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Firmino Pederiva gioca all'attacco: le verità del maestro di calcio. 'Ho 75 anni, alla pensione non penso'

'Ai ragazzi dico: seguite il vostro estro. I genitori invadenti stiano al loro posto'. E mette nel mirino San Marino

Sport Rimini | 08:53 - 11 Ottobre 2020 Firmino Pederiva Firmino Pederiva.

“Mi chiede se a 75 anni non ho voglia di andare in pensione e attaccare gli scarpini al chiodo? Neanche per idea. Ci sono dei giorni in cui sono un po’ affaticato e la luna è storta, poi quando vengo al campo, praticamente tutti i giorni, e vedo i miei ragazzi che mi salutano sorridenti dicendomi ‘ciao Firmi’, mi si allarga il cuore. E’ uno spettacolo e io mi rigenero. Un mio ex della classe 1958 l’altro giorno mi è venuto a far visita al campo. Non c’è dubbio: dai ragazzi ho ricevuto più di quanto abbia dato loro”.

Firmino Pederiva è uno degli ultimi maestri di calcio del nostro territorio. Un pedagogo del pallone per generazioni di giovani calciatori. Potremmo dire il “verbo” se il termine non suonasse troppo pomposo e Pederiva non ci rimproverarasse come se avessimo azzardato una giocata non ammessa. Ci perdonerai, Firmino.

Come giocatore, dopo essere cresciuto nelle giovanili della Juventus, Firmino Pederiva ha smesso a 23 anni per un serio infortunio al ginocchio dopo aver frequentato i campi anche della serie C con Spezia e Cosenza..

Pederiva, adesso continui lei la storia.

“Da allora non ha mai praticamente saltato un giorno su un campo da calcio. Nel 1972 approdo a Riccione dove mi sposo. L’anno successivo comincio la carriera di mister al Rivazzurra  quasi per caso: non pensavo di fare l’allenatore. Succede che passo in auto sulla Statale e vedo tante auto. Mi fermo. Scorgo il mio ex allenatore Guglielmo Giovannini, l’ex giocatore del Bologna: proprio a Rivazzurra organizza il pre esame del corso allenatori. Ci sono 39 iscritti su 40 posti liberi. Mi butta in campo, supero la prova e vado al corso anche io. I dirigenti del Rivazzurra sanno che avevo giocato tra i professionisti e mi buttano nella mischia. Allora c’era sola la squadra Allievi. Inizia così la mia carriera di mister. Coi Giovanissimi del Rivazzurra ho vinto uno dei miei due titoli tricolori da mister: l’altro è stato con la Juniores del San Marino. Da giocatore ho primeggiato, invece, col Cerisia, club della cintura di Torino”.

Altri successi?

“La promozione in B, la seconda del Rimini, come vice di Maurizo Bruno con il Rimini è un gran bel ricordo come la prima: io guidavo allora la Under 23”.

Rimane a Rivazzurra due, tre anni e arriva al Rimini Calcio.

“E’ il 1975-1976, l’anno della promozione in serie B. Io alleno la Berretti e la Under 23. A Rimini ritorno per cinque, sei anni dopo un biennio al Cesena. Una parentesi in prima squadra non fortunata con Pievigina e Riccione e poi di nuovo il mondo giovanile”.

Lei è stato vice di Bruno, Sacchi e Materazzi. Ha lavorato con Helenio Herrera. Un flash su ciascuno…

“Bruno è stata una persona straordinaria, un esempio di educazione e signorilità. Era capace di regalare tranquillità a tutti anche nei momenti più difficili e di compiere scelte complicate con serenità”.

Una immagine di Helenio Herrera?

“Nella prima delle sue due esperienze aveva una carica eccezionale, era in grado di galvanizzare anche i muri dello spogliatoio . Chiedete notizie a Fagni: per il Mago era meglio di Jair. Beppe gol volava e la squadra assorbiva il carisma del Mago”.

Anche Sacchi è stato un vero personaggio…

“Helenio a Rimini era al tramonto della sua luminosa carriera, Arrigo invece all’inizio. Ha dato modo a tutti, giocatori e tecnici, di crescere. Un anno al suo fianco è stato più formativo rispetto ad altre stagioni con altri colleghi. Io ho preso spunti dai suoi concetti per sviluppare il mio modo di allenare. Era un maniacale e questo allora è stato il suo limite: programmava gli allenamenti per svariati mesi e rispettava la tabella sempre e comunque. E’ stato un precursore. Arrigo è la Storia, ha arricchito il mondo del calcio a livello mondiale”.

Materazzi?

“Anche lui aveva idee innovative, era alla prima esperienza e come Sacchi proveniente da una Primavera. Anche Materazzi è stato protagonista di una ottima carriera. A quei tempi Rimini era il laboratorio sotto gli occhi di tutti”.

Pederiva, proseguiamo il cammino: quattro anni al settore giovanile al San Marino, la esperienza nella Scuola Calcio Garden che si abbina a Santarcangelo e Riccione, poi il Sudamerica. Che è successo?

“Mi convince un mio amico di Torino che ha agganci con una società del Paraguay.  Il calcio latino mi ha sempre affascinato e accetto la sfida anche per cambiare un po’ aria e ritrovare entusiasmo. La prima volta resto tre mesi, il tempo di durata del permesso di soggiorno, lavoro con una una trentina di ragazzi di 16-17 anni già selezionati e che devono completare il loro percorso. Dopo due anni sono ritornato chiamato da una Scuola calcio: sono rimasto un paio di anni tornando a casa ogni sei mesi”.

Che cosa ha trovato là?

“Sono rimasto affascinato da questo Paese, ho trovato povertà ma vissuta con dignità e umiltà. Il calcio è fantasia, in qualche maniera una forma di riscatto sociale. Ho ricevuto una accoglienza particolare, calorosa, mi sono calato nella realtà ottimamente. Ho senttito da parte di tutti un grande affetto e con gli amici di Assuncion sono rimasto in contatto".

Il suo più lungo incarico è stato in Federazione a San Marino dove si è occupato del settore giovanile selezionato. Otto anni a fianco di qualificati allenatori. Pederiva, perché allora sul Titano i risultati sono quelli che sono? Non potrà mai rivedersi un Massimo Bonini a San Marino?

Pederiva offre un sorriso amaro. “E chi l’ha detto? Il problema è che mancano le idee, il problema è nella cabina di regia: sul Titano c’è benessere, la Uefa elargisce contributi ai club in quantità e dunque si vivacchia. I nostri vecchi dicevano che se non hai fame non ti industri più di tanto di portare il pane a casa… La colpa non è dei ragazzi, ma degli adulti. Non è vero che non ci sono giovani, che il materiale umano scarseggia. Sul Titano si fa di tutto per allontanare i giovani dal calcio che poi emigrano verso il calcetto, per prima cosa riempiendo di italiani le squadre già dal settore giovanile prima e poi i club del campionato. Possibile? Invece bisognerebbe incentivare i ragazzi locali, puntare il lavoro sulla meritocrazia, fare in modo che il benessere sociale non spenga la fame di sfondare. Nel nuovo ranking Fifa San Marino è all'ultimo posto della classifica mondiale: è la logica conseguenza di tutto questo”.

L’ultima sua esperienza è la Scuola calcio Football’s Future della Polisportiva Comunale Riccione in collaborazione col Riccione Calcio 1926 di cui lei è l’anima, affiliata all’Atalanta, che ha compiuto un anno ad agosto. Il bilancio?

“Stiamo crescendo bene e la fiducia che ci continua a dare l’Atalanta è un motivo di enorme soddisfazione e devo ringraziare Lele Zamagna che ha reso possibile questa sinergia. Abbiamo circa 160 iscritti, partecipiamo a tutti i campionati dai Giovanissimi fino ai Primi Calci, dai 6 ai 14 anni, anche con due squadre”.

La sua ambizione?

“Far capire ai ragazzi che lo sport è una cosa bella, ti aiuta a crescere e formarti e diventare grandi con la testa sulle spalle”.

Pederiva, come interpreta lei il ruolo di maestro coi bambini?. La tattica sta prendendo il sopravvento anche a livello giovanile…

“Per me vale la regola aurea dell’oratorio, i ragazzi devono essere liberi di giocare, di dribblare, di lasciarsi trasportare dalla loro fantasia. Noi allenatori dobbiamo intervenire per fare le cosiddette correzioni utili per migliorarsi, spiegare cosa si sarebbe dovuto fare in certe situazioni”.

Un consiglio per diventare calciatore?

“Il talento non basta e chi ce l’ha non è detto che sfondi: la storia è piena di casi. Se un ragazzo è serio, ha voglia di applicarsi, può arrivare tanto più se è consapevole di avere meno talento del compagno: è più portato ad ascoltare e a recepire i consigli del mister. Non è vero che uno su mille ce la fa. Potrei fare tanti esempi”.

Le squadre italiane sono zeppe di stranieri, così come le formazioni Primavera…

“Il calcio ha purtroppo perso il sentimento ed è diventato un business. Si è persa l’anima, il senso di appartenenza. Dicono che puntare sugli stranieri costa meno: è una bugia”.

I settori giovanili. Sono diventati spesso un peso per i club.

“Se lo intendono come un centro di spesa, un costo e basta invece che un investimento, non può avere successo. Prendete quello che è stato Cesena in passato: tanti giocatori sono arrivati alla serie A, è stata la ricchezza del Cavalluccio. Purtroppo a Rimini, al contrario, non si è mai fatto un salto di qualità: se non hai dei campi di allenamento non vai da nessuna parte”.

Alcuni genitori sono invadenti, in tribuna non sono un esempio: urlano contro arbitro e avversario. Un pessimo esempio educativo. Che fare?

“Due consigli: fare riprendere con la telecamera da un collaboratore del club le scene in tribuna durante una partita e poi mostrare le immagini in una riunione collettiva coi genitori tutti. Oppure un allenatore si siede in tribuna accanto ai genitori: è un deterrente efficace. Se un genitore si interessa troppo alla sorte del figlio non fa il suo bene. Un ragazzo gioca non perché così vuole il padre, ma perché lo merita in base a quello che dimostra sul campo”.

Come sono cambiati i giovani rispetto a 40 anni fa?

“Siamo cambiati più noi adulti che i ragazzi. Li abbiamo privati dell’estro, della fantasia pretendendo un calcio da grandi, invece un giovane deve scoprire da solo i suoi limiti, seguire il gusto della giocata, le sue idee. Il calcio deve essere divertimento e non sacrificio. Ve lo dice uno che in ormai 50 anni di carriera non è mai arrivato in ritardo ad un allenamento” chiude la chiacchierata il mitico ‘Firmi’: al campo di Spontricciolo i suoi ragazzi lo richiamano a gran voce in campo.

Stefano Ferri