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Bagarre Sanpa, Gnassi difende la comunità: "Nel docufilm manca la narrazione delle complessità"

La docuserie di Netflix ha scatenato commenti molto forti da parte della politica e della comunità civile

Attualità Rimini | 08:58 - 04 Gennaio 2021 Il sindaco di Rimini Andrea Gnassi Il sindaco di Rimini Andrea Gnassi.


Continua a far discutere la nuova serie di Netflix dedicata alle "Luci e Tenebre di San Patrignano" e uscita il 30 dicembre, che riassume la storia della comunità tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Novanta. Un capitolo ben preciso, dalla fondazione nelle terre corianesi alle drammatiche vicende giudiziarie fino alla scomparsa del suo fondatore Vincenzo Muccioli, che seppur «tecnicamente ben fatto ha grossi limiti narrativi, tra cui quello di non averne colto la complessità leggendone i livelli di sviluppo, le evoluzioni che l’hanno portata dal 1978 ad essere quella che è oggi, una realtà composita, fluida, sempre in movimento per intercettare i nuovi bisogni legati ai drammi delle dipendenze, vecchie e nuove e per provare a mettere in campo risposte efficaci per il recupero degli ospiti». Le parole sono quelle del sindaco di Rimini Andrea Gnassi. «Si mette a fuoco solo una parte della storia che tende a dare la connotazione di rappresentazione assoluta, come se San Patrignano fosse solo ed esclusivamente la parte narrata senza considerare forza, vitalità, energia e passione di un’esperienza comunque unica».
 

A 50 anni il primo cittadino lancia uno sguardo alle sue spalle rivedendo «conoscenti, parenti e amici o morti di eroina o suicidatisi per non saperne uscire o entrati e usciti dalle comunità e poi persi. Non dimentico il dolore delle famiglie, ne porto ancor segni e ricordi oggi. L’Italia, lo Stato avevano alcuna politica ed azione di contrasto alle droghe, di fatto inerme, incapace come preso alla sprovvista davanti all’eruzione nelle piazze e nelle vie delle città di eroina e cocaina. Nascevano sul territorio le prime risposte. E anche Muccioli e Sanpa diedero una risposta, nuova e pionieristica in un mondo pieno di violenza e morte per strada. Ricordo bene come non vi era alcuna struttura ad accogliere ed intervenire di fronte alle devastanti crisi di astinenza». Poi le due distinte fasi processuali, i partiti pro e contro San Patrignano, il dibattito sugli approcci, la politica che dibatte ma anche si insinua e strumentalizza, la figura di Muccioli icona internazionale, la tragica uccisione di Maranzano. «Le domande che mi facevo allora sono quelle che mi faccio adesso, anche se le risposte non sono esattamente le stesse. Vedere il docufilm le ha riproposte, le ripropone, pur se nei limiti e in passaggi probabilmente troppo banalizzati o sbilanciati in una direzione, come a dar l’idea a volte che quei fatti stiano avvenendo adesso. L’ultima cosa che mi permetto di dire è comunque di non perdere di vista l’obiettivo, che è San Patrignano e i suoi 1200 ragazzi. Sono loro. Sarebbe incomprensibile, e un danno enorme, se le riletture ex post, più o meno interessate, più o meno nostalgiche, più o meno parziali, ledessero la comunità. Sarebbe come danneggiare noi stessi. Non esistono due San Patrignano: esiste un solo seme che nel tempo è diventato un albero forte. Esiste una sola San Patrignano di cui occorre volere e avere la capacità di coglierne la complessità e la ricchezza della comunità. Un progetto che negli anni ha saputo strutturarsi su tanti fronti di attività diverse  fino a diventare patrimonio comune di un intero territorio, di un intero paese, sempre facendo perno sul recupero degli ospiti. Facciamo attenzione alla fragilità di questi ragazzi che stanno ancora stanno compiendo un percorso di recupero e che strumentalizzazioni e colpi alla comunità possono colpirli e piegarli. San Patrignano è stata e continua ad essere la risposta ad una delle domande più urgenti dei nostri tempi, quello delle dipendenze. Ho sempre guardato a San Patrignano, a Letizia Moratti, ai ragazzi ospiti e alla governance della comunità, in questi anni a palazzo Garampi, con gratitudine e un convinto spirito di collaborazione. Penso di non avere fatto altro di ciò che era ed è necessario per Rimini e per i riminesi».

Alla voce del sindaco si aggiunge quella della presidente dell'assemblea legislativa regionale Emma Petitti: «Il docufilm è fatto molto bene e fornisce i diversi punti di vista che si ripresentano puntualmente ogni qualvolta si parla della lunga storia di San Patrignano. Tengo a precisare da subito una cosa. Siamo tutti sostenitori di San Patrignano e del suo futuro e tendiamo oggi a fare prevalere gli aspetti positivi sugli aspetti più critici - che non vanno rimossi o nascosti perché sono anch'essi uno spaccato importante di quella storia - e oggetto di posizioni contrapposte in particolare legata ai metodi coercitivi che si utilizzavano nella prima fase di vita della comunità per evitare le fughe e la recidività rispetto alla dipendenza da sostanze stupefacenti. Tra la fine degli anni '70 e gli inizi degli anni '80 le istituzioni erano impreparate ad affrontare il problema tossicodipendenza, che era esploso e pesava, in tutta la dua drammaticità, interamente sulle spalle delle famiglie  che vivevano questi drammi. Il territorio riminese ha saputo divenire riferimento nazionale per una pluralità di esperienze ed in primis San Patrignano ma senza dimenticare esperienze anch'esse avanzate come la Cooperativa "Cento Fiori" di Vallecchio, la Comunità Papa Giovanni XXIII° e l'esperienza del Sert (servizio tossicodipendenze) di Leonardo Montecchi e Sergio Semprini Cesari. Ritengo che il riconoscimento dato il 1° Dicembre 2010 dal Comune di Rimini alla Comunità di San Patrignano allora diretta ancora da Andrea Muccioli figlio del suo fondatore, al netto delle critiche, sia stata un modo per chiudere le polemiche senza cancellare i diversi punti di vista e le critiche che ancora dividono l'opinione pubblica. Oggi San Patrignano rappresenta ancora una opportunità per molte famiglie ed in particolare per molti ragazzi che compiono un percorso su loro stessi per tornare a riprendere nelle proprie mani la vita e tornare ad avere delle opportunità. Le comunità terapeutiche non sono ne’ isole  ne’ luoghi chiusi ma sono parte di una società che non deve rimuovere o negare il problema dipendenze ma lo deve affrontare sempre più con esperienza e competenze che agli inizi di questa storia, per certi versi pionieristica, non si possedevano».