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Coronavirus tra Milano e Rimini, il racconto della giornalista inglese Isabella Paterson

In viaggio la sera dell'emanazione dei primi decreti restrittivi per Rimini, lo ha raccontato sul Telegraph

Attualità Rimini | 06:53 - 12 Marzo 2020 La giornalista Isabella Paterson La giornalista Isabella Paterson.

Aveva lasciato Rimini per Milano poco meno di un mese fa per cogliere un’opportunità di lavoro unica, ovvero far parte della redazione di “Will”, il nuovo progetto di giornalismo digitale via Instagram che Imen Jane e Alessandro Tommasi hanno fondato proprio nel capoluogo lombardo. Non avrebbe mai immaginato che il primo fine settimana libero per tornare in Riviera a trovare il compagno si sarebbe rivelato in un’occasione di lavoro, oltre che in un momento di caos legato all’emergenza Coronavirus.

C’è la firma di Isabella Paterson, 25 anni con un master in giornalismo a Londra e un’esperienza di lavoro a Chanel 4 per la BBC, sotto l’articolo pubblicato su “The Telegraph” che tanto ha fatto discutere nei giorni scorsi, intitolato “Quarantena in paradiso: bloccata tra Rimini e Milano, non so come tornerò a casa”. L’abbiamo contattata per farci raccontare com’è andata.

«Venerdì sera dopo lavoro ho salutato i miei colleghi e sono partita da Milano con il treno delle 19, sapendo che sarei venuta a Rimini solo per rilassarmi e stare con il mio ragazzo, magari facendo qualche passeggiata sul lungomare. Inizialmente non mi ero resa conto della gravità della situazione in generale almeno finché non ho iniziato a considerare quanto fossero cresciuti i casi nel giro di appena una settimana. Penso che il caos che abbiamo visto nella stazione di Milano sia stato in gran parte dovuto a come sono state diffuse le nuove restrizioni da parte del Governo: se la gestione della comunicazione fosse stata più professionale non avrebbe causato tutte quelle reazioni scomposte, persone in fuga spinte dalla paura di restare bloccate, lontane dalle loro famiglie. L’errore è stato grande, anche da parte di chi si è messo in treno in modo del tutto irrazionale, contribuendo forse alla diffusione del virus visto il sovraffollamento».

Dal suo punto di vista «la politica sta contrastando la situazione in modo drastico, anche per la crescita vertiginosa dei casi in così pochi giorni. Se dovesse avvenire lo stesso in Inghilterra ci ritroveremmo in una situazione simile». Nel frattempo stare a Rimini, zona arancione per un giorno e mezzo, la fa sentire «completamente al sicuro», più che a Milano dove c’è molto più movimento, almeno in condizioni normali. «So che qui i casi sono molti ma non sono preoccupata, è più facile contrarre il virus nei mezzi pubblici di una grande città», almeno finché questi sono molto frequentati.

Ora che tutti sono costretti a stare a casa e a lavorarci, anche lei sta sperimentando la comodità ma anche la fatica dello smart working: «Per l’Italia è un momento perfetto per sfruttare le massime potenzialità della tecnologia. Lavorare lontano della mia sede non è semplice, ma tutti devono giocare la loro parte per far sì che il lavoro vada avanti». I mezzi di informazione in tutto questo stanno facendo la loro parte, chi meglio chi peggio. «Abbiamo sottostimato la viralità di questa epidemia, se pensiamo la Cina ha pulito per settimane le strade con agenti disinfettanti. Dobbiamo iniziare a prendere questo tema seriamente».

La sua testimonianza giornalistica delle due giornate più calde dell’emergenza sul doppio fronte caldo di Milano e Rimini è rimbalzata su molte testate, anche locali. Ecco qualche estratto del suo pezzo: «All'inizio le persone hanno preso d’assalto i supermercati, poi si sono rintanate in casa, questo per buona parte della settimana. Poi nel fine settimana ristoranti e bar hanno riaperto e nonostante le restrizioni, Rimini non sembrava diversa dal solito», questo domenica scorsa, «con famiglie che camminavano sul lungomare o si trovavano al bar a bere un cappuccino». Ma almeno un lato positivo in tutto questo c'è, almeno per lei: trascorrere la «quarantena in paradiso», perché in Italia si sta benissimo, epidemia a parte.

Francesca Valente