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Rimini capitale del tempo libero? "Un'eccellenza non si costruisce sullo sfruttamento del lavoro nel turismo"

Adl Cobas lancia lo sportello contro il grave fenomeno che ancora affligge la riviera

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Attualità Rimini | 16:33 - 21 Agosto 2019 La conferenza stampa di presentazione dello sportello contro il grave sfruttamento del lavoro La conferenza stampa di presentazione dello sportello contro il grave sfruttamento del lavoro.

di Francesca Valente
«Bisogna smettere di parlare di Rimini come eccellenza turistica, perché un’eccellenza non paga un lavoratore di settore 3 euro l’ora, quando è lui il vero motore del settore in riviera». La sollecitazione indirizzata da Fortunato Stramandinoli all’amministrazione Gnassi parte dall’Associazione diritti lavoratori (Adl) Cobas di Rimini, impegnata da anni in vertenze sindacali per casi di sfruttamento nel mondo del lavoro, ora attiva in un progetto di sportello in rete con le realtà di Forlì e Cesena per contrastare i fenomeni più gravi e sommersi, nel settore turistico e stagionale ma non soltanto.

Grazie alla collaborazione delle associazioni Casa Madiba, Romagna Migrante e Forlì Città Aperta, la campagna lanciata mercoledì 21 agosto attraverso una conferenza stampa al bar Lento diventerà capillare con la distribuzione di volantini e locandine e il passaparola tra gli interessati. L’incontro delle parti ha permesso al coordinamento di lanciare un’esortazione al sindaco di Rimini Andrea Gnassi ad avere più a cuore l’emergenza occupazionale: «La politica deve essere più attenta e difendere il rispetto dei contratti collettivi, delle persone e del lavoro. Non si può più mettere la testa sotto la sabbia: scardiniamo questa narrazione malata che si continua a portare avanti. Il sindaco devono intervenire per cambiare lo scenario». Ma come? Qualche idea c’è già: «Si potrebbe creare una “lista bianca” degli imprenditori e delle aziende virtuose secondo il rispetto dei canoni minimi che garantiscono un lavoro dignitoso ai lavoratori», come propone Manila Rossi, delegata Cobas riminese. Il bollino si potrebbe attaccare alla porta come adesivo o vetrofania e servirebbe a certificare non soltanto un luogo di lavoro sicuro e protetto, ma anche un negozio, bar, ristorante o struttura ricettiva che rispetta i diritti dei lavoratori impiegati. Quindi da sostenere.

Questioni che sembrano scontate, come le pause, i giorni di riposo, il limite alle ore lavorative, il rispetto dei turni, non lo sono affatto, soprattutto quando si tratta di persone vulnerabili, e per questo ricattabili. Adl Cobas ha alzato da tempo la guardia sul preoccupante fenomeno - ancora parzialmente sommerso - dello sfruttamento del lavoro stagionale nella riviera romagnola, non soltanto di lavoratori stranieri o lavoratrici donne, ma in generale di una più ampia fetta di occupati, privati dei diritti basilari del lavoro e tanto più vulnerabili quanto più socialmente esposti. Ecco che dopo la marcia del 6 agosto “Dalle radici alle stelle” per i diritti degli esseri umani, alla quale hanno partecipato oltre 500 persone, il coordinamento torna di nuovo in campo per informare e sensibilizzare al tema dell’auto tutela.

Ma se non c’è protesta senza proposte, non c’è narrazione senza testimonianze.


Ecco allora che il giovane Moriba Traourè, 29 anni della Costa d’Avorio in Italia dal 2011, parla in un perfetto italiano della sua conciliazione monocratica celebrata quella stessa mattina, ma andata buca per l’assenza del datore di lavoro, suo insegnante alla scuola di termoidraulica e per questo persona di fiducia, «che mai avrei pensato potesse tradirmi». Il 29 aprile lo ha chiamato a lavorare nella sua azienda: dal 30 aprile per 2 mesi ha lavorato come aiuto muratore nella sua impresa, senza contratto e senza stipendio. Alla fine è stato costretto a denunciarlo. «Non è la prima volta che mi capita una cosa così. Ho fatto anche il bracciante in Puglia e in Piemonte, so cosa vuol dire non avere diritti». Diallo Gando ha 30 anni, è della Guinea e si trova in Italia da 2 anni e 6 mesi. Per lui l’incarico di collaboratore della Adl nelle inchieste estive (finora sono stati fatti una trentina di colloqui per altrettante potenziali vertenze). «In molti alberghi ci sono migranti sfruttati», denuncia, «ne conosco diversi e so come funziona. Tanti non sanno bene l’italiano, o non sanno leggere né scrivere, e si trovano a firmare contratti che non capiscono, senza una paga adeguata e senza giorni di riposo. Molti hanno paura di denunciare perché minacciati di licenziamento». Come le due donne rumene assunte da un albergo 3 stelle di Marina Centro, dove si trovano a fare anche 40 camere a testa in una mattina assieme a hall e corridoi, per poi essere chiamate in cucina a lavare i piatti e in lavanderia a rinfrescare gli asciugamani. Lo racconta senza vergogna Minodora Puni, donna rumena con tanti anni di esperienza alle spalle nel settore turistico e in Italia da sette anni. «È da quando sono in Italia che mi trovo periodicamente a far fronte a situazioni del genere. Non è lavoro, è schiavitù». 

Il coordinamento si offre come punto di ascolto e anche di mediazione culturale per lavoratori e lavoratrici stranieri che vogliano far valere i loro diritti.
Le richieste possono passare per Rimini (349 9745299), Forlì (351 2486655) e Cesena (351 2748283).

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