Giovedý 22 Ottobre00:45:56
Android
 | 
iOs
 | 
Mobile

Basket, Alex Righetti tra passato e futuro: ora fa il coach e punta alla A2 alla guida del Real Sebastiani Rieti

L'esordio in A a 16 anni, il Papo, Carasso, l'argento ad Atene 2004... Con Bonora a Roma gestisce un centro sportivo

Sport Rimini | 07:40 - 18 Ottobre 2020 Alex Righetti ieri e oggi Alex Righetti ieri e oggi.


Se la carriera da tecnico sarà come quella da giocatore sarà sicuramente un successo. Già, perché Alex Righetti, classe 1977 (è nato il 14 agosto), riminese doc, il giocatore di pallacanestro cresciuto nel Basket Rimini con la carriera più luminosa assieme a Carlton Myers, ha alle spalle 20 anni di serie A con una bacheca molto ricca: per l’ala di 1,98, promozione dalla A2 alla A1 con Rimini nel 1997 (1993-2000 la sua striscia in biancorosso) con quarti di finale playoff e debutto in Coppa Korac (canotta Pepsi); una Supercoppa italiana con la Virtus Roma (2000-2007 e 2013-2014), una Coppa Italia con Avellino (2007-2008); un Eurochallenge con Bologna sponda Virtus (2008-2010). E ancora: una stagione con Varese (2010-2011), con la Juve Caserta (2011-2012), col Basket Ferentino (2012-2013) e infine con l’Eurobasket Roma (2014-2017) salita dalla serie B alla A2.

In canotta azzurra, un bronzo agli Europei in Svezia nel 2003 e un argento alle Olimpiadi dodici mesi dopo ad Atene (sconfitta con l’Argentina). A seguito di questo risultato Righetti e gli altri azzurri sono stati insigniti della prestigiosa onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana.

Alex Righetti, manca qualcosa nella sua bacheca…

“Manca lo scudetto, è vero. Non sono arrivato a giocare una finale per il titolo, mi sarebbe piaciuto ma non la vivo come una delusione, un cruccio, al massimo come un traguardo non raggiunto. Fa parte del gioco”.

La sua soddisfazione più bella?

“La prima partita con Rimini, l’esordio in serie A. Avevo 16 anni. Una emozione incredibile. Poi tutti i successi ottenuti nelle varie piazze sono stati importanti, ti lasciano una emozione incredibile”.

Ci parli di quelle azzurre.

“Tutti giustamente ricordano i podi, io preferisco pensare al percorso che ha portato l’Italia al bronzo europeo prima e alle Olimpiadi poi, dove siamo partiti e dove siamo arrivati. Ad Atene andavano solo le prime tre d’Europa e noi in Svezia ci siamo messi alle spalle fior di avversari sulla carta molto più quotati di noi. Non era facile. Si era creato un bel gruppo, l’affiatamento giusto, ci siamo fatti il mazzo assieme a coach Carlo Recalcati. Abbiamo meritato quel traguardo, Dentro di te, alla fine, rimane quello che hai costruito per per arrivare lì”.

A proposito di coach, lei ha avuto il meglio del panorama nazionale. A quale è più legato?

“Sì, di meglio non avrei potuto pretedendere: Tanjevic e Recalcati in Nazionale, Pesic, Repesa e Caja a Roma dove ho ritrovato Bucchi che a Rimini mi ha lanciato facendomi esordire sedicenne: nel 1997 conquistammo la promozione in serie A1, infine Boniciolli a Bologna ed Avellino. Da tutti ho preso qualcosa e sui loro insegnamenti ho cercato di costruire la mia idea di basket. Ma ci sono altri due personaggi che sono stati altrettanto molto importanti anche se all’inizio della mia carriera…”.

…Claudio Papini e Paolo Carasso

“Si, proprio loro. Sono stati fondamentali nella mia crescita. Ricorderò sempre quando in Comune venni premiati per l’argento alle Olimpiadi. Il ‘Papo’ si commosse e mi ringraziò. Io gli dissi che a ringraziarlo dovevo essere io per tutto quello che aveva fatto per me, per noi giovani del Basket Rimini. E’ stato fondamentale per la nostra crescita dal punto di vista non solo sportivo ma anche umano. Paolino Carasso mi ha allenato ancora prima di Papini, io avevo 14 anni e lui era poco più che ventenne. Mi veniva a prendere a casa in auto, col tempo si è creato un rapporto stretto tra noi: ogni estate finché non ho smesso di giocare è stato il mio allenatore al camp e nelle decisioni più importanti della mia carriera, nei momenti anche più difficili, è stato un mio importante interlocutore dandomi il suggerimento giusto”.

Restiamo al Basket Rimini. Questa annata è stata tragica: ci hanno lasciato Gian Maria Carasso e il dottor Enzo Corbari.

“Un anno veramente triste. Enzo trattava i ragazzi come dei figli, al di là delle sue capacità professionali dava tanto sotto il profilo umano: era sempre disponibile. Gian Maria è stato un punto di riferimento per generazioni di giocatori e tecnici. Ti spronava, ti insegnava, si raccomandava. Era il papà di tutti. Tutte le volte che penso a loro, mi viene la pelle d’oca. Sono state persone che ti rimarranno dentro per sempre. Lasciatemi ricordare anche Gianluca ‘Lomba’ Lombardini, un amico, un altro grande dirigente che è venuto a mancare in questi giorni. Sì, proprio una annata no questo 2020”.

Ha seguito le vicende di RBR. Che pensa?

“Paolino Carasso e tutti gli altri hanno creato una realtà solida, strutturata, una rete capillare di società del territorio; il progetto è molto bello, entusiasmante, tale da riaccendere l’entusiasmo cittadino per la pallacanestro. La squadra è forte, Massimo Bernardi un allenatore esperto e di valore. Da riminese come loro sono orgoglioso per quello che stanno facendo. Segui le loro vicende con passione”.

Lei ha messo su famiglia a Roma. Non sente la nostalgia della sua Rimini?

“Dopo tanti anni vissuti lontano, ho trovato nella Capitale la mia seconda casa. A Roma mi sono trovato bene, è venuto naturale fermarmi, mia moglie Valentina è romana, qui sono nate le mie due figlie Ginevra e Ludovica di dieci e otto anni. Roma è cambiata molto negli anni, come le altre metropoli ti dà tanto e nello stesso tempo ti toglie qualcosa”.

Tra l’altro lei ha altri interessi oltre al basket lì a Roma.

“Cinque anni fa con il mio grande amico, ex compagno di squadra prima e allenatore  poi Davide Bonora, abbiamo aperto un centro sportivo di paddle, una disciplina che allora stava facendo capolino e ora ha preso molto piede. Ci abbiamo creduto e siamo contenti di come stanno andando le cose”.

Il suo rapporto con Rimini?

“E’ vivo anche se a distanza, ho la famiglia, mio padre Alfio che ora ha 68 anni (ricordate l’ex pugile della Libertas che arrivò a sfidare Leon Spinks nella semifinale mondiale?), tanti amici. Le vacanze estive le trascorriamo in Riviera e ogni volta che torno noto qualcosa di nuovo, ovviamente in meglio. Rimini mi piace sempre di più, faccio i complimenti ai nostri amministratori”.

Torniamo al basket, al suo nuovo mestiere di coach. Dopo le giovanili all’Eurobasket Roma, club che da giocatore ha portato fino alla serie A2, ha guidato la Tiber Roma in serie B e la scorsa stagione sempre nel campionato cadetto la Virtus Valmontone, squadra dell’hinterland romano. Ora il Real Sebastiani Rieti.

“L’anno scorso la squadra era giovane e prima dello stop eravamo in zona playoff. In estate, acquisendo il titolo della Virtus Valmontone, è nata a Rieti la seconda realtà cestistica cittadina (la NPC milita in serie A2), che si richiama alla vecchia Sebastiani di Brunamonti e Zampolini.  Il presidente viene dal calcio a cinque: in poco più di dieci anni ha portato la sua squadra dalla serie C alla serie A fino alla finale scudetto e alla competizione europea. La squadra è forte, ha l’ambizione di salire in serie A2 perché è formata da giocatori importanti. Non ci nascondiamo. Arrivare al traguardo sta a noi, a me e ai giocatori. Se mi sento pronto? Non lo si è mai. So che la strada è lunga e tortuosa, richiede sacrificio, impegno, aggiornamento continuo perché il mestiere di allenatore è evoluzione costante, significa aggiornamento, studio, scambio di opinioni. La cosa certa è che sono carico, ho molta voglia di mettermi alla prova, poi saranno i risultati a stabilire il mio futuro. Di certo, nel dopo basket giocato mi vedevo su una panchina e quindi sto facendo quello che mi ero ripromesso. E’ un mestiere molto stimolante”.

In che basket crede?

“Il basket è uno sport di squadra e come tale deve coinvolgere tutto il quintetto, i cinque giocatori devono muoversi in armonia nel rispetto dei ruoli, dei tempi dell’azione. Ci devono esser degli equilibri da rispettare, insomma, il corri e tira o il tipo di basket da NBA non rientra nella mia filosofia di tecnico. Con l’andare del tempo all’aspetto tecnico ho capito che un ruolo importante gioca anche l’aspetto tattico. I picchi, in eccesso o in difetto non mi piacciono, si deve essere un giusto bilanciamento tra attacco e difesa anche se è quest’ultima, alla fine, che ti crea un senso di appartenenza, una identità di squadra a cui ti aggrappi per vincere una partita”.

Il suo sogno?

“Come qualsiasi professionista arrivare il più in alto possibile, so che molto dipenderà da me. Lavorerò per riuscirci”.

Rieti punta alla A2, Rimini sotto sotto ci conta. Covid permettendo, chissà che la prossima stagione le strade di Alex Righetti e di RBR possano incrociarsi.

Stefano Ferri