vice president  dei Cosmos Peppe Pinto con cui tuttora sono in contatto mi portò al Vancouver Whitecaps, il club di  Grobbelaar e Krol. Dissi tutto alla mia fidanzata che ero oltreoceano”.

Diciamo che ha giocato in contropiede… E poi?

“Tornai a New York, ai Cosmos. E’ la stagione del vice allenatore Scolari, di  Chinaglia, Beckenbauer, Neeskens che in auto mi accompagnava a casa nella 42esima Strada ad un minuto dalla Quinta. Pelè era il punto di riferimento della proprietà, la multinazionale Time Warner. Ero emozionato a vedere campioni che avevo ammirato solo sulle figurine Panini. Là si vive a 300 all’ora. Ricordo che fui trascinato alla festa di compleanno di Elisabeth Taylor: presi a nolo lo smoking, mi ritrovai sul palco a parlare come un attore coi fari puntati in faccia. Sul campo, io abituato ad un allenatore solo, esisteva già allora lo staff di tecnici, si studiavano gli avversari e noi adesso ci riempiamo la bocca con la figura del match analyst. Insomma, si era avanti anni luce”.

Come andò?

“Giocavo più che altro nella stagione indoor e mi occupavo dell’organizzazione dei camp che nel 1986 per primo portai per quattro anni in Italia a Morciano dedicati ai bambini: gli allenatori era Elvio Selighini, Stefano Neri, Djalma Santos, Loris Agostini e Cinesinho con una comparsata di Rivelino. Poi i camp hanno cominciato a farli tutti. Nella seconda metà degli anni Ottanta giocai nei campionati dilettantistici italiani”.

Il legame con l’America non si è interrotto

“Ho curato degli stage per i portieri della Nazionale per i Mondiali del 1990 e 1994. Nel 1990 il presidente della Apt Piero Leoni mi coinvolse per portare la Nazionale tedesca a Rimini attraverso Beckenbauer, che ha interessi in Italia. La lodevole iniziativa che aveva uno scopo promozionale della Riviera  fallì miseramente: le nostre strutture sportive vennero bocciate e non mi pare che la situazione da allora sia migliorata, purtroppo. E sempre in quella stagione ho aperto l’agenzia viaggi Viking con Franco Lombardi, che ora non esiste più, gestendo per anni in affitto un albergo dopo aver lavorato per una importante società di marketing legata alla Rai”.

Il bello deve ancora venire. Come si avvia alla carriera di mister?

“Alla Reggiana di Franco Dal Cin mi occupo dello scouting e attraverso di lui sbarco alla guida della Under 21 della Georgia. Con me venne ad allenare i portieri Angelo Venturelli, Carlo Pomes era il team manager. Kaladze era uno dei maggiori talenti maggiori. Una esperienza di due anni. In ritiro in Italia giocammo anche contro il Rimini in amichevole a Cattolica vincendo 5-0. Nel 2001 passo alla Under 21 della Lituania”.

L’ultima tappa italiana è a Messina prima del suo viaggio che abbiamo raccontato…

“Tramite l’amico Franco Janich entro in contatto con Luciano Moggi con cui nasce un rapporto. Entro nell’orbita Gea dei cosiddetti  ‘figli di’ e sull’isola dove approdo con Gigi Pavarese mi occupo del mercato estero con il club che sbarca in serie A con mister Oddo”.

L’esperienza più toccante?

“La stagione in Sudafrica. Ero l’unico giocatore bianco in una squadra di giocatore di colore, il Kaizer Chiefs. Erano gli anni dell’apartheid, bianchi e neri non si potevano vedere. I primi stavano da dio, i secondi erano ghettizzati. C’erano ingressi separati nei locali. Non sono mai stato toccato, ma ho visto scene di violenza anche sui bambini, scene che ti segnano. Una volta stavo per intervenire, i miei compagni mi trattennero. Il massaggiatore mi disse fissandomi negli occhi: ‘Il mio sogno è ammazzare un bianco’. Ma al momento di tornare a casa all’aeroporto si commosse e mi abbracciò e mi disse che non era mai accaduto prima un gesto simile. C’erano forti legami interpersonali”.

Quella peggiore?

“Al Livingstone in Scottish First Divisione dove ho visto stadi fantastici: a fronte dei buoni risultati il sottoscritto che viene premiato come miglior allenatore della Lega, ma la società dopo l’avvento alla guida del club di un avvocato italiano, viene meno ai suoi impegni. Noi italiani ci facciamo sempre riconoscere. Con me c’era Massimo Piloni allenatore dei portieri. Più o meno la stessa cosa al Royale Union Saint-Gilloise, club belga di terza divisione e al Sopron, massima serie ungherese”.

L’ingaggio più alto?

“Senza dubbio in Qatar alla guida della Nazionale Olimpica. Con me c’era il preparatore Urbano Lega e mio vice era l’amico e collega Walter Berlini. La cifra del  contratto? Diciamo una cifra che non si poteva rifiutare. Ero reduce dalla ottima stagione al National Bucarest: battemmo 1-0 con un pizzico di fortuna lo Steaua di Zenga leader in un derby che alla vigilia alcuni pensavano addomesticato essendoci due italiani di mezzo e che invece nell’immediato dopo partita costò il posto all’illustre collega. Nella stagione precedente raggiunsi il terzo posto. Avevo il contratto biennale, il presidente mi liberò per la chiamata dal Qatar: per guidare la Nazionale l’aggancio fu l’agente Claudio Vigorelli per conto di un procuratore arabo. A Doha restai un anno”.

Perché?

“Era impossibile là fare calcio, la temperatura era insopportabile - anche 48 gradi -  durante il ramadan i giocatori non si alimentavano, pregavano cinque volte al giorno ed allenarsi era dura. In un mese un giocatore perdeva sette chili. La religione musulmana condiziona la vita di tutti i giorni e noi occidentali facciamo convivere con questo tipo di mentalità.Nonostante questo nelle qualificazioni alle Olimpiadi di Pechino dopo aver battuto Oman, Kuwait ed Emirati Arabi siamo stati eliminati dall’Iran. Per il resto tutto al top: suite in hotel a sette stelle da 250 metri quadrati ciascuna, giocatori che viaggiavano in limousine”.

Landi, il Paese che le è entrato più nel cuore? E quando la rivedremo in Italia?

“Con l’Africa è nato un rapporto speciale. Quello che chiamiamo il mal d’Africa esiste davvero. L’ho sperimentato anche io. Quando entri lì fai fatica a staccartene. E comunque qualcosa ti resta dentro. Qui ho maturato un bagaglio di conoscenze e di situazioni che non scambio con nessuno e con nient’altro. In Italia rinuncerei a questo tipo di esperienza solo per la serie A”.

Stefano Ferri

Foto gallery 1) Roberto Landi con Pelé. 2) Sdraiato sul letto quando era giovane calciatore (unico bianco) dei Kaizer Chiefs in Sudafrica nel 1982. 3) Alla guida della Georgia Under 21 nella sfida contro l'Ucraina allo stadio della Dinamo Kiev. 4) Alla guida del National di Bucarest. 5) Col presidente del Rimini Sergio Santarini e il ds Pietro Tamai con la Coppa d'Eccellenza.

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