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Mastini: 'Che paura a Nocera: blitz dei tifosi con la pistola. Fummo promossi'. Esordio in A a 18 anni

L'ex Rimini: 'Mi ha lanciato Sacchi. Ad Andria dalla C2 alla B: ero un idolo, stadio in piedi per me'. Primi passi ai Delfini

Sport Rimini | 07:57 - 13 Dicembre 2020 Fabrizio Mastini e Roberto Baggio prima di Andria-Juventus di Coppa Italia Fabrizio Mastini e Roberto Baggio prima di Andria-Juventus di Coppa Italia.

Tre campionati vinti – uno dalla C1 alla B, due dalla C2 alla C1  - una Coppa anglo italiana, uno scudetto Primavera. E’ la bacheca di Fabrizio Mastini, classe 1964, uno dei giovani calciatori riminesi doc cresciuti nel settore giovanile del Cesena, lanciato in orbita da Arrigo Sacchi fino ad annusare l’aria della massima serie.

Il Masto nasce calcisticamente nei Delfini assieme a Beppe Angelini, un altro che il biancorosso non lo ha mai vestito alla stessa maniera di Massimo Agostini (è di Miramare), detto il Condor, che Sacchi fece con le mani e coi piedi per portare a Rimini nel mercato di novembre dell’84 (arrivò invece il centrocampista Fiordisaggio). Invece il destino di Mastini e del Rimini si sono incrociati prima da giocatore per due volte, in epoche diverse, e poi da apprezzato allenatore nel settore giovanile. Una mezzala-esterno mancino niente male, dal rendimento continuo e in confidenza col gol soprattutto su punizione. Affidabile, serio, assai concreto mai in vetrina. Disponibile, saggio. Veterano anche a vent’anni. Il vero uomo spogliatoio.

“Mi portò al Cesena Costantino Lucchi, l’anima dei Delfini, un grande talent scout. Il mio mister era Elvio Selighini. Ero un Esordiente. Allora il settore giovanile del Cesena era il top in Italia, arrivarci era motivo di grande forte orgoglio. La mattina andavo a scuola con la borsa per l’allenamento perché all’uscita correvo a Cesena per allenarmi. Tornavo a casa alle ore 19, 19,30. Volevo fare il calciatore. Avevo entusiasmo, una voglia incredibile. Feci tutta la trafila, con la Primavera vincemmo il tricolore battendo in finale l’Avellino: decise il Condor” ricorda Mastini mentre mostra con orgoglio la foto di quella squadra di assi in erba.

In quella formazione da brividi c’erano infatti Sebastiano Rossi tra i pali, Davide Ballardini (sì, il mister), Walter Bianchi (un altro riminese), Roberto Rossi in difesa, Andrea Galassi, Gianluca Righetti e Daniele Zoratto (altri tre ex biancorossi), in attacco Massimo Agostini e Marco Rossi. E’ il 1981. Mastini non segue subito Arrigo Sacchi a Rimini come Bianchi, Righetti e Zoratto, ma resta in bianconero e finisce nell’orbita della prima squadra, in serie A, assieme al Condor.

“Rimango in Primavera allenata da Sandro Tiberi, con me ci sono Angelini, Leoni, Righetti e Agostini. Perdiamo la finale scudetto, questa volta. Nel ritorno vengo aggregato alla prima squadra allenata da Bruno Bolchi, una gran persona e un bravo tecnico. Dava fiducia ai giovani il mister. La coppia gol era Schachner-Garlini. C’erano Arrigoni, Ceccarelli, Genzano, Oddi, Buriani, tanto per ricordarne alcuni. Arrivammo penultimi, all’ultima giornata al Manuzzi contro il Cagliari eravamo già retrocessi”.

Ricorda il suo esordio?

“E come potrei dimenticarlo?  A Udine, mese di marzo. Avevo 18 anni. Perdevamo 1-0. A 20 minuti dalla fine il mister mi dice: ‘Fabrizio, scaldati’. Mi guardo intorno smarrito e mi chiedo: ‘E’ vero?’ Mi tolgo la tuta in un secondo. Faccio la mia parte. Alla fine perdiamo 2-0. Ma per me quella fu una giornata storica. Emozionante come quella che vissi successivamente ad Andria”.

Mastini, a cosa si riferisce? Lei è stato nel club pugliese per sei stagioni centrando due promozioni, dalla C2 alla C1 e dalla C1 alla B.

“Nel 93-94 eravamo alla seconda stagione in serie B. Il mister era Attilio Perotti. Mi ruppi il crociato anteriore all’Arena Garibaldi contro il Pisa di Walter Nicoletti in Coppa Italia e riuscii a giocare solo una partita, in casa contro il Modena. Ricordo come fosse adesso che quando il mister mi fece entrare tutto lo stadio si alzò in piedi ad applaudirmi scandendo il mio nome. All’Andria sono stato capitano nella stagione della promozione tra i cadetti e nel primo anno di serie B. Ero un giocatore stimato. Una istituzione se non un idolo. Anche adesso che ve lo racconto sono emozionato, proprio come al mio esordio in serie A e per la nascita di mio figlio Federico. Bellissimo”.

Le prime tappe della sua carriera sono Francavilla e Rimini in serie C.

“Comincio a Francavilla. E’ l’anno del servizio militare, fino al venerdì non mi alleno con la squadra e dunque gioco sette partite solamente. Ci sono l’amico Marco Rossi, l’ex libero del Rimini Calcagni, Nobili che farà poi la fortuna del Pescara. Bari e Taranto le squadre promosse, e noi un punto indietro”.

A Rimini ritrova Arrigo Sacchi, Righetti, Galassi, Bianchi e soprattutto incrocia la donna che diventerà sua moglie, Silvia.

“Succede che con Davide Zannoni, fidanzato con Francesca, sorella di Silvia, andiamo a giocare a tennis al Rendez Vous a Verucchio allora gestito della famiglia delle due sorelle Canestri. Per farla breve, io mi fidanzo con Silvia e più avanti mi sposerò come ha fatto Davide. Io e lui siamo cognati”.

Professionalmente come andò?

“Segnai tre reti: a Piacenza, ad Ancona e a Sanremo, tutte su punizione. Giocavo esterno sinistro. Arrivammo quarti, furono promosse il Vicenza di Baggio e il Brescia, due squadroni. Nel ritorno accusammo una flessione, ma fu un campionato straordinario per una ciurma di ragazzi in gran parte esordienti o quasi. Ricordo lo stadio Romeo Neri sempre pieno. Una stagione in cui ho imparato tanto, dal modo in cui stare in campo, ai movimenti, alla metodologia di allenamento. Quella esperienza è stata la bussola della mia carriera e devo ringraziare per questo il mio maestro Arrigo Sacchi”.

Un flash, una curiosità su Arrigo Sacchi.

“Di Sacchi sapete già tutto. Allora non c’erano i cellulari, telefonava metodicamente alla sera per vedere se eravamo in casa. Era maniacale, curava i particolari e noi giovani lo seguivamo con convinzione perché si vedeva che era un tecnico preparato. Al martedì sera rivedevamo la partita al video tape: le interruzioni erano tantissime, si rivedevano gli errori e per chi in partita aveva sbagliato era una settimana dura – ricorda Mastini con un sorriso - . Ci facevamo il mazzo, insomma, ma sapevamo che era per il nostro bene: avevamo una chance da sfruttare come in realtà è stato per molti di noi. Con Bianchi e soprattutto Frosio, la nostra chioccia, Sacchi aveva un rapporto più stretto. Correvamo tanto, eravamo una macchina perfetta, il motore andava sempre a mille”.

Da Rimini a Nocera Inferiore in serie C2 via Francavilla. Perché in rampa di lancio per la B scende in C2?

“A Francavilla resto il tempo di giocare due partite e vengo ceduto alla Nocerina di Ezio Volpi, un tecnico che è stato molto importante per la mia carriera, specializzato in promozioni: ne ha centrate alemno quattro. Nel 1993 purtroppo ci ha lasciato. La Nocerina è società solida, la squadra fortissima e il mister mi vuole: la coppia gol è Roccotelli-Coppola. L’inizio è da incubo. Dopo cinque partite infiliamo tre sconfitte di fila e in classifica abbiamo due punti solo. Il martedì all’allenamento ci ritroviamo un manipolo di ultras nello spogliatoio”.

Come finisce?

“Ci minacciano: ‘se non battete l’Ercolanese nel derby vi ammazziamo tutti’. Il bello, anzi il brutto, che chi parla apre la giacca e mostra una pistola nella tasca interna della giacca. Figuratevi un ventenne come me alle prime armi: mi chiedo: ‘Dove sono finito?’. E’ chiaro che me la faccio sotto”.

Morale?

“Vinciamo 1-0 con gol di Coppola di testa su un mio cross a dieci minuti dalla fine. Il mio compagno festeggia a modo suo sotto la curva, calcia la palla in tribuna, comincia a inveire verso i tifosi e noi compagni lo portiamo via a forza. Per fortuna, non succede nulla. Da allora non perdiamo più una partita. Nocera era allora una piazza importante, lo stadio era sempre pieno, roba da diecimila spettatori. In città non si poteva vivere: brutta e nello stesso tempo asfissiante per il tanto calore, per questo noi giocatori abitavamo Vietri sul Mare, un paradiso, e in città andavamo il meno possibile. Quell’episodio comunque mi è rimasto impresso a lungo, mi ha fatto crescere, mi ha aiutato a superare meglio le difficoltà della mia carriera”.

Segnò sei gol.

“Tutti su punizione e rigore. Ero il rigorista. Ricordo quello decisivo contro la Turris a cinque minuti dalla fine. La vittoria ci lanciò verso la promozione. Nocera aveva il calore di una piazza di serie A”.

Lei però resta ancora in C2, va a Venezia.

“Mi vuole con sé il mister Ezio Volpi. E’ il primo anno di Zamparini presidente, Marotta è il ds. Fate voi se non feci la scelta giusta”.

Non vi manca nulla, vuole dire.

“La squadra vive al Lido, si allena e gioca a Sant’Elena. Altra piazza rispetto a Nocera, però, più fredda. La squadra è forte, Capuzzo-Marchetti la coppia gol, Fellet in difesa”.

Zamparini si manifesta subito per quello che sarà poi: un mangia allenatori…

“Il presidente si vede poco al campo. La squadra non ingrana e lui caccia Volpi e ingaggia Giacomini che veniva dal Milan e dunque faceva trasparire atteggiamenti di superiorità. In 33 partite realizzo sei gol, tutte su punizione, alla mia solita maniera: di sinistro a giro, sopra la barriera. Sono il loro Platini e per questo i tifosi mi danno il nomignolo di Mastinì. Però niente promozione, salgono in C1 Pavia e Ospitaletto e noi ci piazziamo al quarto posto”.

Toglie le tende e va ad Alessandria, ancora in C2.

“Un’altra piazza nobile e calorosa. Anche qui mi porta mister Volpi, la società è molto forte. Uno dei miei compagni è Bisoli all’inizio della sua carriera. Una forza della natura, ragazzo straordinario. Umile. Io segno quattro gol in 33 partite. La squadra è attrezzata, ma non riesce a salire di categoria”.

E qui torniamo alla storia dell’Andria: a 24 anni si apre un ciclo importante. Ancora una volta c’è lo zampino nuovamente di Ezio Volpi.

“Sì, il mister mi vuole ancora con sé. Per lui sono una garanzia e lui lo è per me visto che sceglie società forti, affidabili, che garantiscono campionati di alto livello e rose di qualità. Comincio dalla C2 e lascio il club in serie B, categoria in cui milito per due stagioni. Volpi è un allenatore vecchio stampo, concreto, diverso da Sacchi: Arrigo pretendeva che la squadra giocasse secondo i suoi schemi, Volpi invece schierava la difesa a uomo e poi dava in avanti libertà di azione. Umanamente era un tipo che si faceva volere bene”.

Lei lascia il segno anche sul campo?

“Segno reti importanti. A Chieti vinciamo 2-1 in rimonta: uno-due con Tomba, sombrero ad un avversario, tiro al volo e gol. Agganciamo in vetta la squadra abruzzese che pensava di essere già in C1. A Fano nell’ultima partita giochiamo in casa: lo stadio è tutto dei nostri tifosi. Finisce 3-1 per noi e anche lì faccio gol, su punizione. Alla fine finiamo a 48 punti con Ternana e Chieti e sale l’Andria per la classifica avulsa assieme alla Ternana”.

E poi?

“Partecipiamo alla Coppa Italia con squadre di A, affrontiamo la Juve del Trap di Vialli, Baggio e Ravanelli, la Lazio allenata da Zoff, il Bologna di Detari. Contro la Lazio all’Olimpico segno io su rigore, col Bologna di Detari ne faccio due: uno su rigore e uno su azione”.

L’altra promozione, dalla C1 alla B, come fu?

“Il mister era Mario Russo, che a Rimini è stato giocatore e poi allenatore, un tecnico molto capace a fare gruppo. Promossi noi e la Ternana, prima in classifica. Riuscimmo a fare meglio del Perugia grandi firme: Traini, Giunti, Dossena, Cuttone. Eravamo una squadra giovane, c’era Petrachi ex ds di Torino e Cappellacci, Insanguine, Imparato in porta, Ripa stopper. La cosa più gratificante della mia carriera di giocatore”.

Era all’Andria quando si sposò, nell’89.

“La cerimonia è fissata per lunedì 1 maggio. La domenica giochiamo il derby in casa col Trani, la città molto carina in cui vivevo. Per fortuna vinciamo 2-1 in rimonta altrimenti ci avrebbero assediato di sicuro. Il martedì, comunque, dopo le nozze sono tornato subito ad Andria”.

Si apre la nuova stagione triennale di Rimini, inizia l’era Bellavista. Siamo nel 1994.

“Alla prima con Spimi e Lombardi segnai 8 gol in 33 partite, ma il mio rendimento non fu all’altezza delle stagioni precedenti. Ci piazzammo al sesto posto. Un campionato mediocre. Nel successivo con mister Gavella chiudiamo al settimo posto grazie ad un bel ritorno dopo un avvio stentato. I playoff erano un traguardo raggiungibile. Avevamo una bella squadra: Damato, D’Urso, Buratti, De Franceschi, Mezzini, Argilli. Io ero capitano. Nell’ultima stagione soffriamo fino alla fine e ci salviamo con Mario Russo che arriva al posto di Florimbi. Nei primi anni la società ha pagato lo scotto del noviziato, la sua inesperienza, poi Bellavista ha centrato i traguardi che meritava”.

Ivano Gavella la inventò terzino. Perché?

“Mi chiese la disponibilità e io gliela diedi anche se era una novità assoluta per me. Mi riteneva un giocatore intelligente calcisticamente, capace di adeguarsi con la mia esperienza a quel ruolo in cui aveva bisogno, ma che si vedeva non essere il mio. L’esperimento durò per un periodo, poi tornai nella zona del campo in cui potevo esprimermi in maniera più efficace”.

Il mister era un personaggio anomalo per il mondo del calcio.

“Ivano era come un compagno di viaggio, faceva gruppo anche coi tifosi: era un amante della pesca e una volta ci portò al lago della Cocif per vivere una giornata assieme, un modo per fare gruppo. Prima della partita per sdrammatizzare, raccontava una barzelletta per allentare la tensione che pure lui aveva e che manifestava in maniera sbarazzina e scherzosa per proteggere noi giocatori. Era un fumatore incallito Ivano”.

Che ricordo ha di Vincenzo Bellavista?

“Un personaggio passionale, quando si perdeva al lunedì era giorno di lutto e spesso si arrabbiava di brutto. Ricordo che più di una una volta al martedì minacciò di mandare via tutti se non si fosse messo il massimo impegno, era un modo brusco per sollecitarci a dare tutto. In realtà, per tutti noi era un affettuoso padre di famiglia. Gli devo riconoscenza. A Rimini finì la mia carriera professionistica, infatti, Bellavista mi inserì nella sua squadra Cocif allenata da Enea Fabbri, che militava in Eccellenza. Nello stesso tempo cominciai l’apprendistato di allenatore nel settore giovanile del Rimini collaborando con Riccardo Garattoni nella squadra Giovanissimi”.

Lei è stato a Rimini per due anni, dieci a Misano, ancora a Rimini con Amati per tre stagioni, tre al Santarcangelo e da cinque è alla Federazione sammarinese. Non ha mai pensato di allenare una prima squadra?

“No. E’ stato sempre il mio obiettivo il settore giovanile e per fortuna posso permettermi di fare quello che mi piace che non è cosa da poco in questo mondo. Vedere i progressi dei ragazzi, migliorarli, è una missione gratificante. Ho allenato Bussaglia arrivato al Cittadella, il portiere del Teramo Valentini, l’attaccante Berardi ora alla Vibonese, Sabba è arrivato al Ravenna. Ho allenato a San Marino dove sono arrivato nel 2016, i gemelli Giacomo e Tommaso Benvenuti, attaccante e difensore, classe 2006, che il Sassuolo ha selezionato. Ricordo con piacere la fase finale raggiunta col Rimini Allievi nella tribolatissima stagione di Amati che per me fu una rimessa: le trasferte di Catanzaro e  Sorrento furono pagate dai genitori; il successo col Santarcangelo Allievi nel prestigioso torneo di Savarna”.

A San Marino di cosa si occupa?

“Per tre anni ho allenato gli Esordienti professionisti, poi gli Under 15, ora di nuovo gli Esordienti: affrontiamo squadre di A, B e C. Sul Titano il movimento è in crescita, le strutture ci sono, si può fare un buon lavoro anche se il territorio è piccolo. Bisogna però fare un salto di qualità quanto a cultura del lavoro. Mi piacerebbe vedere nei ragazzi un maggiore senso di appartenenza, più voglia, più entusiasmo e determinazione, tutto quello che noi addetti ai lavori riassumiamo col termine ‘fame di arrivare’, la stessa che io e tanti altri avevamo da ragazzini per diventare calciatori. Solo mettendocela tutta chi ha talento può farlo emergere”.

La sua ambizione?

“Vedere tanti ragazzi arrivare alla Nazionale”.

Stefano Ferri

Nella foto gallery: 1) Mastini con la maglia del Rimini 84-85 in un Romeo Neri stracolmo contro l’Ancona. 2) A segno con la maglia dell’Andria in Coppa Italia contro il Bologna. 3) Insieme al campione ’ungherese del Bologna Lajos Detari. 4) A pesca al lago con i compagni del Rimini e mister Gavella. 5) Mister Mastini alza il trofeo del torneo Savarna vinto con la squadra Allievi del Santarcangelo.

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