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Storie belle: ecco quella del primo paziente Covid positivo estubato

Si tratta di Franco Cesare Sebastiani di Novafeltria, che con questa intervista ringrazia medici e operatori

Attualità Rimini | 13:46 - 16 Aprile 2020 Franco Cesare Sebastiani durante la riabilitazione in ospedale Franco Cesare Sebastiani durante la riabilitazione in ospedale.

Quando un paziente comincia a riprendersi dopo l'infezione da Coronavirus può rendersi necessario anche un programma di riabilitazione fisica. Specialmente se è anziano, è rimasto “allettato” e immobile per molto tempo o se è stato in rianimazione ed è stato intubato. Come nel caso del signor Franco Cesare Sebastiani.

In questi casi intervengono i fisioterapisti e i medici dell’unità operativa della Medicina riabilitativa con appositi progetti riabilitativi personalizzati per rimettere in piedi i pazienti. Il tutto in situazione di massima sicurezza attraverso l’utilizzo delle linee guida legate all’infezione da Coronavirus. Progetti che ora si possono avvalere anche di attrezzature messe a disposizione grazie ad una donazione della Sanitaria Adjutor all’ospedale Infermi di Rimini.

I fisioterapisti dall'inizio dell'emergenza collaborano con il personale della terapia intensiva fin da quando i pazienti sono intubati attraverso la variazione delle posture e iniziano la presa in carico riabilitativa di riadattamento allo sforzo e alla mobilità seguendo i pazienti quando vengono trasferiti nei reparti di Medicina Covid, fino ad arrivare, laddove possibile, alla stazione eretta e al cammino, riportando il paziente al maggior livello di autonomia possibile in vista di un rientro al domicilio in  sicurezza. La donazione di 5 deambulatori e 5 carrozzine da parte di Adjutor supporta in questa attività, sempre più necessaria.

La testimonianza del signor Sebastiani


Quando è arrivato in ospedale a Rimini, visto il quadro clinico e la diagnosi di Coronavirus, i medici hanno deciso di ricoverarlo subito in Rianimazione, dove è stato sedato e intubato. Di quel momento ricorda solo le voci. Alcune parole. “Medici o infermieri, non lo so, che mi facevano coraggio… Poi più nulla. Fino a quando mi sono risvegliato…”. Quel periodo di “nulla”, durante il quale però è stato costantemente monitorato e curato, per Franco Cesare Sebastiani, 79 anni di Novafeltria, è durato 15 giorni. Poi è stato il primo paziente della Rianimazione riminese ad essere estubato. Una giornata di gioia, quella, per medici e operatori della Rianimazione di Rimini. Era il 21 marzo e da allora i pazienti che, come Sebastiani, sono letteralmente “tornati alla vita”, sono stati 24. E ognuno di loro per gli “angeli col camice” rappresenta una gioia. Una soddisfazione. Una speranza.

Come sono andate le cose?

“Verso fine febbraio sono andato al compleanno della mia nipotina che abita fuori regione, una festa che si è svolta in una sala con tante persone. Qualche giorno dopo sono rientrato a casa e ho iniziato ad avere la febbre. Ho preso la tachipirina e si all’inizio è abbassata, ma poi è tornata molto alta e facevo fatica a respirare. Allora ho deciso di andare al Punto di Primo soccorso di Novafeltria”.

E lì cosa è successo?

“I medici hanno capito che ero un caso sospetto di Coronavirus e così mi hanno subito isolato e, con una ambulanza attrezzata, mi hanno portato all’ospedale di Rimini”.

È stato subito ricoverato in Rianimazione?

“Sì hanno visto subito che la situazione era grave e così mi hanno ricoverato in Rianimazione e quasi subito intubato. Di quel periodo non ricordo nulla. Ricordo solo quando mi sono risvegliato”.

Poi all’“Infermi” è rimasto qualche altro giorno.

“Sì per riprendermi. Ho iniziato a fare la riabilitazione:  all’inizio è stata dura, ero molto debilitato e non mi reggevo in piedi, ma  con le fisioterapiste ho iniziato a recuperare la stazione eretta aiutandomi con un deambulatore e ho fatto il primo passo. Poi mi hanno trasferito qui a Novafeltria”.

E ha ripreso anche i contatti coi suoi famigliari?

“Sì, mia moglie, con tutte le cautele del caso, viene a portarmi abiti e altre cose. E ho potuto parlare al telefono anche con altri conoscenti: mi hanno detto che, per quelle che erano le mie condizioni, mi avevano dato per spacciato. E invece eccomi qui…”.

Cosa vorrebbe dire alle altre persone che sono ancora malate e alle loro famiglie?

“Che ci vuole tanta pazienza e che bisogna fidarsi di quello che raccomandano i medici. Bisogna rispettare le regole. Se ci viene detto che è meglio non uscire di casa bisogna fare così, non c’è altro da fare. E poi vorrei ringraziare tanto e di cuore tutti i medici, infermieri, operatori con cui ho avuto contatto e che si sono presi cura di me. Rianimatori, infettivologi, riabilitatori e specialisti di altri servizi. Tutti molto bravi, professionali, e tanto gentili. Non ce ne è stato uno che abbia avuto un qualsiasi gesto di impazienza o scortesia, nonostante il grande impegno che sopportano. E vorrei fare un complimento anche alle cucine ospedaliere per la qualità e il gusto del cibo. Da zero a dieci, tutti meritano il massimo dei complimenti”.