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Morì nel dare alla luce due gemellini, il drammatico sfogo del ginecologo che l'ha operata

Il medico che ha assistito la 35enne di Ponte Messa morta di embolia polmonare: «Non accetto le parole dei giustizialisti»

Attualità Pennabilli | 15:43 - 17 Luglio 2019 Il funerale di Cristiana Cecchetti Il funerale di Cristiana Cecchetti.

Ci sono poche morti tragiche come quella di una madre che sta per dare alla luce i suoi figli. Sono tragedie inspiegabili, difficilmente superabili almeno finché non se ne trova una ragione, o come in questo caso dei colpevoli. Ma Giuseppe Battagliarin, ginecologo in pensione che ha assistito e operato Cristiana Cecchetti, la parrucchiera 35enne di Ponte Messa incinta di due gemelli, ricoverata all’ospedale Infermi di Rimini per complicazioni e poi morta il 13 febbraio 2013 per embolia polmonare, non accetta le parole dei giustizialisti, quelli che «si dicono soddisfatti quando qualcuno viene rinviato a giudizio». Nel dolore di un medico che non è riuscito a salvare il suo paziente, nel silenzio di tanti anni trascorsi nella riservatezza e nel riserbo, ha deciso di affidare le sue riflessioni in forma di lunga lettera dedicata a Cristiana al suo profilo Facebook (il post non è privato, pertanto è visibile a tutti, come anche a chi non è legato a lui da un rapporto di amicizia diretta. Ecco come siamo stati in grado di ricavare il nostro screenshot allegato nella gallery).

«Quando ho letto la locandina del Corriere della Romagna che parlava di una donna morta di parto dopo aver dato alla luce due gemelli all’ospedale Infermi di Rimini ho rischiato di cadere di bicicletta. Non potevo credere che fosse accaduto di nuovo un dramma come quello che ci ha fatti incontrare (per la prima e ultima volta) nel 2013. Poi, letto l’articolo, ho capito che la mamma eri tu e il ginecologo rinviato a giudizio ero io». Il dottor Battagliarin all’epoca era «il responsabile del reparto: avevo deciso io di operarti e avendolo fatto, non posso che sentirmi chiamato in causa, anche se il Pubblico ministero sta indagando come responsabile un’altra persona (si pensa faccia riferimento alla ginecologa che aveva visitato la donna pochi giorni prima della morte e che è stata inserita nel registro degli indagati)».

A pochi giorni dal drammatico epilogo c’era già stato un processo le cui conclusioni furono sottoposte al vaglio della Commissione Regionale che analizza i casi di mortalità materna e da ultimo dall’Istituto Superiore di Sanità, che «fecero capire che in un caso complesso e complicato come il tuo il percorso diagnostico durante la gravidanza doveva avvalersi di precisi passaggi, ma data la grave patologia che ti aveva colpita e le disperate condizioni in cui versavi al momento del ricovero sarebbe stato altamente improbabile riuscire a salvarti». Su richiesta della famiglia però i magistrati hanno riaperto le indagini.

«A differenza di come la letteratura sulla malasanità quotidianamente ci rappresenta, il senso di colpa per la perdita di un paziente non ci abbandona mai, perché l’incertezza nella quale opera la medicina lascia sempre ampi margini di discrezionalità. Ciò di cui però non si tiene conto quando si cerca “il colpevole” è la multifattorialità che porta a un evento avverso, dove molte componenti e tanti gli attori che hanno avuto un ruolo parziale, ma quasi mai determinante».

Vicino alle considerazioni da medico, Giuseppe sceglie di condividere anche qualche ricordo personale: «Io sono stato l’ultima persona con cui hai parlato. Le condizioni dei tuoi figli peggioravano minuto dopo minuto fu allora che ho deciso di operarti, perché ridotto il volume dell’utero avresti potuto respirare meglio. Eri seduta sul letto perché solo così potevi respirare». Il ricordo è nitido nonostante gli anni trascorsi: «Quante volte ho rivissuto quel che accadde quella sera. Ho estratto in una manciata di secondi i bimbi dal tuo grembo, per molti minuti ti ho massaggiato il cuore attraverso il diaframma nella speranza che continuasse a pulsare ma tutto è stato vano. Spesso ho pensato che sarebbe stato meglio vedere il mio cuore fermarsi per ridare energia al tuo. Alla fine dell’intervento sono rimasto chiuso nello spogliatoio della sala operatoria per trovare il coraggio di annunciare la tua morte ai tuoi familiari, per trovare le parole per comunicare loro un dramma così inaccetabile. Sono venuto al tuo funerale e sono tornato a trovarti nel piccolo cimitero di montagna dove riposi per parlarti e raccontarti come sono andate le cose. Da tre anni sono stato messo a riposo e ciononostante spesso ripenso a te, perché dopo 42 anni di servizio di sala parto assistendo migliaia di nascite, tu sei stata l’unica mamma che non siamo riusciti a salvare. Ho ripensato tante volte a queste parole, connettendomi idealmente a te, e ora ho voluto indirizzarle anche agli altri, soprattutto ai cosiddetti giustizialisti, affinché sappiano come una parte di noi muore con i nostri pazienti». (f.v.)