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Venturelli, il portiere pararigori: 'A Bari in B ero lanciato: carriera rovinata da tre infortuni al ginocchio'

'Non ero bello ma efficace. Boranga il mio maestro. Scoglio? Un mito. Il Rimini di Jaconi era un gruppo super'

Attualità Rimini | 07:36 - 25 Dicembre 2020 Bari-Spal 2-0 (1980) con doppietta di Serena: miracolo di Angelo Venturelli su colpo di testa di Giani Bari-Spal 2-0 (1980) con doppietta di Serena: miracolo di Angelo Venturelli su colpo di testa di Giani.

Lo vedi girare per la città in bicicletta, leggermente ricurvo sul manubrio per la sua altezza (è alto 1,86) e non solo: è il suo modo di essere e il passare degli anni hanno accentuato questa sua caratteristica. Oppure a spasso col suo labrador Edo di 11 anni. Ti fermi a chiacchierare del più e del meno ed ecco che dal portafogli ti tira sempre fuori foto sbiadite, ritagli di giornali e fotocopie, piegati mille volte, che raccontano le sue prodezze di portiere. Un dolce amarcord che ogni volta si arricchisce di nuovi aneddoti. Angelo ti incrocia e ti chiede notizie di questo e di quello, del Rimini Calcio. Racconta: ‘Sai quella volta…’. Scende dalla bici e imita una parata. Solare, trasparente, genuino.

Angelo Venturelli, classe 1958, è di Castelbolognese, nato da una famiglia di contadini (“sono uomo di zappa, non ho mai accettato compromessi”), ma si può considerare riminese da quando nell’85 è sbarcato a Rimini comprando casa con la famiglia, la moglie Costanza e la figlia Giorgia. Ha giocato più di 500 partite, 210 nei professionisti, una ventina i rigori parati, quattro su cinque nell’Akragas di Franco Scoglio, in serie C.

“Nella stagione del Rimini venivo dal Livorno dove collezionai solo sei presenze. Sbagliai di brutto la partita di Coppa Italia contro il Napoli di Maradona persa 0-3 all’Ardenza coi tre gol tutti subiti nel primo tempo. Mister Fogli non era un cuor di leone, cominciò ad accusare la pressione della piazza e mi fece fuori a vantaggio di Beni. Divenni la sua riserva. Una ingiustizia”.

Anche in biancorosso il primo anno giocò pochino…

“Rientrai nella cessione di Boldini e Protti al Livorno, ero il secondo di Ferrari e la cosa non mi piaceva affatto. Fui ceduto al Ravenna con Fiordisaggio e Fabbri, che rifiutarono  la destinazione. Così, mio malgrado, fui costretto a rimanere in biancorosso. Era la stagione di Santarini e poi Seghedoni. Il Rimini retrocesse in serie C2, ma fu ripescato”.

L’anno seguente fu titolare.

“Giocai 20 partite. Eravamo un gruppo splendido e in panchina Osvaldo Jaconi era molto bravo, è tra i mister è quello che ricordo con più affetto. Rischiò dandomi fiducia visto che in due stagioni praticamente non avevo mai visto il campo e io lo ripagai: chiudemmo all’ottavo posto. C’erano giovani motivati (Maddaloni, Pazzini, Serra) e giocatori esperti (Cinquetti, Berlini,  Manzi, Mirco Fabbri, Belluzzi). Ricordo il colpaccio di La Spezia: il campo era una piscina, segnò Pazzini con una puntata e io feci dei miracoli. Il presidente Cappelli sganciò premio doppio perché si era vinto in trasferta: 800 mila lire. Lo ricordo bene perché il 13 gennaio morì mia madre in un incidente stradale”.

Venturelli, si offende se le diciamo che non era un esempio di stile?

“Non ero molto bello a vedersi, è vero, ma ero efficace. Purtroppo ai miei tempi la figura del preparatore dei portieri è arrivata tardi, quando io ero già impostato. Ad esempio a Parma mi ha dato tanto Pietro Carmignani, il migliore allenatore dei portieri, e del resto si è visto la carriera che ha fatto: Milan, Nazionale al fianco di Sacchi”.

Lei ha annusato la serie A, al Cesena, metà anni Settanta.

“Sono stato due anni, nel 74-75 il portiere era Ernesto Galli e io feci a 16 anni una panchina in serie A. L’anno successivo con Marchioro andai 17 volte in panchina. Ero il terzo, il secondo era Bardin che si infortunò, titolare Boranga. Fu la stagione del sesto e approdo in Uefa”.

Che ricordi ha?

“Ero studente delle Magistrali a Forlimpopoli, ero sempre sul treno per andare a scuola, ad allenarmi e a tornare a casa oppure mi arrangiavo con l’autostop. Mi tremavano le gambe al pensiero di prendere il posto di Boranga. Lo guardavo e cercavo di copiarlo, anche lui stava un po’ piegato su se stesso. Il presidente era il povero Manuzzi. Altro calcio: Frustalupi, Rognoni, Bertarelli-Urban in attacco e via andare”.

Boranga era un mito per lei.

“Era lui il mio punto di riferimento tecnicamente, faceva training autogeno. Io ero brutto a vedersi, ma paravo. Certo, se avessi avuto Fioravanti, quello che ha tirato su Seba Rossi, Fontana, Bonaiuti e tanti altri, allenando portieri fino quasi a 80 anni, sarei cresciuto meglio”.

La sua prima tappa Riccione in serie C.

“Avevo 18 anno. Ero titolare: 35 presenze. Il più giovane portiere della serie C .Ci salvammo all’ultima partita battendo la Lucchese con gol di Vaccario. Salvai il risultato su Marco Piga, uno dei gemelli, l’altro era Mario. Giocarono entrambi nella Torres, a Rimini li ricorderanno i più anziani. C’erano Allegrini, Cioncolini, Stefano Tosi. Cioncolini era il mio compagno di stanza: era un fumatore accanito. Italo Castellani il mister poi sostituito da Piaceri. Ero anche nazionale di serie C con Ct Guglielmo Giovannni”.

Dal Riccione finisce al Bari tra i cadetti.

“Un osservatore del club pugliese mi vede all’opera in una partita della nazionale in Inghilterra, a Bedford. In realtà è lì per seguire un giocatore del suo club, Frappampina. Vincemmo 1-0 con gol di Pileggi e io feci da matto tra i pali, sfoderai una decina di parate decisive. In difesa giocavano Brio e Prandelli. Sembravo indemoniato. Tra l’altro si giocava di sera e io con i riflettori non davo il meglio, di solito. Invece mi superai. Fatto sta che il Bari all’ultimo minuto della sessione di mercato mi acquista dal Cesena che detiene il mio cartellino per 200 milioni di lire. Del resto a Cesena non c’è spazio: davanti a me ci sono Boranga, Bardin, Moscatelli e Piagnerelli. Io sono il più giovane”.

A Bari resta cinque stagioni, tutte di serie B.

“All’esordio feci l’esordio col Varese di Boranga, guarda caso. Mi presentai parando un rigore, vincemmo 3-0. Dopo sei partite il primo guaio fisico: distorsione al ginocchio, sto fuori due mesi e praticamente non gioco più. Una rabbia infinita”.

Poi?

“Nella seconda (78-79) 24 presenze. Prendo il posto di De Luca, uno da serie A. Vinciamo a Bologna in Coppa Italia il 30 agosto con rete di Gaudino, il sottoscritto compie un miracolo su Juliano. A Vicenza perdiamo 1-0 con gol con la mano di Guidetti, anche lì compio miracoli su Filippi, Faloppa, Cerilli. Alla fine Ernesto Galli, a Cesena mio compagno di squadra, venne a farmi i complimenti. Avevo 20 anni”.

Invece gli infortuni non le danno tregua…

“Nel giro di due anni subisco altri due infortuni allo  stesso ginocchio, il sinistro, a Monza prima e a Catania poi provocati in maniera accidentale, saltando. L’ultimo, il più grave, mi costringe allo stop per due mesi. Vengo ingessato con lesione del legamento crociato. Il prof Perugia disse però che non valeva la pena operarsi, meglio tirare avanti così: allora l’intervento ai legamenti non era routine come ora. Il triplo infortunio in cinque anni mi ha stroncato la carriera”.

Scende al Parma in prestito serie C.

“Una bella squadra: Pioli, Berti, Salsano, Barbuti. Battiamo il Rimini di Sacchi al Tardini 1-0 con rete di Barbuti in fuorigioco.  Siamo nella stagione 82 – 83. Carmignani, il preparatore,  mi dà fiducia dopo il periodo nero di Bari. Paro tre rigori su quattro, uno anche a Melotti contro il Rimini e sa come? Col ginocchio malato, lui tirò centralmente. Mi faccio valere anche nelle uscite”.

Poi finisce all’Akragas di Franco Scoglio, sempre in prestito.

“Scoglio aveva già la testa al Messina dove sarebbe finito l’anno dopo. Era bravo il professore, un tipo strano: di notte non dormiva mai o quasi. Era maniacale, ci faceva fare allenamenti duri. Aveva carisma. Giocavamo su un campi in terra battuta. Ci salvammo bene, per 15 partite non subimmo sconfitte”.

Lei lavorò a Bari con un altro mister amante della zona, il giovane Enrico Catuzzi.

“La sua zona era ancora più esasperata. Io allora avevo 22 anni. Catuzzi è stato un gran talent scout, la Bari dei baresi è stata opera sua: Armenise, De Trizio, Caricola, Bitetto. Nell’81-82 arrivammo ad un solo punto dalla serie A. A Bari ho conosciuto mia moglie Costanza, una donna eccezionale. Mi ha sempre seguito e ci siamo stabiliti a Rimini dove è nata mia figlia Giorgia che ora ha 30 anni. Purtroppo Costanza è morta il 6 marzo del 2005 per una grave malattia, un dolore immenso e lì è cambiata la vita per me e mia figlia che allora aveva 15 anni. Costanza lavorava nel settore dell’abbigliamento e insieme riuscivamo a pagare il mutuo della nostra casa e vivere dignitosamente. Al grande dolore che ancora provo si unì la difficoltà della gestione della vita di tutti i giorni. Diciamo che è stata la partita più difficile della mia vita”.

Chi l’ha aiutata?

“Ho scoperto purtroppo tardi che mancavano due anni di contributi nella mia carriera e allora grazie all’aiuto prezioso di Luca Lombardi,  mio compagno di squadra a Rimini e dirigente della Marr, ho trovato un impiego in azienda come cellista. Significa che per parecchie ore al giorno ero nella cella frigorifera a 22 gradi sottozero. Ho fatto questa vita per cinque anni, il tempo necessario per raggiungere la pensione. Non so quanti colleghi calciatori avrebbero resistito nelle mie condizioni. Lombardi è stato l’unico che mi ha aiutato e ancora lo ringrazio di cuore”.

Dopo Rimini, una stagione da titolare a Chieti in C2 e poi la parabola discendente: Bolzano, Corato, Manfredonia e Frosinone in serie D.

“Ho chiuso a certi livelli nel 1992, fisicamente non ero messo bene e poi io non ho mai avuto il procuratore, una figura che nasceva allora. Per le mie condizioni fisiche diciamo che mi sono superato. E’ iniziata la mia seconda vita di calciatore fino ai 44 anni. A 38 avrei dovuto smettere, avevo l’accordo col Cesena per diventare allenatore dei portieri nel settore giovanile, ma la retrocessione dei bianconeri in serie C1 fece saltare tutto e io continuai a militare nelle categorie dilettantistiche:  Sanvis (Prima), cinque anni a Perticara e uno a Carpegna (Seconda), uno a Torre Pedrera (Prima), due alla Juvenes dove ho vinto il campionato di Prima. Ho chiuso a Fratte di Sassofeltrio, in Terza categoria”.

I suoi rimborsi?

“Oscillavano dalle 500 alle 800 mila lire al mese”.

Quanti rigori ha parato in carriera?

“Ventuno tra professionisti e dilettanti”.

Il segreto?

“Stare fermo fino all’ultimo. Nei professionisti mi documentavo  sulle caratteristiche dei tiratori e dedicavo del tempo a questo tipo allenamento”.

Quello più gratificante?

“Quello parato a bomber Gabriele Messina del Bari, la mia ex squadra, con l’Akragas: mi presi una bella rivincita dopo la cessione legata al mio infortunio”.

Il bomber più forte con cui ha giocato?

“Maurizio Iorio, classe 1958 come me. Bravo calciatore e persona affidabile. Nella stagione 80-81 in cui il Rimini retrocessa a 36 punti segnò 18 gol, uno in meno di  Gianni De Rosa del Palermo”.

La partita che ricorda con più piacere?

“Nell’80  Bari-Spal 2-0 con doppietta di Aldo Serena. Su un colpo di testa di Giani nell’area piccola volo nel sette alla mia sinistra e svento la minaccia. Un prodezza”.

I suoi pregi e i suoi difetti?

“Ero un calcolatore. Avevo il senso della posizione. Il mio limite ero lo stile, come ho detto: non ero certo elegante. Mi è mancato chi mi impostasse, ma ai tempi della serie B ero tra i più forti: avevo davanti buone prospettive”.

Per quanti anni ha fatto l’allenatore dei portieri nel Rimini?

“In totale per 11 anni sotto le varie dirigenze, e poi con società dilettantistiche del circondario. Ora collaboro col Castrocaro. In generale, non avevo le caratteristiche per stare in questo mondo dall’altra parte della barricata, a certi livelli, perché quello che penso non lo mando a dire. Sono un tipo diretto fin dai tempi di Catuzzi e Fogli”.

I suoi erano i tempi di Garella, Tacconi, Zenga, Galli.

“Allora nascevano maggiori talenti per questo ruolo. I migliori in assoluto sono stati comunque Zoff e Buffon. Ora vedo un trio: Donnarumma, che sta tornando al top, però deve decidere lui il suo futuro e non Mino Rajola. Per me Gigio deve stare nel Milan a vita senza ascoltare tante sirene. Poi metto  Gollini e Cranio del Cagliari. Ho fiducia in Meret, ma gioca poco”.

Venturelli, cosa chiede al futuro?

“Serenità per me e mia figlia Giorgia”.

Stefano Ferri

Nella gallery: 1) Bari-Lecce 3-2 (1980):  Venturelli para un rigore di Magistrelli. 2) Parma-Rimini 1-0 (1983): rigore parato col ginocchio a Melotti. 3) Celano-Chieti 1-1: Venturelli devia in angolo un tiro di D'Angelo. 4) Il Rimini 1986 in C1: Venturelli è il secondo da sinistra in piedi. 5) Venturelli oggi a 62 anni.

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