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Vaccino Coronavirus, al via i primi test sull’uomo. Parla l'immunologo romagnolo

Il 31enne Giacomo Gorini fa parte del team Jenner Institut di Oxford

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Attualità Rimini | 07:03 - 25 Aprile 2020 L'iimmunologo riminese Giacomo Gorini L'iimmunologo riminese Giacomo Gorini.

di Monia Sebastiani

Giacomo Gorini ha 31 anni. Riminese di nascita e inglese d’adozione, fino a ieri era un ricercatore come tanti. Di quelli che se ne vanno dall’Italia un po’ per scelta e un po’ per forza e continuano a fare il loro lavoro all’estero con grande passione e determinazione.
Perché stare lontano dagli affetti, dalla terra natìa, dagli amici, dal sole e dal caffè, chiuso in un laboratorio a studiare molecole al microscopio, o lo fai per vocazione o lasci perdere. 
Lui dice che Oxford gli è sempre piaciuta e che, dall’età di 16 anni, quando la visitò assieme ai compagni del liceo, capì che quella città avrebbe avuto un peso decisivo nella sua vita.
Dice così Giacomo. Ma aggiunge che gli fa piacere rilasciare un’intervista a una conterranea, perché parlare sapendo che dall’altra parte dello schermo c’è qualcuno che vive a Rimini, lo fa sentire un po’ a casa.
Il suo è ormai un volto noto, entrato nelle nostre case dalla porta dei Telegiornali e dei programmi Tv, finito sulle pagine dei quotidiani e rimbalzato da una bacheca di Facebook all’altra tra note di speranza e gratitudine.
Il dottor Gorini fa parte di quelli che, ormai, siamo abituati a chiamare eroi. Una persona ordinaria che sta facendo qualcosa di straordinario: trasformare gli arcobaleni appesi ai balconi in qualcosa di concreto, perché è ormai cosa nota a tutti che una parvenza di normalità la potremo acquisire soltanto dopo l’immissione sul mercato del vaccino per il Covid-19.
Il giovane immunologo, già allievo del viro-star Burioni, fa parte ora del team dell’Edward Jenner Institute dell’università di Oxford, che sta lavorando ad un vaccino contro il Covid-19. Allo studio partecipa anche Advent-Irbm, azienda italiana con sede a Pomezia, già distintasi per aver messo a punto il vaccino anti-ebola. 
Il team è già a un buon punto. Il prototipo, sviluppato per fronteggiare il virus che ha messo in ginocchio il mondo intero, ha superato i primi test in laboratorio, anche quelli su animali e hanno avuto inizio proprio questi giorni quelli sull’uomo. 
Abbiamo contattato il Dott. Giacomo Gorini, che ci aiuterà a capire in che modo si svolgerà  il trial e risponderà ad alcune domande sulla situazione d’emergenza che tutti ci troviamo ad affrontare.

- Dott. Gorini è iniziata giovedì la sperimentazione del vostro vaccino su 500 volontari. Immagino sia prematuro azzardare valutazioni di tipo scientifico, ma può parlarci delle prime impressioni, del clima riscontrato tra i suoi colleghi e tra coloro che si sono sottoposti al test ?

- C è tra i miei colleghi un grande impegno e una grande attenzione su questa “missione”. Abbiamo iniziato proprio ieri i test su 510 volontari e puntiamo a concluderlo nella prossima settimana. Per l’esito occorrerà pazientare un pò, questa prima fase è dedicata proprio a studiare la sicurezza del vaccino, che dalle analisi preliminari ha dato comunque buoni risultati sotto questo aspetto. Non sono stato personalmente coinvolto nella fase clinica, dato che io studierò la risposta dell’organismo umano dei pazienti coinvolti a livello molecolare. Ricordiamo che è importante rispettare le misure di contenimento sociale, per cui, anche noi, andiamo allo Jenner Institute solo quando è strettamente necessario, per non creare un inutile e dannoso sovraffollamento .

 -  Su che base sono stati selezionati i pazienti volontari? Che fisionomia ha questo target e in che modo procederà la sperimentazione?
 
- Si tratta di persone tra i 18 e i 55 anni di età, appartenenti a tutti i generi ed etnie, in stato di buona salute e provenienti dalle zone adiacenti ad Oxford. Persone  particolarmente generose nell’aiutarci a portare avanti questo progetto e alle quali  occorre, perciò, essere grati. I volontari sono stati visitati dal nostro personale clinico. A metà di essi è stata somministrata una dose del farmaco, mentre alla restante parte è stato dato un placebo. Saranno tutti monitorati nelle prossime settimane attraverso semplici telefonate o dei prelievi di sangue a campione, per far si che i nostri laboratori possano condurre degli studi sulle loro risposte immunitarie. Se la metà di coloro cui è stato somministrato il vaccino non si ammalerà, sarà un segnale positivo .

 -  Dott. Gorini come agisce il vaccino creato dal laboratorio in cui lavora?
 

- Il nostro vaccino sfrutta una caratteristica fondamentale dei virus. Sappiamo che questi sono capsule che contengono del materiale genetico che, una volta entrato in contatto contatto  con la loro cellula bersaglio, viene rialsciato. La cellula smette perciò di fare quello che sta facendo, e indotta a produrre altri virus. Ecco noi utilizzeremo un particolare virus, detto Adenovirus, che è totalmente innocuo e reso ancora più sicuro tramite modifiche apportate in laboratorio come un cavallo di Troia. Invece di fargli consegnare la sequenza del proprio materiale genetico, gliene daremo solo un frammento, che è quella del famoso “Spike”che si trova sulla superficie del corona Virus. Quando questo Adenovirus rilascerà all’interno della cellula bersaglio la sequenza dello Spike questa comincerà a produrla, il sistema immunitario si renderà conto che la proteina Spike non dovrebbe essere lì e comincerà a studiarla, allenandosi a riconoscerla in modo potente ed efficiente, così da permettere lo sviluppo di una protezione nel caso in cui subentri il virus vero e proprio.

 -  Sappiamo che la certezza che una persona infettata e guarita non contragga nuovamente il virus non c’è. Potrebbe valere lo stesso per chi si vaccinerà?      

 - Potrebbe essere, ci auguriamo di no ovviamente e continuiamo a sperare che questo vaccino ci possa proteggere. L’ultimo giudice sarà, comunque, proprio il Corona Virus. Ci sono comunque dei segnali che la risposta anticorpale prodotta durante l’infezione possa essere protettiva, almeno nell’alleggerire il decorso clinico . Sono dati che vanno confermati, ma per ora c’è motivo di essere ottimisti. 

 -  Alcuni dei suoi colleghi affermano che, anche a fronte degli sforzi sovrumani che la comunità scientifica mondiale sta portando avanti, il vaccino potrebbe non essere disponibile sul mercato prima di 2/3 anni. Questo per ragioni finanziare e di sicurezza del prodotto. È un’ipotesi che lei ritiene plausibile? 

-  Ci sono molte variabili in gioco. Io non ho dubbi che, qualora un vaccino venisse approvato per l’utilizzo clinico, sarebbe del tutto sicuro . La questione sarà, quindi, riuscire a fornire il maggior numero di dosi nel minor tempo possibile. Se prendiamo come metro di misura il nostro attuale potere di produzione, allora la risposta è si, ci vorrà molto tempo. Se teniamo in considerazione, invece, lo sforzo gargantescuo che la comunità scientifica e alcuni governi, tra cui quello del Regno Unito, che stanno mettendo in atto per raggiungere lo scopo, allora penso che le tempistiche potrebbero essere ridotte. 

-  E in che modo potremo proteggerci nel frattempo?

- L’isolamento senza dubbio funziona. Cominciamo ad avere segnali positivi, quindi vuol dire che i nostri sacrifici hanno avuto un senso. Per il ritorno alla normalità, però, occorre cautela.  E’ difficile dire quali potranno essere le misure giuste da adottare, perché certe cose non sono scritte nel genoma del virus. Ci sarà bisogno di una collaborazione sincera tra mondo politico, economico e scientifico che sia capace di guardare al bene di tutti. Non dimentichiamoci che questo virus ha punito in maniera dura chi non ha reagito con prontezza e ha tenuto aperto troppo a lungo. La ripartenza dovrà, senza dubbio alcuno, essere ponderata.


-  Un’ultima domanda, dottore. Il settore della sanità si è finalmente preso una piccola rivincita, seppur parziale, dato che il prezzo pagato in termini di vite umane è stato e continua ad essere salato tra medici, infermieri e farmacisti. Pensa che quest’ondata di ammirazione continuerà anche dopo l’emergenza in forma, per esempio, di salari dignitosi, di maggiore sicurezza e maggiori tutele verso tutti i comparti sopracitati?

Non so se potremo garantire salari più alti, strumenti di lavoro adeguati e migliori tutele ai nostri medici, infermieri e ricercatori. C’è troppa politica a tenere le redini. Ma spero, comunque, che questa esperienza terribile che siamo stati costretti a vivere, anzi a subire, ci possa insegnare qualcosa a livello personale, indipendentemente da ciò che fanno le stesse istituzioni. La pseudo scienza non risolve alcunché. E’il momento di abbandonare alcune pratiche che non dimostrano efficacia. I problemi si risolvono con il metodo e spero, vivamente, che le persone ritrovino fiducia nella scienza. Nei dati . Anche in preparazione della grande sfida con cui abbiamo iniziato a confrontarci, ovvero il cambiamento climatico
Ecco, io penso che questo sarebbe il miglior regalo, credere alla scienza, affidarsi ad essa e abbandonare tutte quelle pratiche prive di fondamenta che, in molti casi, si rivelano non solo inefficaci, ma anche dannose.

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