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Pier Paolo Bianchi, il re della 125cc: tre mondiali, la super rivalità con Nieto. 'Ho rischiato l'amputazione'

'Pasolini il mio mito. Ero un pilota grintoso, mi chiamavano Veleno: di poche parole, ma schietto'. All'asta si è ricomprato la sua Minarelli

Sport Rimini | 08:26 - 08 Novembre 2020 Pier Paolo Bianchi, il re della 125cc: tre mondiali, la super rivalità con Nieto. 'Ho rischiato l'amputazione'


Tre titoli mondiali con due secondi e due terzi posti nella classe 125; un terzo nella 80; tre tricolori di velocità (e tanti piazzamenti), altrettanti titoli della montagna, due record mondiali di velocità. E ancora: 127 Gp disputati con 27 vittorie, 61 podi e 32 pole position. Infine, come se non bastasse, i primati mondiali nel quarto di miglio e del chilometro con partenza da fermo all’alba di una carriera leggendaria che gli è valsa nel 2003 l’onorificenza di commendatore al merito della Repubblica assieme ad altri campioni delle due ruote tra cui Giacomo Agostini.
Tutto questo è il piccolo (altezza 1,64) - grande Pier Paolo Bianchi, classe 1952, riminese doc, una lunga carriera spesa con una decina di team (Minarelli e Morbidelli i più prestigiosi) e da privato costellata di successi iniziata nel 1968 a 16 anni e terminata nell’ 1989, a 37. Una passione quella per i motori, coltivata da ragazzino nel mito di Renzo Pasolini, un altro campione riminese di 14 anni più vecchio, entrato nella storia del motociclismo ma – come sottolinea Bianchi – “mai troppo ricordato nella sua città nonostante una busto voluto a tutti i costi dai dirigenti del Motoclub e un piazzale in periferia a lui titolato. Quanto a me, ho tanti amici e sono molto apprezzato e ricordato in Spagna”.
Pier Paolo Bianchi, come ha iniziato?
“Per passione con i motori 50 e 60, poi in fretta sono passato senior. I giovani di allora crescevano a pane e motori come e più di adesso. Uno dei miei punti di riferimento era lo spagnolo Angel Nieto (è scomparso tre anni fa, ndr), che poi sarebbe diventato mio fiero avversario e compagno di squadra. Il motore era il nostro divertimento. La prima gara l’ho fatta a Cesenatico, in una manifestazione nell’ambito della Mototemporada. Allora andavo a scuola, poi smisi per lavorare come metalmeccanico in modo da contribuire alle spese. Lo feci per cinque anni”.
E la sua famiglia che diceva?
“Mio padre Alberto mi ha assecondato assieme a mia madre Anna. Era un vigile urbano mio padre. E’ stato tutto per me: cercava gli sponsor, metteva dei soldi, faceva il mio meccanico, l’autista nelle lunghe trasferte. Gli devo tutto. Un giorno apro il garage e trovo una Bmw 1602: era il regalo dei miei genitori”.
Le soddisfazioni arrivano in fretta in casa Bianchi.
“Nel 1973 debutto con la Yamaha privata, che mio padre mi comprò da un preparatore svizzero, alternavo 125 e 50 facendo qualche gara. E’ l’anno della morte di Pasolini e Saarinen a Monza. Nel 1974 con la Minarelli salgo per la prima volta sul podio a Monza alle spalle di Nieto e lo svedese Kent Andersson. Nel 1975 passo alla Morbidelli e firmo un contratto di tre anni. Sono il compagno di scuderia di Paolo Pileri: lui primo e io alle sue spalle con ben sei secondi posti: l’ordine della scuderia era Pileri prima guida. Ma è il segnale che cercavo: capisco di avere i numeri per essere un vincente e in questa stagione trionfo nel campionato italiano”.
Minarelli e Morbidelli, due patron che hanno fatto epoca. Che tipi erano?
“Due imprenditori che avevano una gran passione per il motociclismo, generosi, persone aperte, limpide, che si facevano in quattro per te. La Minarelli, una casa di Bologna, allora sfornava duemila motori al giorno, per due anni ho lavorato in catena e come collaboratore facendo il pendolare Rimini-Bologna; la Morbidelli realizzava macchine per la lavorazione del legno. Il patron Giancarlo ha iniziato nel Settanta, con un Benellino che modificava lui stesso. Il primo anno ero in azienda e facevo parte del reparto corse”.
Torniamo alle competizioni. Nel 1976 si ribaltano le gerarchie: lei è il primo pilota e i risultati le danno ragione. E’ il suo momento.
“Sì, alla fine della stagione il campione sono io questa volta. Per sette volte taglio il traguardo per primo e in classifica precedo di 23 lunghezze Nieto in sella alla Bultaco (90 punti contro 67). Il 2 maggio centro il primo successo in Austria, al Salzburgring, anticipando Pileri e Buscherini. Arriva anche il secondo titolo tricolore in quella stagione”.
L’anno successivo – 1977 - si conferma. E’ stato difficile?
“No, anzi. E’ la stagione in cui mi aggiudico ancora una volta sette Gran Premi e a questi  sette successi aggiungo due secondi posti. Sono cinque gli hurrà di fila, primeggio in Belgio e in Finlandia piegando la fiera resistenza di Lazzarini e Nieto. Alla fine il mio è un punteggio record: primo con 131 punti. Quella moto è irresistibile, l’artefice fu l’ingegnere tedesco Jorg Muller, un mago della moto a due tempi. Lui nel frattempo - inizio 1977 - si è trasferito alla Minarelli che stava preparando la moto per la stagione 1978”.
E Bianchi raggiunge nel 1978 Muller per ricostruire l’accopiata vincente, ma intanto resta in Morbidelli. Perché?
“Perché avevo un conratto di due anni e era nei patti con Muller che lo avrei raggiunto alla scadenza del mio contratto per correre nel 1978 con la Minarelli al debutto con la nuova moto. Giancarlo Morbidelli, del resto, aveva vinto tutto in 125, non aveva più stimoli e si dedicava alla 250 con Graziano Rossi. Il mio alla Minarelli è un approdo per così naturale”.
Un esordio vincente quello della Minarelli, al debutto alla competizione mondiale.
“Sono l’unico pilota. Vinco in Venezuela la prima gara, poi arrivano i problemi alla moto. Col team decidiamo di prendere una seconda guida per darmi una mano, contrastare la leadership di Lazzarini e recuperare terreno in classifica. Patron Vittorio Minarelli mi dà carta bianca: scelgo lo spagnolo Nieto che è in quel momento fermo. Ha sei anni più di me, è un campione a tutto tondo. Quando ero ragazzino era uno dei miei idoli. E’ il migliore – penso - che può aiutarci a tornare in testa alla classifica. Invece, sotto sotto e poi mica tanto, Nieto ha fatto il suo gioco più che quello del team. Non mi è mai piaciuto il suo comportamento durante le gare. E la riprova l’ho avuta in Finlandia quando all’ultimo giro ero al comando e lui al secondo posto”.
Bianchi, che successe?
“Invece di controllare Lazzarini alle nostre spalle, mi affianca ad una delle ultime staccate dando modo al nostro avversario di passarci entrambi sul lato opposto. Io per istinto riapro il gas a manetta, in frenata, invece si rivela un errore. Una scivolata mi costa la caduta che pago a caro prezzo. Vince Nieto la gara, Lazzarini è secondo e così vinse il mondiale perché la mia stagione si chiude lì. Che rabbia!”.
Come digerisce la grande amarezza?
“Riportai 12 fratture, tutte alla gamba sinistra. Subisco una infinità di operazioni anche perché durante la preparazione per ritornare in pista mi rompo altre due volte. Un calvario. Allora si usava ingessare e io sono rimasto sei mesi fermo e mi sono portato dietro a lungo le conseguenze. Non torno più in pista, mancano appena due gare alla fine. Chiudo quella maledetta stagione terzo dietro a Lazzarini e appunto Nieto che ovviamente nel campionato del 1979 diventa la prima guida centrando così il suo obiettivo”.
Da allora i suoi rapporti con Nieto come sono stati?
“E’ chiaro che col senno di poi non l’avrei chiamato lo spagnolo al mio fianco, dovevo solo rimproverare me stesso visto che Minarelli mi aveva dato carta bianca nella scelta del compagno di scuderia, comunque io e Angel siamo rimasti formalmente amici. A Madrid, in una rievocazione, dopo 17 anni siamo tornati sull’episodio, ma ciascuno di noi è rimasto della propria idea. Amen”.
Nel 1979 paga le conseguenze dell’incidente: decimo posto in classifica generale con soli 35 punti.
“Ero ancora sotto contratto, ma ero un peso per la Minarelli, non posso avere voce in capitolo o puntare i piedi. Ritorno in pista grazie ad un tutore realizzato dal mitico dottor Claudio Costa quando ormai non ci speravo più e c’era addirittura il rischio amputazione. Traccheggio e finisco decimo, però una bella soddisfazione me la tolgo: in Svezia, sul circuito di Kalskoga, ad un anno esatto di distanza dall’ultima vittoria, grazie alla mia tenacia salgo sul primo gradino del podio. E’ la mia unica vittoria e il campione del mondo è lui, il mio ‘amico’ Angel Nieto”.
Nel 1980 la Minarelli la lascia libero. Come riesce a trovare squadra e a vincere nuovamente il mondiale, il terzo della carriera, oltre al terzo titolo italiano?
“La MBA di Sant’Angelo in Vado è al completo, ma trovando sponsor e mettendoci del mio riesco ad ottenere una moto che non ha nulla a che spartire con la Minarelli di Nieto e le altre dei big. Vinco i primi due GP, a Misano e in Spagna, fila tutto per il verso giusto. Sono stato sempre sul pezzo, concentrato, ho corso con cattiveria e grinta esaltando la mia passione: già, perché io in ogni gara, dalla più importante a quella che non contava niente, ho sempre dato tutto in pista e se un avversario tagliava il traguardo prima di me vuol dire che era stato più bravo. Le gare in salita alla domenica, ad inizio carriera, le vincevo tutte io: andavo sui tragitti due giorni prima per provare il percorso, ogni curva. Non sono mai stato un calcolatore a differenza di Nieto, che pure ho ammirato per il suo talento. Io partivo sempre per vincere, in ogni gara. Lui era forte, ma lo ero anche io. Tutti i titoli sono prestigiosi, ma in effetti il terzo mondiale ha avuto un sapore particolare appunto per la rivalità con Nieto e perché tornavo alla ribalta dopo il grave infortunio di Imatra”.
Nel 1981 Bianchi sarà terzo ancora con la MBA dietro a Nieto e a Loris Reggiani, il suo sostituto alla Minarelli. E poi sperimenterà la nuova cilindrata, la 80, con altrettanto successo prima di tornare in 125.
“Dopo l’esperienza da privato di due anni con le moto Sanvenero in cui mia moglie Lucia e mio figlio Claudio – un nome in omaggio al mitico dottor Costa - mi sono di grande aiuto, non trovo una scuderia. Allora gareggio nella classe 80 per la portoghese Huvo Casal: finisco terzo con due vittorie a Misano e a Jarama. Nel 1985 riecco la 125 col team Elit di Milano: sto per vincere un altro iridato battagliando con la Garelli di Fausto Gresini. All’ultima gara a Misano ho un vantaggio di cinque punti, purtroppo un guasto meccanico a tre giri dalla fine mi toglie lo scettro”.
E’ vero che qualcuno ha malignato su questo suo ritiro?
“Gresini e Gianola facevano parte del Team Italia, cioè la scuderia della Federazione. Da più parti si è insinuato che io o i meccanici avessimo intascato soldi per lasciare campo libero all’avversario, invece non era affatto così. Io avevo il dente avvelenato col Team Italia in quanto bocciò la mia candidatura come tutor dei due giovani piloti. In quella stagione, a 35 anni, dimostrai che avevo ancora cattiveria e fame di successo. Nell’88 gareggio col team Elit nella 125 con la Cagiva nata per l’occasione, una moto monocilindrica diventata obbligatoria per regolamento, ma senza grandi risultati. Nell’89 mi sono ritirato a metà stagione: non avevo la moto competitiva e mi sono reso conto di non essere più quello di prima. Ecco, questo momento è stato doloroso; tutte le altre stagioni, anche quelle non vincenti o da privato, invece, le ricordo stimolanti al massimo”.
Non ha mai pensato di misurarsi nella 250?
“L’ ho fatto in qualche gara raccogliendo anche dei bei piazzamenti con Morbidelli, ma la 125 l’avevo nel sangue, non mi pareva giusto lasciare la strada vecchia e di successo per un’altra tutta da scoprire”.
Pier Paolo Bianchi aveva fama di duro. E’ cosi?
“Sono sempre stato taciturno da pilota e quando parlavo ero schietto, non le mandavo a dire tanto che mi chiamavano ‘veleno’”.
Bianchi, la carriera da professionista le ha regalato agiatezza?
“Ho fatto tanti sacrifici, la gioventù l’ho vissuta diversamente dai miei coetanei, ma ne è valsa la pena. Il motociclismo mi ha garantito il futuro, mi ha fatto guadagnare bene, mi ha permesso di condurre una bella vita e di stare nel mondo che amavo”.
Di Pier Paolo Bianchi non si sono avute notizie per una ventina di anni dopo lo stop. Che cosa fa adesso?
“Ho smesso a 38 anni, mi sono estraniato dal mondo delle corse, ho tagliato i ponti con tutti ed è cominciata una nuova vita. Nel 2007 da Loris Reggiani sono stato chiamato al Mugello per una rievocazione e da allora ci troviamo spesso in giro per l’Europa con numerosi ex piloti, partecipo al Motogiro, insomma sono ritornato nel mio mondo. Nel frattempo ho dato una mano a mia moglie nella gestione di un bar in centro a Rimini che poi abbiamo venduto, da anni aiuto mio figlio nella gestione della sua sala giochi a Torre Pedrera curando la manutenzione delle macchine. Non ce la faccio a stare fermo, alle 5 del mattino sono già in piedi”.
Come è cambiato il mondo delle corse dai suoi tempi ?
“Tantissimo e fare paragoni è impossibile a cominciare dai circuiti che nei primi tempi erano ancora cittadini e molto pericolosi. Oggi comandano gli sponsor e non i risultati come dovrebbe essere tanto che si parla di mercato già alle prime battute di una stagione in vista della prossima. Il motociclismo sta diventando peggio del calcio. Ha perso l’anima, la spontaneità. E’ un business governato dalla Dorna. E poi è soprattutto cambiato l’aspetto tecnico: ora regna l’elettronica, che ti dà un aiuto immenso: è tutto previsto dai computer, il ruolo dei meccanici è di contorno. La figura che equivale all’ingegnere dei miei tempi è il telemetrista. Ai miei tempi la moto poteva rompersi da un momento all’altro, il grippaggio era dietro l’angolo, fin quando non arrivavi al traguardo stavi col patema. Adesso succede molto meno. La moto a due tempi era tosta e Valentino Rossi, il più grande, sa cosa significa visto che anche lui ha corso con questo tipo di motociclette. Una volta le qualità del pilota erano più importanti di adesso”.
Tra i tanti piloti riminesi nelle varie competizioni, c’è qualcuno che ha un futuro?
“Ne abbiamo molti di valore, ma non mi esprimo perché non seguo a tal punto i campionati da poter dare giudizi”.
Cosa le ha lasciato il mondo delle corse?
“Una emozione incredibile – esclama Bianchi mentre gli occhi si inumidiscono - Ho tutto qui nella memoria di ogni corsa, come fosse ieri, i ricordi, le notti a dormire in auto. Il motociclismo è stata la mia vita. Non ho finito gli studi superiori, ma grazie alla mia vita di pilota sono riuscito ad imparare bene lo spagnolo scritto e parlato oltre alla lingua inglese. Un libro sulla mia carriera ricco di foto - Io Pier Paolo Bianchi, tre volte campione del mondo è il titolo  scritto da Nunzia Manicardi è stata una soddisfazione come una soddisfazione è aver recuperato la moto Minarelli col numero 1 con cui ho vinto la prima gara nel 1978 in Venezuela da un collezionista texano che se la era aggiudicata ad un’asta a Parigi. E’ stata un bel sacrificio economico. La tengo custodita gelosamente in una teca nel salotto di casa. No, non ho rimpianti”.

Stefano Ferri

Nelle foto: Pier Paolo Bianchi con la Minarelli originale usata nel 78 con cui ha vinto la prima gara del mondiale in Venezuela acquistata dalla moglie da un collezionista texano che se la era aggiudicata ad un'asta a Parigi. Gli altri tre pezzi sono in possesso di Nieto, Reggiani e dell'allora ex ds della scuderia Verrini; in sella alla Cagiva a fine carriera; in alcune immagini d'epoca in azione; la copertina del libro dal titolo "Io, Pier Paolo Bianchi" e la retrocopertina.