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Trent'anni fa l'attacco della banda della Uno bianca contro i carabinieri del Pilastro di Bologna

Il pm ricorda "Abbiamo indagato sugli aghi del parco dei Cedri trovati in un auto"

Attualità Rimini | 10:38 - 04 Gennaio 2021 Trent'anni fa l'attacco della banda della Uno bianca contro i carabinieri del Pilastro di Bologna


Trent'anni fa, la sera del 4 gennaio 1991, la banda della Uno bianca dei fratelli Savi attaccò una pattuglia di carabinieri nel quartiere Pilastro di Bologna. Tre militari, poco più che 20enni, vennero uccisi: Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. «Oggi il nostro pensiero va a loro, assassinati mentre svolgevano il loro lavoro a tutela della collettività, alle loro famiglie e ai loro cari», così il presidente della regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, che ribadisce la «disponibilità della Regione a sostenere la completa digitalizzazione degli atti processuali, affinché possano essere disponibili a chiunque. Il nostro impegno rimane immutato, contro ogni forma di criminalità e ingiustizia. Un sincero abbraccio a tutti i familiari delle vittime innocenti e alla presidente dell'associazione delle vittime Rosanna Zecchi: a lei e a tutti loro va la vicinanza dell'intera comunità regionale».

«Esaminando la Uno bianca rubata chiesi di controllare le canalette scorri-acqua poste di lato al cofano motore. Vennero trovati degli aghi che sembravano di pino». È un dettaglio oggi ricordato da Valter Giovannini, l'allora pubblico ministero che seguì inchieste e processo sui delitti bolognesi della Banda, responsabile della morte di 24 persone e di oltre 100 feriti tra Bologna, Romagna e Marche tra il 1987 e il 1994. «Appurai che a Bologna e zone confinanti l'unico luogo in cui vi era una concentrazione di tali piante era il Parco dei Cedri di San Lazzaro. Disposi di verificare ogni giorno se nel parcheggio fossero presenti Uno bianche che risultavano rubate. L'idea, una volta individuatane una, era di sorvegliarla h24 per sorprendere chi fosse andato a ritirarla. Non ci fu tempo, perché pochi giorni dopo la Procura di Rimini strinse, con abilità, il cerchio su Roberto Savi». E l'intuizione si rivelò comunque corretta.
 

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