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Rimini protagonista del calendario dell'Arma dei Carabinieri

E' citata Francesca da Rimini nella prefazione e nel racconto del mese di dicembre

Attualità Rimini | 13:45 - 14 Novembre 2020 La pagina del calendario La pagina del calendario.


Rimini ancora protagonista del calendario dell'Arma dei Carabinieri, sia nella prefazione da parte del Comandante Generale dell'Arma, Giovanni Nistri, sia nel mese di Dicembre. Il Generale Nistri ha infatti citato Francesca da Rimini, nel rendere omaggio a Dante Alighieri, il poeta che ha "inventato" la nostra lingua.  Nell'edizione 2020 un racconto ambientato a Rimini era stato pubblicato nel mese di dicembre.

LA STORIA RACCONTATA A DICEMBRE CHE CITA FRANCESCA DA RIMINI  Faceva un freddo tremendo a Dicembre nella valle coperta di neve, quando arrivò alla nostra Stazione una signora straniera a denunciare la scomparsa della figlia che non si era fatta viva da oltre trentasei ore.  Ascoltai quello che aveva da dirmi e poi scatenai i mei uomini a setacciare il territorio. A bordo della Land Rover di ordinanza, correvo abbastanza veloce con alle spalle due altri mezzi, per separarci quando fossimo arrivati nelle vicinanze della scomparsa e del suo ragazzo di cui avevamo appena ricevuto notizia. Intanto mi colpì una tabella stradale che indicava la direzione dei “Laghi Gemelli”. Mi volsi verso il brigadiere Ferretti: “Questa storia non mi piace per niente. Dove avete localizzato la cella del telefonino della ragazza?”

“Dalle parti dei Laghi Gemelli” rispose Ferretti.

“Ecco!” esclamai “Proprio la stessa cosa !”
“Che intende dire, Maresciallo?”

“E’ una vecchia storia. Nel comune vicino di Branzi c’era una ragazza di famiglia benestante che si era innamorata di un povero pastore. Per i due innamorati non c’era speranza: la ragazza era già fidanzata ad un ricco possidente, ma i giovani non si erano arresi ed erano fuggiti insieme, di nascosto. Anche allora partirono le ricerche ma i due ragazzi, che non volevano essere scoperti, scapparono e il buio pesto fece il resto. Si misero a correre su un sentiero dirupato e precipitarono in un burrone dove poi si sono formate due conche che la neve a primavera ha trasformato in due laghetti gemelli.”

Proseguimmo in silenzio, preoccupati, scendeva la neve leggera sui laghetti completamente ghiacciati.  Ormai era buio e non si vedeva più niente. Spazzammo tutta l’area con le torce elettriche e intravidi una tenda dove, rannicchiati in una coperta di pile trovammo, un po’ intirizziti, i due ragazzi. A Natale c’è voglia di cose buone, la buona notizia si sparse subito nella valle e mi trovai ben presto davanti ai microfoni di una radio e questa volta fu anche troppo facile citare il sommo poeta:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui della bella persona

che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona. 

IL RACCONTO NEL CALENDARIO 2020 Era dicembre, sul lungomare di Rimini erano già state montate le luminarie, oltre trenta chilometri di superficie coperta di luci. Alla Centrale Operativa arriva una chiamata, una voce maschile trafelata: sto provando a chiamare mio padre da diverse ore, ma non risponde, è disabile, fermo in un letto. L’uomo è lontano da Rimini per lavoro, ha un problema alla macchina, sembra disperato. La catena di comando si mette subito in azione, l’intervento è affidato alla nostra pattuglia. Il comandante ci raccomanda di fare in fretta. Il quartiere di Viserba è piuttosto lontano, le strade formicolano di traffico, sono tutti in giro per fare acquisti. Nella nostra pattuglia è sceso quello speciale silenzio, un’allerta interiore che ci tiene concentrati e sospesi: una vita in pericolo, una delle tante, ma per noi in quel momento è l’unica da raggiungere. Suoniamo inutilmente il campanello, dall’interno nessun rumore, usiamo le spalle per buttare giù la porta. Una casa modesta e ordinata, un odore stagnante di sudore e medicinali. Il letto è vuoto, l’uomo è sul pavimento, immobile, il supporto della flebo rovesciato, sanguina dalla testa. Gli prendo una mano, sento il polso vivo, il mio collega si inginocchia accanto a me, gli carezza la schiena, gli sistema il pigiama sollevato su una piaga. Giuseppe siamo qui, ci senti? La testa insanguinata annuisce flebilmente. Lo solleviamo molto lentamente per non procurargli altri traumi. Stai tranquillo Giuseppe, non è niente. Lo stendiamo sul letto. Ecco fatto Giuseppe, tutto a posto. Si vergogna, sembra quasi chiederci scusa con gli occhi. Gli tengo una mano, guardo le vene scure, tribolate. Una mano antica. Sul comò lì davanti, un uomo e una donna giovani nella cornice di un matrimonio lontano. È tua moglie? Che bella coppia. Mi dice che è vedovo da molti anni, gli chiedo qualcosa della sua vita, voglio sentirlo parlare, voglio mantenerlo cosciente in attesa del 118, trema e il respiro è affannato. Ci ha chiamato tuo figlio, ti vuole tanto bene. Giuseppe ci guarda, cerca conferma nei nostri occhi, annuisce commosso. Arriva il soccorso medico, lo lasciamo ai sanitari. Non vorrebbe più lasciarmi la mano. Grazie figlio mio, sussurra. Fatico a staccarmi da quel letto. Da anni non sono più un figlio, mio padre non l’ho visto invecchiare. Era un uomo grande, allegro, se n’è andato quando ero ancora un bambino, gli hanno sparato a un posto di blocco. Ho preso la sua divisa, la sua impronta, ho preso parte del suo cuore, almeno così dicono.