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Rimini ha un carcere: meno psicofarmaci, basso sovraffollamento e attenzione al rapporto genitori-figli

Per conoscerlo basta dare uno sguardo alla scheda dell'associazione Antigone. Oppure leggere qui

Attualità Rimini | 07:01 - 20 Gennaio 2020 Una veduta del carcere Casetti di Rimini Una veduta del carcere Casetti di Rimini.

Osservato speciale di associazioni quali Antigone che lo ha visitato l'ultima volta proprio il 20 novembre per verificarne le condizioni organizzative, logistiche e morali, il carcere di Rimini si trova ai piedi delle colline di Covignano e anche per questo, data la distanza con il resto della città, non vi è piena e chiara percezione della sua esistenza - o meglio, dell'esistenza delle persone che ci vivono e lavorano - a livello collettivo.

Segnato da vicissitudini quali un susseguirsi di direttori in missione e l’incremento di arresti sotto il periodo estivo che richiederebbe un aumento del personale di polizia penitenziaria, il carcere “Casetti” di Rimini può contare su un numero congruo di educatori a garanzia dell’attività rieducativa trattamentale, in ossequio alle proporzioni inserite nell’Ordinamento penitenziario (uno ogni cento detenuti): stando alla scheda ministeriale al 6 novembre ospitava 153 persone (numero definito “tollerabile” dal personale di polizia), con una percentuale superiore almeno del 20 per cento rispetto ai posti normalmente disponibili ma che vengono ricavati con l’aggiunta di letti nelle celle già esistenti.

L'isolamento del carcere "Casetti" è anche una fortuna, dal momento che nonostante questo non lo renda facilmente raggiungibile, la sua posizione offre visuali distensive per lo sguardo e la mente, anche dalle stesse sezioni (che sono sette, di cui una per i semiliberi chiamata “Andromeda” e un’altra per la custodia attenuata dedicato prevalentemente ai tossicodipendenti, mentre dal 2017 è chiusa la sezione “Vega” che era destinata a detenuti e detenute transessuali, ancora in attesa di ricollocamento).

Ci sono anche una biblioteca curata e ben fornita gestita da persone detenute adeguatamente formate (e stipendiate) e alcune classi per la scuola e le attività rieducative gestite anche da alcune associazioni di volontariato, ma al momento mancato spazi esclusivamente dedicati per le lavorazioni (una trentina i dipendenti dell’amministrazione penitenziaria che si occupano di attività ordinarie come la cucina, le pulizie o la distribuzione del rancio) e per professanti di fede non cristiana (per la quale è presente un’ampia cappella di preghiera).

Anche se mancano spazi esclusivamente riservati all'attività fisica, come una palestra, è possibile divertirsi nel campo da calcio o in quello da pallavolo o pallacanestro, anche se i fondi sono in entrambi i casi in cemento così come nello spazio dedicato alle due ore d'aria.

Non tutte le sezioni sono organizzate allo stesso modo, con tutti i limiti di una costruzione con 50 anni sulle spalle: la prima sezione riservata alle persone condannate in via definitiva è quella che versa nelle condizioni peggiori mentre le altre sono state via via ristrutturate. Proprio qui le docce sono ancora all’esterno delle celle.

C’è invece grande attenzione alla cura del rapporto tra genitori e figli al quale è dedicata la ludoteca, spazio arredato con cura e dalle pareti adornate da dipinti, e una figura che presenzia ai colloqui per offrire un momento di animazione e di distensione per i bambini.

Nella relazione di novembre mancano i dati sul numero di casi di autolesionismo che però notoriamente non mancano all’interno della struttura, anche se pare in diminuzione, questo anche in virtù della “diversa gestione dell’osservazione e della gestione dei farmaci”, tanto che “l’uso degli psicofarmaci è calato di due terzi”. Sono circa un centinaio, quindi sempre nell’ordine dei due terzi, le persone che dichiarano di fare uso di sostanze al momento dell’incarcerazione. Sembra che abbia ben influito anche il sistema della “sorveglianza dinamica”, che diversamente da altre strutture sta dando buoni frutti in termini di attenuazione della tensione, sia per i detenuti sia per i dipendenti della struttura. (f.v.)