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Zannoni: 'Io, nato per le sfide. Mi caricavo con Rocky3 e i fumetti dei supereroi. Sacchi cambiò il mio destino'

'Per l'infortunio al ginocchio addio A e otto interventi. Ora il calcio è senza passione'. Che forza, in un contrasto spaccò il pallone

Sport Verucchio | 07:24 - 01 Gennaio 2021 Davide Zannoni in elevazione in Rimini-Triestina al Romeo Neri (stagione 1982-1983) Davide Zannoni in elevazione in Rimini-Triestina al Romeo Neri (stagione 1982-1983).

Il destino di Davide Zannoni cambia il giorno di Ferragosto del 1982. Il Rimini di Arrigo Sacchi – siamo nella stagione 82-83 - la sera ha in programma l’amichevole al Romeo Neri contro il Bologna che allora militava in serie A, un classico per quei tempi. Al mattino il mister organizza nel ritiro di Montegrimano una seduta di allenamento delle sue: ripetute su un campo arato con pendenza del 30 per cento!. Roba da schiantare un toro. Dopo il riposo del pomeriggio, all’appuntamento per la merenda nella sala d’albergo, prima di scendere a Rimini in pullman per la prestigiosa partita in notturna, numerosi giocatori accusano la fatica: mal di gambe, pesante affaticamento, dolori da ogni parte del corpo. In molti danno forfait. Per fare la formazione Sacchi deve fare la conta dei sopravvissuti.

Zannoni, che succede allora?

“Io ero in ritiro aggregato assieme ad altri ragazzi della Berretti, tra gli altri Lele Zamagna, per fare numero. Alla fine il mister avrebbe fatto le sue valutazioni anche se il mio destino pareva segnato: dovevo andare in prestito al Santarcangelo. Sacchi quella sera mi butta nella mischia e Firmino Pederiva, il secondo di Sacchi, durante il viaggio in pullman verso lo stadio in qualche modo mi prepara. Io faccio un partitone e così tutta la squadra. Ho la mente libera, non sento il peso dell’evento perché io ero fatto così. Finisce 0-0 e io resto al Rimini con grande felicità di Severino Semprini, uno dei dirigenti, di Villa Verucchio come me. Avevo appena finito la trafila del settore giovanile. Dall’età di 13 anni orfano di padre, lavoravo in un supermercato e facevo sacrifici per allenarmi.  Ero reduce dal servizio militare svolto tra l’altro solo negli ultimi mesi alla Compagnia Atleti di Bologna e il calcio era ormai solo un hobby. Giocavo tra gli amatori. Semprini e il mio mister Pederiva avevano fiducia in me e per quello mi portarono in ritiro: li ringrazierò per sempre. Sacchi mi ha dato una chance e io l’ho afferrata. Era nel mio carattere non mollare, ho sempre avuto fiducia in me stesso, nella mia passione. Ero uno sportivo a tutto tondo - mi piacciono tuttora tutte le discipline  – col calcio nel sangue: gli amici andavano a ballare e io andavo a vedere la partita del Villa Verucchio”.

Da quel 15 agosto del 1982 inizia la grande scalata al grande calcio di Davide Zannoni, classe 1962: avrebbe potuto raggiungere vette più alte se un maledetto infortunio al ginocchio subìto alla sua seconda stagione al Parma (era serie B), in una amichevole estiva allo stadio Tardini contro il Milan, non gli avesse tarpato le ali nel momento migliore, facendolo soffrire assai anche successivamente, quando sembrava che ormai l’incidente fosse un brutto ricordo e basta. E così Zannoni si è dovuto “accontentare” di tre promozioni – dalla C1 alla B col Parma, dalla B alla A con l’Udinese e con la Reggiana – e del titolo di capocannoniere di C1 col Rimini 84-85: 17 gol in campionato (e 4 in Coppa Italia).

“E forse sono stato anche l’unico giocatore italiano passato dal campionato Arci, dopo la fine del militare, libero da ogni vincolo col Rimini, alla serie C e ad avere segnato due reti da più di 30 metri di destro e di sinistro, con l’Udinese. E pensare che mister Nedo Sonetti voleva che restassi sotto la metà campo…” se la ride divertito il mitico Zanna. E nei suoi record vanno aggiunto oltre al titolo di bomber anche la vittoria all'esordio in bicicletta nella sua prima Gran Fondo.

Torniamo al Rimini di Sacchi.

“Sacchi aveva capito che ero di ferro. Facevamo anche tre allenamenti al giorno: palestra al mattino dalle 7,30 alle 9, poi allenamento sul campo e dopo il pranzo tecnica. La sera il mister passava nelle stanze e spesso mi beccava sul balcone a fare 20-30 flessioni su un braccio, ora il destro e ora il sinistro. Sacchi non poteva credere ai suoi occhi. Del resto io vivevo nel mito di Rocky e dei fumetti dei supereroi di cui conservo tutte le collezioni. Arrivavo allo stadio con la mia 500 scoperta: la musica preferita era Eye of the tiger – l’occhio della tigre – dei Survivor, la colonna sonora di Rocky 3. Mi dava la carica”.

Il primo anno segna una sola volta in 36 partite.

“A Sanremo. In quello stadio, per la cronaca, ne ho realizzati due col Rimini e una col Parma e ho vinto tutte e tre le volte. Era un mix di anziani e giovani fantastico quel Rimini,  i miei compagni di reparto erano De Napoli e Zoratto. Ci piazzammo quarti, forse avremmo potuto fare anche di più”.

Lei finisce al Cagliari in serie B in prestito a novembre.

“Una trattativa imbastita dai due direttori sportivi, Beppe Galassi e Renato Cavalleri, ma non so fino a che punto il club sardo mi volesse. Vengo tenuto ai margini dalla società e mister Tiddia fin dal mio arrivo tanto che contro il Palermo pur con tanti squalificati vengo messo in panchina a beneficio di un difensore, De Simone. Sotto 1-0, entro io proprio per De Simone e realizzo la rete del pareggio. Da allora in poi gioco tutte le restanti 13 partite”.

Ritorna a Rimini e ritrova Sacchi: stagione 84-85.

“Il gruppo è giovanissimo, alla prima esperienza. Ho 22 anni, sono il più esperto e questo mi dà un pizzico di responsabilità in più mentre aumenta la fiducia in me stesso. Anche quell’anno ci piazzammo quarti, con un attaccante in più forse ce l’avremmo fatta”.

Salgono tra i cadetti, invece, il Vicenza di Baggio e il Brescia.

“Il Vicenza lo battiamo 2-1 al Neri. Segna il giovanissimo Baggio dopo cinque minuti per poi infortunarsi al ginocchio alla mezzora. Salvai sulla riga su Rondon, che con un uno-due, facendo saltare il nostro fuorigioco, si era trovato in porta scartando anche il nostro portiere Boldini. Sacchi pretendeva che un centrocampista coprisse sempre quando la difesa saliva e così feci io arrivando appena in tempo in scivolata sulla palla che danzava sulla linea. Poi segnai due reti, di testa e di destro al volo. Non pago, in uno scontro col nostro portiere, mi ferii all’arcata sopraccigliare e mi cucirono con 18 punti di sutura. Una domenica epica. Un’altra volta contro la Civitanovese scesi in campo con una spalla lussata grazie ad una rigida fasciatura. Non so chi lo farebbe nel calcio di adesso”.

La sua cessione al Parma dove approda Sacchi arricchisce le casse del Rimini Calcio. Sa per quale somma fu ceduto?

“Da quanto ne so un miliardo e 300 milioni, una manna dal cielo per il mio club. Una cifra esagerata per un club di C, evidentemente Sacchi mi voleva a tutti i costi. In quella sessione di mercato l’attaccante Pino Lorenzo, per dire, dal Catanzaro finisce in A alla Sampdoria; io credo che ci fossero club di A e B disposti ad acquistarmi, ma non per quasi un miliardo e mezzo. Il ds Sogliano mi disse: ‘Davide, sei il centrocampista più forte d’Italia’. Successivamente mi avrebbe voluto al Genoa di Scoglio, ma io scelsi l’Udinese perché la cifra sul contratto era doppia e io avevo ormai 28 anni e con il grave infortunio che avevo avuto dovevo far legna”.

E infatti il Parma sale in serie B.

“Nel finale soffriamo il ritorno del Modena. Siamo fisicamente in calo, prima del match contro l’Ancona mi rifiuto di fare una flebo disintossicante, acqua e zucchero, perché sono contrario per principio e non perché ci siano controindicazioni particolari, voglio metterlo bene in chiaro. Con Sacchi al venerdì litigo di brutto per 45 minuti nel suo spogliatoio e il mister alla domenica mi tiene in panchina per punizione pur avendo fin lì segnato otto gol. Del resto eravamo due testardi. Entro in campo nella ripresa e realizzo il gol vincente su punizione da 20 metri. Abbiamo vinto il campionato”.

Nella seconda stagione – 86-87 – il grave infortunio in amichevole proprio contro il Milan che segna la sua carriera.

“E’ il 6 agosto del 1986, me lo ricordo come adesso. Nessun contrasto, i tacchetti si piantano nel terreno da gioco, mi si gira il ginocchio destro. Sento una fitta atroce. Mi rompo i legamenti crociato e collaterale. Sono operato a Lione dal prof. Walch, chirurgo della scuola di Trillat. Tre mesi di gesso, rieducazione ad Albertville per un mese. Salto la stagione. Peccato, ero nell’orbita del Milan: Liedholm mi seguiva e sono certo che Sacchi mi avrebbe portato con sé assieme a Mussi, Bianchi e Bortolazzi”.

Al suo terzo anno al Parma arriva Zeman. Che tipo era?

“Se Sacchi alterna tre e due allenamenti al giorno, Zeman ne faceva, invece, sempre tre. Sacchi curava di più la fase difensiva, Zeman quella offensiva; nell’aspetto mentale il boemo era meno pressante. Giocavamo bene. Battemmo la Roma e il Real Madrid, eliminammo il Milan dalla Coppa Italia espugnando San Siro ai rigori dopo il 2-2. Io segnai su punizione da 30 metri e poi ai rigori. Sacchi la prese male: nel dopo partita mi disse: ‘Correte molto, ma noi siamo più organizzati…’. Erano invincibili i rossoneri, ma non per tutti… Nello spogliatoio venne Silvio Berlusconi: ero sotto la doccia e mi fece i complimenti. Una soddisfazione enorme.  Il presidente per l’infortunio dell’anno precedente, tra l’altro, mi fece un regalo graditissimo: una Fiat Uno. In quella stagione Zeman venne esonerato, al suo posto arrivò Giampiero Vitali, un bravo tecnico e persona squisita, che purtroppo ci ha lasciato anni fa:  lo ricordo con affetto. Giocai sempre e chiusi con 7 gol”.

Il Parma la cede all’Udinese: realizza solo tre reti pur collezionando 36 presenze.

“Ritrovo un allenatore che è l’opposto di Sacchi e di Zeman, Nedo Sonetti. Per lui devo giocare sotto la metà campo, non mi sfrutta per le mie caratteristiche e pur avendo il biennale a fine stagione prendo la via di Ancona. Il club dorico mi garantisce lo stesso ingaggio dell’Udinese. Trovo come mister Vincenzo Guerini. Ci piazziamo al quinto posto, sfioriamo la promozione in serie A. Gioco 24 partite con due reti, ma è una stagione un po’ complicata per i guai muscolari: i postumi dell’intervento cominciano a farsi sentire”.

Conosce anche il calcio del sud: Taranto. Che idea si è fatto?

“Una stagione stupenda, in serie B. Nel mio trasferimento c’è anche lo zampino di Moggi: un giorno lui e Italo Castellani, ds dell’Ancona, mi chiedono se è di mio gradimento il trasferimento al Taranto, una matricola. Mister Nicoletti, un romagnolo come me, mi vuole fortemente. E’ l’anno dei Mondiali del 1990: nella giornata in cui si gioca Italia-Eire mi incontro col ds Ermanno Pieroni e trovo l’accordo. Il mio procuratore era Oscar Damiani, ma a me piaceva dire l’ultima parola”.

Perché dice che fu una bella stagione?

“Comincio male. Il primo giorno vado a vedere una casa in cui abitare e trovo il finestrino dell’auto frantumato. Successivamente, saputo che sono un giocatore del Taranto, in città non avrò problemi, anzi: scatta un meccanismo di protezione,  diventi uno di famiglia: puoi lasciare la macchina anche aperta e non ti succede nulla. Là funzionava così. In Coppa Italia al Delle Alpi in un contrasto a metà campo con Baggio mi infortuno al retto femorale della gamba sinistra e sto tre mesi fermo. Nicoletti mi fa capitano, ruolo che avevo ricoperto anche al Parma, vuole un uomo fidato nello spogliatoio e il gruppo dei senatori mi guarda storto anche perché metto mano anche alla suddivisione dei biglietti ai tifosi e ai premi partita in modo che titolari e riserve siano sullo stesso piano. Insomma, andavo controcorrente, ma lo facevo per fare gruppo pur rimettendoci io stesso dei soldi”.

E poi?

“Al rientro comincio ad ingranare, gioco bene da centrocampista avanzato nel rombo del mister. Su 27 partite 20 sono titolare e segno nove reti. Nello scontro salvezza con la Reggina, più indietro di noi in classifica a poche partite dalla fine, mi procuro il rigore e prima di tirarlo gli avversari mi dicono: ‘Se sei un uomo lo sbagli’.

E lei che cosa replica?

‘Io no sono un uomo, sono un drago’ rispondo. E da quella volta tutti mi chiameranno 'drago’. Fu la migliore stagione della storia del club pugliese: decimo posto in B. Mi sembrava di essere tornato ai tempi del Rimini di Sacchi. Tutti mi portavano così – racconta Zannoni tenendo alto il palmo della mano  e gli occhi pieni di entusiasmo – Nelle sue lezioni sui banchi di Coverciano l’indimenticato Nicoletti mi ha sempre indicato come un esempio. Con Walter, romagnolo di Santarcangelo, c’era un rapporto speciale. Come con Sacchi”.

Perché resta una sola stagione?

“Fiuto che la società è in difficoltà economiche e visto che mi vuole tutta la serie B cerco la soluzione migliore. Damiani mi dice che mi vuole anche il Bologna di Maifredi in serie A, sembrava tutto fatto e invece… Ancora non so il motivo perché sia saltato tutto. Piuttosto mi chiedo perché il Cesena allora non abbia mai pensato  a me. Mistero”.

Approda alla Reggiana in serie B con Pippo Marchioro.

“Nel primo anno la A non arriva perché perdiamo lo scontro diretto col Pescara. Giochiamo un calcio di movimento come piace a me e vado in rete cinque volte in 37 presenze. Ci sono Ravanelli, Bucci in porta, De Vecchi. Nella seconda saliamo in serie A: all’inizio mi fa soffrire la pubalgia: alla fine 27 presenze e due reti”.

L’anno successivo il Ravenna sempre in B a chiudere la sua carriera ad appena 32 anni.

“Arrivo a novembre. Ritrovo Frosio, mio compagno nella seconda stagione al Rimini di Sacchi: è l'allenatore. E c’è Bobo Vieri allora ventenne. Il primo dei due gol arriva alla prima partita, su punizione: è il giorno in cui nasce il primo dei miei tre figli, Giacomo che ora ha 27 anni (gli altri sono Eugenia di 24 e Gabriele di 19, la moglie è Francesca).  Purtroppo i problemi fisici sono sempre più grossi, il ginocchio mi fa soffrire e negli ultimi due, tre mesi non gioco più. Appendo le scarpette al chiodo”.

E qui comincia la sua seconda vita da sportivo: diventa un biker provetto…

“Prima vado sotto i ferri altre sette volte, faccio interventi ai due menischi, la pulizia della cartilagine, la rieducazione avvene in Francia. Nel 1997 con le cure di Chierici miglioro, ma decido di effettuare dal prof Marcacci un intervento di osteotomia. Per la rieducazione torno da Chierici e  mi alleno per otto ore al giorno: corsa, nuoto, palestra. E’ una sfida con me stesso. Lì mi ha preso la passione della bicicletta. Dopo due, tre mesi pesavo 74 chili invece di 80. Alla prima Gran Fondo a cui partecipo, quella del Meeting di 103 km, vinco con arrivo in solitudine.  Ho la bacheca piena di trionfi tra cui il campionato riminese Amatori. Uno dei miei compagni di corsa è stato l’amico Ravanelli, una volta l’ho lasciato vincere. Da un paio di anni  ho lasciato perdere anche la bicicletta a causa del mal di schiena”.

Una forza della natura.

“In Berretti in un contrasto con Raffalli spaccai il pallone. Mister Pederiva ci mandò tutti negli spogliatoi. Disse: ragazzi, adesso ho visto davvero tutto”.

Un peccato non avere potuto calcare i campi della serie A.

“Non voglio passare per presuntuoso perché chi mi conosce sa che non lo sono affatto, ma avrei potuto dire la mia alla grande nella massima serie. Del resto molti dei miei ex compagni di Rimini, Parma, Reggio, Udine la A l’hanno vista e alcuni anche a lungo”.

Segue ancora il calcio?

“Pochissimo. Non è più quello dei miei tempi. Non ci sono più i supereroi, i valori umani, la passione. L’attaccamento alla maglia. I calciatori sa che cosa mi sembrano? Degli attori, degli uomini di spettacolo che recitano un copione e non uomini di sport. Non c’è più l’aspetto romantico di una volta. E poi i rigori… Appena sfiori un avversario quello va giù e invoca il rigore, ai miei tempi dovevi prendere delle belle randellate per guadagnarti un penalty”.

Non ha pensato ad allenare?

“Presi anche il patentino, ma sul campo anche volendo non potrei stare a lungo col ginocchio che mi ritrovo. No, non sono più rimasto nell’ambiente: mi sono disamorato. Il calcio è diventato un mondo finto. Preferisco seguire le gesta di mio figlio Giacomo, che ha militato anche in serie C, nella squadra di basket di Villa Verucchio. E’ mancino, usa mano destra e sinistra, ha talento. Ha trovato lavoro subito dopo la scuola e quando c’era da scegliere tra basket ad un certo livello e il lavoro ha preferito il secondo. Ora gioca per divertirsi. Il basket mi è sempre piaciuto: quando uscivo dallo stadio Neri mi infilavo al Flaminio a vedere il Basket Rimini. Ora vado a vedere Giacomo e mi godo la pensione”.

Stefano Ferri

Nella gallery: 1) Zannoni e Pasa in udienza col Parma da Papa Giovanni Paolo II. 2) Zannoni e Santillana e l'arbito Paolo Casarin prima dell'amichevole Parma-Real Madrid. 3) Zannoni guardato a vista da Mussi in Milan-Parma di Coppa Italia. 4) Zannoni col figlio Giacomo, cestista. 5) Zannoni assieme all'ex compagno di squadra Ravanelli in una delle numwerose gare ciclistiche.