Lunedý 30 Novembre12:18:16
Android
 | 
iOs
 | 
Mobile

Sciopero educatori, il figlio con autismo non può andare all'asilo: l'indignazione di una madre

La donna lamenta la comunicazione informale e tardiva: "Mio figlio non è un elemento accessorio"

Attualità Rimini | 11:43 - 13 Novembre 2020 Foto di repertorio Foto di repertorio.


Quando scatta uno sciopero non emerge soltanto il disagio delle categorie interessate, ma anche quello della sua utenza. In questo caso però non si parla dei soliti disservizi nel trasporto pubblico che colpiscono indiscriminatamente, ma del comparto multiservizi che comprende cooperative sociali, imprese e società che operano nei settori socio-assistenziali-educativi e che quindi va a incidere più facilmente sulle fragilità. Allora se il movente di questa mobilitazione, che ha fatto fermare migliaia di persone in tutta Italia è comprensibile e condiviso trasversalmente, i suoi effetti indiretti provocano disagi ingiustificati, che peraltro si potrebbero risolvere con un poco, in questo caso anche con una semplice Pec.

La storia di oggi ce la racconta la mamma di un bambino con autismo lieve ad alto funzionamento che frequenta una scuola dell’infanzia del Comune di Rimini, che per ovvie ragioni di tutela della privacy non menzioneremo, assieme ai dati della famiglia. La donna è stata informata dello sciopero «all’ultimo momento e a voce» da parte dell’insegnante di sostegno che aveva deciso di aderire: non essendo l'educatrice presente in classe, il figlio andava per forza tenuto a casa. «Sul momento mi sono concentrata su come fronteggiare il disservizio, ma fortunatamente il mio lavoro mi permette di organizzarmi agilmente, anche senza largo preavviso. Poi però mi sono chiesta se questa conseguenza fosse giustificata e mi sono detta che no, non lo era affatto».

La donna si è confrontata anche con l’associazione “Rimini Autismo” e ha potuto appurare che casi come il suo si verificano costantemente. «Non contesto assolutamente le ragioni dello sciopero, come neanche la scelta dell'educatrice di prendervi parte. Contesto piuttosto il fatto di avermi costretta, in modo informale peraltro, a tenere a casa mio figlio quando sarebbe potuto andare benissimo a scuola senza causare il minimo disagio, essendo il suo un disturbo non invalidante né per lui né per le persone che stanno in sua compagnia».

Quello di questa madre è un appello alla tutela della dignità delle famiglie di persone con disturbi o disabilità. «Parliamo di un giorno di disagio, superabile e comprensibile, quindi non pretendo che venga coinvolto un altro insegnante di sostegno, anche perché vanificherebbe del tutto le ragioni della mobilitazione di oggi. Ma quantomeno mi aspetterei una comunicazione ufficiale dall’istituto, o dalla coordinatrice pedagogica alla quale ho già mandato una Pec per segnalare questo disagio, quantomeno con un riferimento normativo che ci faccia accettare la scelta con più serenità». Anche perché la 104 è tutta improntata sull’inclusione e la non discriminazione.

«La cosa che mi fa più soffrire di questa situazione è che ho dovuto mentire a mio figlio dicendogli che la scuola era chiusa per non creargli una sofferenza inutile e incomprensibile, per non farlo sentire escluso. Rimini è un’isola felice per il trattamento di bambini con disturbi come quello di mio figlio, ci riteniamo da sempre fortunati di essere qui, però non accetto il fatto che mio figlio non debba far parte della sua classe senza la presenza della sua educatrice, che peraltro è fantastica e ci rende tutti contentissimi. Mi sembra una contraddizione: perché se da un lato c’è un lavoratore precario, sottopagato che va tutelato, dall’altra c’è sempre almeno un bambino che perde la scuola come fosse un elemento accessorio e non uno studente come tutti gli altri». (f.v.)