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Finisce in gloria il progetto bellariese "Pedalando per l'Italia", il giro dello stivale a bordo della Vale

Manila ha percorso oltre 5 mila chilometri in 48 giorni toccando tutte le Regioni e i capoluoghi

Attualità Bellaria Igea Marina | 09:59 - 16 Ottobre 2020 Marco Manila Pasqualini in compagnia dell'assessore alla Protezione civile di Bellaria-Igea Marina Cristiano Mauri Marco Manila Pasqualini in compagnia dell'assessore alla Protezione civile di Bellaria-Igea Marina Cristiano Mauri.

Dopo 48 giorni di pedalate quasi ininterrotte su oltre 5 mila chilometri di tracciato, su strada e in pista ciclabile, finisce trionfalmente il progetto "Pedalando per l'Italia", ideato dal 45enne bellariese Marco Manila Pasqualini e organizzato assieme al locale gruppo di protezione civile, con l'intento di promuovere l'Italia più bella e a tratti meno conosciuta, raccogliendo nel frattempo fondi a sostegno del volontariato locale.


Partito il 29 agosto «senza essere un ciclista né essermi allenato», Manila ha documentato e filmato moltissimi istanti delle sue numerose tappe, che lo hanno portato ad attraversare tutte e 20 le regioni d'Italia, senza fare «nemmeno un metro a bordo di mezzi pubblici», eccezion fatta per i traghetti, perché «la bici ancora non vola sull'acqua», ironizza. Questo nonostante qualche disavventura, la prima proprio al secondo giorno di viaggio con la rottura del tendicatena, che però è stato prontamente sistemato anche grazie alla buona volontà e alla preparazione dei volontari della protezione civile di Bentivoglio.


«È stato un viaggio incredibile che ho iniziato come sfida, senza sapere nemmeno se sarei arrivato oltre la seconda tappa, visto che sono partito senza l'esperienza del ciclista, né del meccanico», racconta durante l'ultima fatica da Ancona a Bellaria, percorsa giovedì. «Ho sempre avuto fortuna con il tempo, pioggia ne ho presa a non finire ma non ho mai cancellato una tappa per questo. Ho avuto sì dei contrattempi, ma sono sempre riuscito a recuperare strada, rispettando bene o male la tabella di marcia». Un'esperienza che lo ha cambiato profondamente: «Non sono mai stato una persona insicura, ma trovarmi ad affrontare ore di pedalate in solitaria, talvolta anche in mezzo al nulla, con l'ansia di poter restare a piedi e di non sapere bene come fare per ripartire mi ha incredibilmente rafforzato. Ho affrontato salite lunghe chilometri dove andavo a 9 all'ora e non potevo fare altro che pedalare e pedalare, per ore, senza agitarmi». Così è stato. «Il tempo passa, la strada sotto le ruote scorre sempre e pian piano si arriva alla meta». Per Manila è stato un viaggio così intenso che «mi sembra di averci messo una settimana, non un mese e mezzo». All'inizio aveva previsto una sosta a settimana, alla fine si è fatto prendere il piede e ha proseguito, facendo pit stop soltanto a «Eraclea, Cagliari e Tropea, perché era troppo bella per non vederla più da vicino».

Un viaggio percorso quasi sempre in solitaria, fatta eccezione per due belle sorprese: «A Milano mi hanno raggiunto due amici di Bellaria che hanno percorso con me un pezzo della tappa fino a Torino. Ad Arezzo un gruppo di amici si era nascosto dietro a un cespuglio e mi ha fatto una sorpresa commovente». Lacrime anche quando si è fermato Amatrice e poi a L'Aquila, terre mutilate dal terremoto e che portano ancora evidenti le ferite di quei tragici eventi di appena quattro anni fa. Dolore anche di fronte al Sacrario militare di Redipuglia, o al nuovo ponte San Giorgio di Genova. Enorme stupore invece di fronte a bellezze incredibili come il Cristo redentore di Maratea, un po' la versione potentina del ben più famoso Cristo brasiliano.

Manila ha pedalato a bordo della "Vale", un’appariscente tre ruote fucsia elettrica con pedalata assistita intitolata al compianto fotografo e designer Valentino Candiani che poco prima di morire aveva dato le linee guida del telaio della cargo bike realizzata poi da Rinaldi Telai della provincia di Sondrio. La scelta del colore anche per dare visibilità al passaggio dell’insolito mezzo e di conseguenza al viaggio stesso. Una scelta vincente, visto che molte persone nel corso del viaggio si sono avvicinate per saperne di più: «Ho incontrato centinaia di persone e a tutte ho parlato con il cuore aperto del motivo che mi aveva spinto a mettermi in bici, dello scopo solidale di questo viaggio e sono sicuro che la gioia di star facendo qualcosa per gli altri si sia attaccata a qualcuno di loro». La cosa più discussa in assoluto è sempre stata «la mappa dell'Italia con i tratteggi degli itinerari fatti: molti non ci credevano che avevo già fatto tutta quella strada. Ma video e foto parlano per me».

In 48 giorni non ha mai comprato una bottiglia di plastica, visto che è sempre riuscito a riempire la sua borraccia o alle fontane pubbliche, oppure «citofonando nelle case». E non ha mai lasciato la bici in strada, visto che «per scelta etica, ma anche per una questione di sicurezza, non ho mai voluto andare in un grande supermercato ma ho sempre affiancato un negozietto di paese o una piccola bottega chiedendo che mi allungassero qualcosa dalla porta e pagando in sella». Un modo per sostenere l'economia locale e nel frattempo evitare spiacevoli inconvenienti, come il furto di una borsa o, peggio ancora, dell'intero equipaggio.

Tra le sorprese più belle «una camera che mi è stata pagata a Recco da un anonimo benefattore, anche se penso sia stata opera di un signore a cui avevo chiesto consiglio per un albergo che non costasse troppo». O l'amicizia di un ragazzo di Torino con la Sma, che però sta lottando con la malattia andando in bici, una passione che al momento ancora non gli è stata privata dalla sclerosi. 

Le tappe più difficili sono state diverse: «Direi inaspettatamente quelle per raggiungere Potenza, Catanzaro o Campobasso. Ho dovuto attraversare distanze molto lunghe e salite ripidissime, con continui sali-scendi. In certe regioni, e non parlo solo del sud, ho fatto molta strada, con tratti anche pericolosi su vie trafficate e percorse anche da camion, perché non c'erano piste ciclabili percorribili. È un peccato, visto che nella gran parte dei casi sono strade circodate da campi». Paradossalmente uno dei tragitti più facili è stato Torino-Aosta, perché «il paesaggio era talmente bello che in un attimo mi sono ritrovato alla meta senza nemmeno essermi accorto della fatica».

A dare risonanza al percorso e quindi alla raccolta stessa sono stati gli aggiornamenti quotidiani su FacebookInstagram e Youtube, con video montati la sera per la mattina. Il tutto per dare visibilità al progetto, sostenuto dalla protezione civile locale e dal Comune attraverso un apposito patrocinio, per raccogliere fondi a favore del volontariato locale. Ma prima che arrivi il tempo di far da conto, ora è arrivato il momento di riposare le gambe.

Francesca Valente