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'Diavolo' di un Gaudenzi: 'Io e il pressing di Sacchi: a 17 anni ero indemoniato, deb in C senza paura'

Dal Rimini al Milan sul tetto del mondo. 'Mediano? Mi ha inventato Frosio al Monza. Torno solo per fare l'osservatore'

Sport Riccione | 08:22 - 25 Ottobre 2020 Gaudenzi ieri con la maglia del Milan e oggi Gaudenzi ieri con la maglia del Milan e oggi.

Che fine ha fatto Gianluca Gaudenzi da Riccione? Sì, l’attaccante biondino che Sacchi lanciò in prima squadra a Rimini in serie C a 16 anni e mezzo (parliamo dell’82, lui è della classe 1965) e che nel 1991 alzò la Coppa Intercontinentale a Tokyo col Milan di don Arrigo?

“Sono in pensione – fa lui ad un tavolo all’aperto di un bar della Perla Verde in una assolata giornata di sole, dietro alla mascherina, cappellino in testa – col calcio ho chiuso da qualche anno. Do una mano a mia figlia Martina che è titolare di un negozio di bigiotteria: Malu Bijoux, in via Gambalunga a Rimini e sono nonno di una bambina di quattro anni e mezzo di nome Sofia”.

Non lo segue nemmeno in tv?

“Certo che seguo le partite, sono un appassionato. Strizzo l’occhio al Milan, ma non mi definisco un milanista. Non mi sono cucito addosso nessuna maglia”.

Non sente il richiamo del tappeto verde?

“Ho fatto l’allenatore, ho vinto due campionati di serie D con Fano e Ivrea, poi ho detto basta nel 2012. Sono in pace con me stesso, sereno. Ho avuto anche due attacchi di angina quando allenavo, problemi risolti, ma non mi sono fermato per quello. Non ho sfondato, sono rimasto lì tra serie C e serie D. Mi sono venute a mancare le motivazioni, il gusto della sfida, il mio pane per andare a mille. Per carità, la gavetta ci sta, ma traccheggiare non mi piace. Comunque non si sa mai che ritorni nel mondo del calcio. Se qualcuno mi chiama per fare l’osservatore, mi butto. E’ questo l’unico ruolo che vedo ritagliato per me, qualcosa penso di capirci di pallone, mi piacerebbe scoprire dei talenti. Le qualità tecniche non bastano per sfondare, ci sono altre componenti a completare un gocatore”.

Riavvolgiamo il nastro. Gaudenzi nasce nell’Asar, poi passa alle giovanili del Riccione per finire al Rimini Calcio a 15 anni. Gioca nella Primavera biancorossa con Marcello Neri, a 16 anni si fa un paio di panchine in prima squadra a Roma con la Lazio e in casa col Bari. La squadra biancorossa allora milita in serie B. “Il tecnico era Maurizio Bruno – rammenta – Retrocedemmo a 36 punti per la classifica avulsa. Mai successo nella storia. Era il Rimini di Saltutti, Parlanti, Manzi, Buccilli. Io allora mi allenavo con la prima squadra”.

L’anno dopo in biancorosso arriva mister Arrigo Sacchi, reduce dallo scudetto Primavera col Cesena.

“E’stata la mia fortuna. Io, Zamagna e Zannoni finiamo in prima squadra, Sacchi porta da Cesena Bianchi e Zoratto e Pecoraro e De Napoli dall’Avellino Primavera. Restano i vecchi: Petrovic, Buccilli, Manzi, ci sono Cinquetti e bomber Mirco Fabbri. Segno 5 gol. Era una squadra frizzante, che metteva in difficoltà le corazzate: Parma, Padova, Carrarese di Orrico che poi andrà all’Inter”.

Lei colleziona 26 presenze…

“Interpretavo alla perfezione il credo del mister. Pressavo per 90 minuti sui difensori avversari, una novità assoluta per i centravanti, a quel tempo. Ero indemoniato da pressing, per usare una espressione dello stesso Sacchi che mi ha ricordato in uno suo libro. Facevo a sportellate senza paura, ricordo in Rimini-Parma un spalla contro spalla contro Stoppani, anche lui in biancorosso: volò sui cartelloni pubblicitari e io feci gol. C’erano fior di attaccanti nel girone: De Falco e Ascagni a Trieste, Barbuti a Parma, Gritti a Brescia, Pezzato alla Spal, Rondon a Vicenza. Era una serie C di altissimo livello. Si respirava un’aria positiva, c’era entusiasmo tra noi.  Allora il pressing degli attaccanti, le sovrapposizioni dei terzini, i tagli delle punte, gli incroci, erano novità assolute. Il lunedì riposavamo per modo di dire: Sacchi faceva lezione, si rivedevano le partite al videotape, anche questa una cosa nuova, ogni giocatore doveva contare il numero delle giocate che aveva fatto…”

 Eravate fuori da ogni schema…

“Può ben dirlo. Proponevamo un gran bel calcio, soprattutto eravamo una squadra con tanti giovani e allora anche per questo Sacchi era una eccezione. Sacchi ha introdotto la doppia seduta di allenamento, cose diverse a livello tattico. I vecchi bofonchiavano un po’… Durante gli allenamenti saliva in tribuna per vedere meglio e dava le disposizioni col megafono. Nella seconda parte di stagione abbiamo fatto un richiamo della preparazione a Carpegna, da allora il motore si è imballato e alla fine siamo arrivati quarti. Peccato. Comunque i tifosi si erano innamorati di quel Rimini: il Neri faceva settemila spettatori ogni partita”.

Da Rimini Gaudenzi prende il volo. Due stagioni a Brescia e ad Ancona in C, quindi viene ceduto al Livorno dove nasce una colonia riminese.

“L’ex ds del Rimini Beppe Galassi sbarca a Livorno con il dirigente Bergamini e porta me, Stefano e Igor Protti, Zamagna. C’è anche Berlini, ci sono Ceci e Allegri, che chiamiamo ‘acciuga’ per il suo fisico longilineo, Gadda. Finiamo nel girone meridionale dove siamo costretti a viaggi lunghissimi e paghiamo dazio. Retrocessione e io sto fuori sei mesi per la lesione dei legamenti”.

Però non tutto viene per nuocere, vero?

“Finisco al Pescara, retrocesso in serie C. Durante il ritiro arriva la notizia del ripescaggio in serie B. Il tecnico è Giovanni Galeone che guida un bel gruppo di giovani. Ci sono Pagano, Rebonato, Bosco, Gasperini, l’attuale tecnico dell’Atalanta, come mezzala destra. Giochiamo col 4-3-3 e io faccio l’esterno sinistro. Segno tre gol. Ricordo il colpaccio al Dall’Ara di Bologna con rete di Rebonato, ci sono 12 mila spettatori da Pescara e giochiamo in mezzo alla settimana. Alla fine saliamo in serie A. Nel giro di 12 mesi ci siamo ritrovati dalla C alla A. Fantastico”.

E l’anno dopo vi salvate.

“Sì, quella sarà l’unica salvezza del Pescara nella massima serie. All’esordio vinciamo a San Siro 0-2. Era la stagione 1987-88, avevo 23 anni. Giocai sempre. Gli stranieri erano Junior e Sliskovic, che fumava come una ciminiera. Era l’idolo di Galeone. Anche il mister fumava, ma solo quando era in panchina”.

Galeone e Sacchi: come li definisce?

“Due poeti del calcio alla loro maniera, due tecnici bravissimi. Arrigo era meticoloso, uno studioso. Ha cambiato il calcio, si può dire. Gli sono grandemente riconoscente. L’altro era stravagante, bizzarro: a Pescara, una piazza molto calda ed entusiasta, era un idolo incontrastato. In tribuna tutti cantavano il cognome del mister ritmato come un ritornello ubriacante”.

Stagione 1988-89. Gaudenzi approda al Monza in serie B. E qui c’è la sua metamorfosi tecnica e tattica: da attaccante diventa mediano. Che succede?

“L’allenatore è Frosio, anche lui passato da Rimini due anni dopo di me, sempre con Sacchi in panchina. Il ds è Marotta. Succede che in attacco oltre a me ci sono tre ragazzini come Casiraghi, Stroppa e Ganz. Tutti bravissimi, si vede che sono dei fenomeni. Si fa dura anche se io gioco. L’andata non va bene, allora il mister ha l’intuito di provarmi a centrocampo: mi convince. Nel ritorno la squadra gira a mille. Io faccio molto bene, sono un centrocampista alla Gattuso: 28 partite e un gol segnato alla Cremonese all’esordio. Alla  Cremonese ho sempre segnato, mi portava fortuna questo club”.

L’anno seguente rieccola in A al Verona di Bagnoli, anche lui passato da Rimini. L’epilogo è amaro…

“Retrocediamo in serie B all’ultima giornata perdendo 1-0 nello scontro diretto del Manuzzi contro il Cesena. Ci condanna il Condor Agostini, un altro grande giocatore e mio amico. Eppure mi chiama Sacchi al Milan, il grande Milan. E’ il 1990. Ho 25 anni. Avevo mercato allora: c’era la Fiorentina, la Juventus con Boniperti che spingeva. In rossonero ho vinto la Coppa Intercontinentale a Tokyo battendo 3-0 l’Olimpia Asuncion con doppietta di Rijkard e gol di Stroppa. Gli ultimi 20 minuti li gioco anche io prendendo il posto di Donadoni. In quell’anno metto in bacheca anche la Supercoppa Uefa battendo la Sampdoria e giocando il match di andata da titolare”.

Due anni a Cagliari in A (“al secondo anno sfiorammo l’accesso in Uefa con Mazzone: c’erano Matteoli, Fonseca, Herera, Francescoli”), quindi ancora il Pescara in B per due stagioni e poi la Lucchese in serie B.

“Ci piazzammo al quinto posto, sfiorammo la serie A – ricorda Gaudenzi -. Il tecnico era Maciste Bolchi, un altro grande. Del tutto diverso quanto al modo di concepire il gioco del calcio rispetto a Sacchi e Galeone, ma ugualmente competente e carismatico. E poi voglio ricordare tra i mister anche Firmino Pederiva che ha contribuito da ragazzino in maniera importante alla mia crescita”.

Poi Modena sempre in C e Cesena…

“Qui arriva la promozione nella serie cadetta. Il mister era Benedetti. La squadra era super: Bianchi, Gadda, Agostini, Comandini, Salvetti.  Ci piazzammo al primo posto”.

Chiude la carriera a Fano a 35 anni in serie D. Siamo nel 2000.

“Faccio una presenza e dico basta. Poi succede che la società esonera mister Mei e mi chiama in panchina. Alla seconda stagione vinciamo il campionato di serie D spuntandola sul Forlì di Bardi. Nella mia squadra ci sono Cornacchini e l’eterno Gadda oltre al riminese Serra”.

Prometteva bene…

“Vinco anche ad Ivrea e saliamo in C2. Poi mi ingaggia il Carpenedolo di Tommaso Ghirardi che una volta allo stadio di Cuneo arriva in elicottero. Proprio contro l’Ivrea perdiamo la finale playoff per la C1: loro si sono piazzati meglio in campionato. Successivamente alla Pro Patria in C1 vengo chiamato a sette giornate dalla fine. Non riesco a salvarla. Mi richiama il Fano in C2 dove in corsa do le dimissioni. E quel punto dico basta”.

Che tipo di allenatore era?

“Ho usato tutti i moduli: 4-4-2, 4-3-3, 3-5-2 in base alla caratteristiche dei giocatori. Ho cercato di prendere il meglio di ogni mio maestro”.

Il successo più bello tra i tanti?

“Il salto in serie A col Pescara, la mia prima promozione. Allo stadio Adriatico c’erano ogni volta 40mila spettatori, quello era calcio vero. Penso all’esordio in serie A a San Siro con vittoria, all’esordio in Coppa Campioni contro il Bruges, alla Coppa Intercontinentale.  Io ho alzato quel trofeo sfuggito a grandi campioni, penso ad esempio a Totti”.

Credeva possibile ai tempi di Rimini ad una carriera così importante?

“Diciamo che ero fiducioso sulle mie qualità fisiche e tecniche e soprattutto di temperamento. Avevo grande forza, non avevo paura di nulla. Ero un gladiatore e di gladiatori veri ce ne sono pochi”.

Ha rimpianti? Ad esempio lo scudetto?

“No, anche se lo scudetto l’ho solo sfiorato, col Milan. Come faccio ad avere rimpianti? Ho lavorato coi migliori tra tecnici e dirigenti come Galliani e Marotta; ho vissuto anni meravigliosi: la partita è adrenalina pura, sei in un altro mondo, non senti nulla. Il bello è la settimana, la vita dello spogliatoio in cui sei te stesso insieme ai tuoi compagni. Ecco, questi ricordi indelebili hanno il potere di cancellare ogni amarezza, se mai c’è stata”.

Gaudenzi, che consiglio si sente di dare ad un giovane calciatore?

“I ragazzi devono coltivare la loro passione, inseguire i sogni. Il talento è importante, ma non è tutto perché ci sono ragazzi che si perdono per strada; la differenza spesso la fanno la determinazione, l’entusiasmo, le rinunce che si sopportano, la capacità di non perdersi d’animo perché c’è sempre la possibilità di rifarsi. Guai mollare”.

E ai club che cosa suggerisce?

“Devono avere coraggio nel dare fiducia ai ragazzi. Ce ne sono tanti bravi, che meritano una chance”.

L’esempio di Sacchi deve essere la bussola: chissà che da queste parti non possa vedersi un nuovo Gianluca Gaudenzi.

Stefano Ferri

In gallery (da collezione privata del Guerin Sportivo)
1 Gol di Gaudenzi in Pescara - Como 2-0 (stagione 1987-88), disegno di Paolo Sabellucci 2 gol di Gaudenzi alla Cremonese con la maglia del Verona (stagione 1989-90) 3 Gaudenzi con Sergio in Lazio - Milan 1-1, partita nella quale il centrocampista riccionese fu determinate nell'azione del pari di Evani (stagione 1990-1991)  4 Gaudenzi a fianco di Gullit che solleva la coppa intercontinentale vinta nel dicembre 1990 e Gaudenzi con Fusi, attuale allenatore del Torino, in  Cagliari - Torino della stagione 1991-1992 5 Gaudenzi a segno in Cagliari-Genoa 1-1 (stagione 1991-92).