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A Tavola con: Marco Pavani. Dal Bettolino al Tanha, storia di un imprenditore e dei suoi successi

Idee innovative. Semplicità e senso di unione, la formula giusta con cui Marco (e Danilo) hanno fatto mangiare, bere e ballare un paese

Attualità Novafeltria | 09:22 - 27 Dicembre 2020 Marco Pavani Marco Pavani.

Di Monia Sebastiani

Marco. Marco del Jolly. Marco dell'Avamposto e del Tanha. Marco, che per tutti è sempre stato Marco e basta. Al limite Pavani, che però, poi, lo si confondeva con Danilo, il fratello. E non si capiva più in quale locale fosse l'appuntamento.

I Pavani. I Re Mida della ristorazione della Valmarecchia. Quelli che qualunque cosa toccassero si trasformava in oro. Al contrario di Mida, però, che ebbe in dono il potere da Dioniso, Marco e Danilo la loro fortuna se la sono creata e meritata.

Hanno saputo trovare la formula giusta per la vallata, miscelando sapientemente un modo di fare schietto e sincero e una gran voglia (necessità?) di divertirsi. Sono stati capaci, così,  di far brillare ognuno dei locali che hanno gestito.

A cominciare dal Bettolino, a San Leo, che  è stato un po' il  loro "ballo delle debuttanti". Non appena ventenni hanno rilevato il locale riuscendo, nel giro di pochi anni, a farlo decollare. Cucina tradizionale, semplice, ma genuina e sapori nostrani la facevano da padroni. Ma quella formula giusta, di cui sopra, non era e non sarebbe stata (solo) quella della buona tavola. Quello che, piuttosto e per fortuna di tutti, caratterizza i Pavani e che li distingue dagli altri è il loro savoir faire, fondato sulla simpatia, sull'empatia con i clienti che puntualmente diventano compagni di avventure e su una non trascurabile dose di autoironia e predisposizione all'avventura.

Doti che hanno aperto la strada a tutte le nuove esperienze che i due fratelli hanno intrapreso.

Come quando decisero di rilevare un piccolo chiosco sul fiume Marecchia. Che, al tempo, non era ancora il ritrovo ben curato che è ora. Al tempo, a dirla tutta, non era e basta. Una roba su cui nessuno, sano di mente, avrebbe deciso di puntare.

Ma i fratelli ci vedevano già lungo e decisero che quello sarebbe stato il loro cavallo vincente. Nacque, così, l'Avamposto. Il "Varenne" delle serate Novafeltresi.

Il rumore dell'acqua del Marecchia in sottofondo. Amache. Musica, fiumi di birra e l'immancabile piadina. Un'oasi felice, che à volte era pace e a volte baraonda e che diventò presto un punto fisso, una tappa imprescindibile per tutti i giovani, ma anche quelli che giovani non erano più.

L' Avamposto è stato molte estati. Molti primi e troppi ultimi baci. È stato mattinate passate ad ascoltare i Nirvana sui tavolini del baretto, anziché sui banchi ad ascoltare la professoressa di italiano. Tra ispezioni delle panchine alla ricerca di un "Ti amo" a noi dedicato e una partita a briscola davanti a un caffè dimenticato ad ogni asso o ad ogni tre che si buttava giù. È stato sigarette fumate di nascosto dai grandi. E anche qualche sbronza.

E' stato i concerti del Primo Maggio,organizzati insieme alla Cgil. Quando i (non pochi) talenti della nostra vallata trovavano uno spazio per esprimersi. Per urlare contro quello che non andava allora, ma che forse non va nemmeno oggi, che quel palco non c'è più. Per far ballare e divertire. O per far piangere e riflettere. È stato le feste della birra e le tavolate lungo il parco. Che facevano abbaiare i cani fino a tardi e arrabbiare i vicini. È stato un contenitore perfetto in cui tutti noi abbiamo messo, almeno, un bel ricordo.

Dopo quella fortunata avventura, Danilo aprì la sua Osteria Madama Dorè. Un'accogliente ritrovo per i divoratori di cappelletti. Ma anche per gli intenditori del buon vino e della buona musica, entrambi selezionati diligentemente dal padrone di casa.

Marco, invece, decise di vestire i panni da re della notte e assieme a Gabriele Cima per i primi anni e a Christian Marini poi, rilevó la discoteca Jolly (al tempo aperta solo per alcune serate all'anno).

La discoteca Jolly in piazzale Kennedy a Novafeltria è un luogo storico della movida della  Vallata. Inaugurata nel 1968 ha ospitato almeno cinque generazioni di figli della notte. Alla console si sono alternati decine di Dj (tra cui gli indimenticabili Pierpaolo, Ali e Mr. Manila) e alcune delle serate promosse dalle diverse gestioni, come quella del carnevale in maschera, sono diventati appuntamenti fissi, cui nessuno osava mancare. Le storie leggendarie che i nostri genitori e zii tramandano, parlano di un luogo di quasi culto, che richiamava, addirittura, gente da quella  Rimini che stava vivendo, in quegli, anni il boom delle discoteche.

Sotto il regno MarcoGabrieleChristian, il Jolly ritrovò gli antichi fasti. Su quella mitica pista da ballo, il sabato sera si riversava tutto il paese. E anche quelli limitrofi non mancavano  l'appuntamento.

Quello che di nuovo, si respirava, era lo spirito comunitario che da sempre ha caratterizzato il locale, quella sensazione di trovarsi ad una grande festa in famiglia. Un grande party dove, anche da imbucato, trovavi qualcuno con cui ballare o che ti offrisse da bere o con cui chiacchierare sulle indimenticabili scalette. E Marco, con l'immancabile camicetta nera, era sempre lì. Tra la cambusa e la consolle,a mischiare gin tonic e sorrisi mentre il paese gli ballava intorno.

Marco. Marco del Tanha. Dell'Avamposto. Marco dei record, che ha inaugurato ben 20 stagioni del Jolly, guadagnandosi, così, la fascia di Gestore di discoteche  più longevo d'Italia.

Poi sono arrivati i figli e la splendida famiglia e Marco si è dovuto creare una tana di lavoro più consona, che meglio si adattasse alle nuove esigenze. La moglie Giovanna lo affianca, così, in una nuova sfida, il Tanha, a Campiano di Talamello. Fratello maggiore dell'Avamposto, ha da subito attirato l'attenzione su di sé, grazie, anche, a serate come Elettrolake, due giorni di musica elettronica ai piedi del lago,che trasformavano quel prato ai piedi della cava in una sorta di Coachella paesano. La distesa di tende, gente che ballava fino al mattino, le luci intermittenti delle torcie, le voci che si confondevano con i primi cinguettii degli uccelli al mattino.

Questo è quello che Marco ha saputo creare per il suo paese. Decidere di rimanere, invece di andare. Non si sentiva più l'esigenza di imbarcarsi fino a Rimini. Il divertimento era qui. A due passi da casa. Non sono state solo feste. Sono stati eventi cui ci si sentiva parte integrante oltre che danzante. È stato e continua a essere un appuntamento con il paese intero e con quelli accanto.

Ora. Che "si è fatta una certa" e in molti non abbiamo più l'età, non si fa più mattina. Non ci si ubriaca sotto le stelle. E dormire in tenda è diventato scomodo. Ma continuiamo a rimanere. A mangiare. A chiacchierare davanti a uno spritz o a fare giochi in scatola fino a tardi con i camerieri o i baristi. Quello staff. Forza punta di diamante del locale, ma soprattutto una seconda famiglia per Marco,come per i clienti.

Questo, in fondo, è il senso. L'ultimo ingrediente per completare la formula magica. Sentirsi parte di un tutto. Di una grande festa, iniziata ormai 30 anni fa e non ancora finita. Cambiano i banconi del bar. Cambiano le mura. Cambiano lo staff e i soci. Marco rimane. Con la sua camicia nera e il sorriso che, nonostante gli anni, le difficoltà burocratiche e gli obblighi restrittivi imposti dall'emergenza Covid, gli rimane impresso in volto.

Allora grazie Marco. Per averci fatto ballare. Ridere. Innamorare. E per aver dato una tana e un Tanha alle nostre emozioni.

 

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