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Walter Bianchi: 'A Sacchi devo tutto, Berlusconi un generoso. Andai in coma: Maradona mi scrisse'

In 12 anni di carriera ha subito 10 interventi, ora combatte un tumore. Era negli staff delle Under azzurre

Sport Rimini | 07:39 - 29 Novembre 2020 Walter Bianchi in azione con la maglia del Milan Walter Bianchi in azione con la maglia del Milan.


“Professionista generoso e straordinario, mattone prezioso nella costruzione del mio grande Milan”.  Queste parole Arrigo Sacchi ha dedicato a suo tempo al suo “soldato” Walter Bianchi, l’uomo che anche al Milan ha incarnato al meglio il verbo dell'allora nuovo messia della panchina. Bianchi è stato uno degli interpreti più fedeli del calcio totale del Maestro di Fusignano tanto da aver vissuto per nove stagioni al suo fianco: tre al Cesena, due al Parma, due al Rimini e due al Milan. Un record.

Se la sfortuna non si fosse messa di mezzo in maniera accanita, brutale, addirittura chirurgica, Walter avrebbe certamente messo in bacheca più successi di quelli ottenuti e raccolto maggiore gloria con tutto quello che ne segue: un campionato italiano Primavera col Cesena (arrivando alla Nazionale giovanile), uno scudetto e una Coppa Campioni col Milan, una Supercoppa italiana, una promozione dalla C alla B col Parma e una dalla B alla A col Torino, infine la massima serie sfiorata col Cosenza. E invece nel suo viaggio sportivo il terzino di Miramare di Rimini -  il 7 novembre ha compiuto 57 anni - ha stabilito un record che si sarebbe volentieri risparmiato: in 12 anni 10 interventi chirurgici in tutte le parti del corpo e un coma. E non è finita qui.

“Sono stato operato di un tumore allo stomaco a Fabriano un anno e mezzo fa. Ho scoperto la malattia grazie ad una gastroscopia dopo alcuni problemi di digestione – racconta Walter sempre col sorriso sulle labbra  – , un male che strappò mio padre alla vita a 47 anni. Ma allora le cure non erano le stesse di adesso. Ho fatto la chemio prima dell’intervento e quattro cicli dopo. Ho perso i capelli, che ora mi sono ricresciuti. Finora i controlli sono andati bene. Devo anche tenere sotto controllo un aneurisma aortico addominale. Sono in contatto con Sacchi, è stato il primo che mi ha aiutato, avrebbe voluto che andassi a Milano a curarmi, invece mi sono operato a Fabriano. Ho preferito accelerare i tempi, del resto i protocolli sono gli stessi. Mi sento anche con Evani, Rocca, Di Biagio, Zoratto, i miei colleghi negli staff delle Nazionali Under dal 2011 al 2014, dei veri amici come tanti compagni di squadra con cui sono cresciuto a Rimini. Sotto questo profilo mi ritengo fortunato”.

L’abbiamo lasciata nel 2014, dopo l’esperienza azzurra nel settore giovanile. Perché non è ritornato in pista?

“In precedenza ho fatto l’allenatore al Foligno in C2 salvandolo e sfiorando i playoff, una impresa. In squadra c’era Federico Cherubini, il capo dell’area tecnica della Juventus. Ho lavorato al settore giovanile del Gubbio vincendo due campionati giovanili con gli Allievi, ho vinto il campionato a Simonte, sono stato per quattro anni alla Cagliese come responsabile del settore giovanile e vice allenatore, ho fatto esperienze nelle categorie dilettanti. Ma in Italia è dura ormai fare questo mestiere ad un certo livello, devi avere lo sponsor o una società forte. E comunque adesso io devo pensare alla mia salute”.

Ha però chiuso in bellezza, in azzurro.

“L'esperienza azzurra è stata molto gratificante. Dal 2011 al 2014 avevo un ruolo di collaboratore tecnico al fianco dei vari mister. Mi volle Sacchi. Poi mi sono licenziato, a casa c’era bisogno di me e io avrei dovuto fare l’osservatore con l’avvento di Conte. Con Sacchi supervisore delle squadre Nazionali si è rifondato il settore giovanile e poi Viscidi ha portato avanti il lavoro. Il modo di lavorare negli stage, nei raduni è da allora cambiato, c’è più cultura del lavoro, i giocatori si arricchiscono. I risultati  sul campo arrivano”.

Il bilancio di Walter Bianchi?

“Sono contento così, non mi lamento di quello che mi ha dato il calcio. Ora faccio il nonno di Manuel, un bimbo di quattro mesi. Uno spasso. Una gioia immensa. Vivo sempre a Cantiano, il paese di mia moglie Anna Lea. I miei figli sono grandi: Luca ha 35 anni e fa il musicista, Lucia 30 ha un’anima artistica: si occupa di teatro e insegna danza. Io sono a disposizione della famiglia, seguo il calcio e il Milan che è tornato in auge. Ho una pensione dignitosa, non ho pretese particolari. Sono figlio di immigrati: mio padre Aldo faceva il muratore ed andò in Svizzera dove nacqui io: dopo la sua morte, mia madre Rosetta di Parma faceva tre lavori per non fa mancare nulla ai tre figli: bidella, stiratrice e di sera in albergo lavava le pentole. So apprezzare le cose vere della vita e scopro che attorno a me ci sono persone che mi vogliono bene. Anche dalle situazioni complicate sono uscito grazie a medici e dirigenti che mi sono stati molto vicino”.

Anche Berlusconi?

“Una persona generosa, ha fatto il bene di tanti. A 28 anni, dopo la promozione in serie A col Torino di Fascetti, in una stagione tribolata con una infezione che mi fa patire le pene dell’inferno, scopro la natura delle mie sofferenze: osteomielite. Mi opero di nuovo e decido di smettere dopo la stagione in bianco al Verona dove nel frattempo Fascetti mi aveva portato con sé. Nel nostro Toro c’erano Marcheggiani, Muller, Policano, Mussi, Benedetti, Cravero… Fascetti la pensava diversamente sul calcio, ma io mi sono trovato bene anche con lui e ho dato come sempre il massimo”.

Eravamo rimasti a Berlusconi…

“Il ds Braida a nome di Berlusconi  mi chiama, il Milan mi mette sotto contratto e mi aiuta nella rieducazione. Capello, che nel frattempo ha preso il posto di Sacchi, mi caldeggia a Reja e approdo al Cosenza: 27 partite e promozione in serie A che sfugge all’ultima giornata con la sconfitta di Lecce. Era il 1992. Il bomber era Gigi Marulla, la bandiera della squadra. Voglio dire che il presidente Berlusconi mi ha dato la possibilità di rimettermi in carreggiata, sapeva che io avevo dato tutto per il Milan e ha voluto fare qualcosa per me”.

A Cosenza è ripartita la sua carriera, ma l’euforia dura purtroppo solo qualche mese…

“Nel frattempo sono ritornato al  Verona al seguito di Reja, un altro mister che mi ha rivoluto con sé. Il 28 luglio a Cles in ritiro il pullmino della squadra guidato da Pierino Fanna va a sbattere contro un pala meccanica sbucata improvvisamente sulla strada: sul bus ero in fondo, ero salito tra i primi. Sembravo morto. Sono stato in coma per diversi giorni ferito gravemente alla testa e con un braccio rotto. Vengo operato ed esco dal coma dopo tre giorni. Mi è andata bene, diciamolo pure. Ma non mi arrendo, recupero e faccio in tempo a giocare 14 partite. La stagione successiva altro infortunio alla caviglia, con Mutti in panchina la squadra è giovane e dopo tre partite non c’è più posto per me. E’ il 1999”.

Bianchi, riavvolgiamo il nastro. Il colpo di fulmine col mister Sacchi risale al settore giovanile del Cesena. Che successe?

“Ricordo che a 15 anni e mezzo giocavo negli Allievi ma mi allenavo con la Primavera e al compimento dei 16 anni Sacchi mi fece giocare. Quando per la prima volta entrò nello spogliatoio questo giovane tecnico rimasi colpito da come parlava, da cosa pretendeva: la differenza è che lui ti diceva che cosa dovevi fare, ti dava le dritte: gli altri ti dicevano cosa non dovevi fare, si limitavano ai divieti. E poi il mister pretendeva educazione e rispetto. E io ho nel mio ruolo cercavo di rispettare le sue consegne, ero uno che mi proponevo. Prima giocavo  ala sinistra, poi esterno mancino di centrocampo, infine terzino sempre a sinistra. Fu Firmino Pederiva che mi impostò in quel ruolo al Cesena per sfruttare al meglio la mia corsa (“nei  test fisici era il migliore” ricorda Pederiva) e i cross dal fondo per i quali anche al Rimini facevamo allenamenti specifici. Ero funzionale al modello di calcio di Sacchi. Ricordo che quando tornai a casa dopo il primo allenamento dissi a mio fratello: ‘Oggi ho conosciuto uno che arriverà in serie A’. Sacchi la lasciato un segno nel mondo del calcio. Per me, orfano a 13 anni, è stato una figura di riferimento anche a livello umano così come Pederiva che mi allenava nei Giovanissimi al Cesena e poi ho ritrovato a Rimini: come pochi mastica calcio giovanile, Firmino. Fu lui a portami al Cesena dal Miramare (al Rimini Calcio non furono convinti, ndr). Se ho raccolto il massimo con le mie qualità è grazie a queste due persone”.

I due anni di Rimini?

“La prima ero una squadra a metà di giovani ed esperti, Io ero militare, dal lunedì al venerdì vivevo poco lo spogliatoio. La seconda, dopo la parentesi di Brescia con Orrico che vi raccomando per i suoi modi, eravamo tutti giovani. Due stagioni esaltanti. A Parma abbiamo vinto il campionato di serie C, al secondo anno sfiorammo la A”.

Lei arrivò con Mussi e Bortolazzi in rossonero dal Parma insieme a Sacchi, 1987.

“La serie A, il Milan. Il top per me. Sacchi mi portò con se perché conoscevo i movimenti della difesa e dovevo aiutare i compagni ad assimilarli. La difesa era composta da Tassotti, Maldini, Filippo Galli e poi Costacurta, Baresi. Il mister voleva una zona dinamica e non statica e io e Mussi eravamo utili per far capire i movimenti ai compagni. Non credo pensasse a noi come titolari, almeno non a me, forse a Mussi al posto di Tassotti.  Anche senza infortuni, per quanto mi riguarda, avrei trovato poco spazio. In quel ruolo il mito era Cabrini, ma Maldini era già forte, una persona intelligente, disponibile al sacrificio. Per me era un arricchimento lavorare al suo fianco. In quel Milan c’erano giocatori di talento e umili. Vi segnalo comunque che Mussi è arrivato fino alla Nazionale e ha giocato la finale mondiale contro il Brasile”.

Come visse le difficoltà di Sacchi al Milan?

“All’inizio c’era un po’ di diffidenza nella vecchia guardia, notavo Virdis e Baresi perplessi. Dopo i primi giorni di ritiro mi chiedevano: come hai fatto a stare con questo per sette anni? Io replicavo: se ho resistito vuol dire che le cose andavano bene, ho sempre vinto. Però una volta entrati in sintonia col metodo di lavoro si sono adeguati. Mesi dopo Virdis, un uomo d’area, segnò rubando palla in pressing a Passarella. Erra il segno che la squadra aveva la mentalità del mister. La forza di Sacchi? Era convincente. Credeva in quello che faceva e trasmetteva questa sicurezza. Al Milan, poi, aveva la piena fiducia di Berlusconi”.

E’ vero che Silvio dopo aver eliminato ai rigori in Coppa Campioni la Stella Rossa vi interrogò sulla sorte di Sacchi?

“Chiese a noi giocatori se era il caso di continuare con Sacchi o meno. Capello era in rampa di lancio. Tutti si espressero a favore di Arrigo e finì come sapete: la Coppa Campioni fu nostra battendo a Barcellona lo Steaua per 4-0 con doppietta di Gullit e Van Basten. Berlusconi credeva fortissimamente nel progetto di Sacchi: chi non crede – ci ripeteva -  può anche mettersi da parte”.

Bianchi, immaginiamo che un rammarico l’avrà.

“Al Milan in totale ho collezionato 19 presenze, cinque in campionato – tre il primo, due il secondo con un gol all’Ascoli nella stagione 88-89 - . Ricordo l’esordio: in Coppa Italia a San Siro il 23 agosto contro il Bari con cinquina. Sacchi mi schierò titolare nel primo turno di Coppa Uefa contro lo Sporting Gijon. Al ritorno a Lecce sfiorai il gol di testa su cross di Massaro: palla fuori di pochissimo. Purtroppo non potei allenarmi a lungo con questi grandi campioni, ero spesso in palestra ora con Van Basten, ora con Gullit, dopo gli interventi per la pubalgia che mi trascinavo da Parma. Ecco, questo è stato il mio cruccio più grande: non aver vissuto al meglio quelle due stagioni”.

E’ morto Diego Maradona. L’ha conosciuto?

“Sul campo non l’ho affrontato, una volta ero infortunato e l’altra in tribuna, non ho quindi una conoscenza diretta. Quando ero in coma dopo l’incidente di Verona, in lotta tra la vita e la morte, tra i tanti messaggi di calciatori e dirigenti c’era anche quello di Diego Maradona. Mi augurava pronta guarigione spendendo belle parole. Mi fece molto piacere, mi fece capire che persona era, quale fossero la sua sensibilità e la sua umiltà”.

Stefano Ferri

Nella gallery: 1) Bianchi festeggia la Supercoppa Italiana con il Milan 2) Bianchi a segno contro l'Ascoli (moviola di Paolo Sabellucci dal Guerin Sportivo) 3) Bianchi con la Coppa dei Campioni 4) Bianchi (a sinistra) con lo staff azzurro durante un ritiro della Under 20 a Lecco: Chicco Evani, Luciano Castellini e l'ex pivot di basket Flavio Carera. 5) Assieme al nipote di quattro mesi Manuel.