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Guerra commerciale tra Usa e Cina, i mercati non hanno ancora prezzato le conseguenze

I dati relativi alla produzione di maggio mostrano una condizione di evidente debolezza in Asia e in Europa

Attualità Nazionale | 08:54 - 05 Giugno 2019 Donald Trump (Foto Ansa) Donald Trump (Foto Ansa).

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina continua a martellare i listini azionari di entrambe le nazioni, e dopo le negative ripercussioni determinate lo scorso mese, sembra che tale elemento di turbolenza globale possa infliggere pregiudizi ancora più intensi sui mercati.
In tal senso, soprattutto per i trader meno principianti che hanno qui approfondito cos’è il trading online, non stupiscono i flop che nel mese di maggio hanno conseguito i principali indici internazionali americani e cinesi: l'indice composito di Shanghai è crollato dell'8,2%, rendendo così il mese di maggio 2019 il mese peggiore da ottobre a questa parte, mentre l'indice S&P 500 è sceso del 6,6% nello stesso frangente. Le oscillazioni dei prezzi non spiegano però l'indebolimento dei dati economici, ha affermato John Normand, responsabile della strategia fondamentale di cross-asset alla JPMorgan Chase & Co. di Londra, secondo cui i dati relativi alla produzione di maggio mostrano una condizione di evidente debolezza in Asia e in Europa, sottolineando così l’esistenza di varie “ramificazioni” territoriali dello scontro tra Washington e Pechino.
Stando all’analista, inoltre, il movimento già in atto nei mercati finanziari durante il mese scorso sembra essere riconducibile interamente alla guerra commerciale di cui si è detto in apertura di questo approfondimento, ma non è ancora stato scontato completamente nel prezzo. Per Normand, come dichiarato recentemente, i dati economici si stavano indebolendo già prima dell'aumento delle tariffe, quindi in realtà gli investitori dovrebbero vedere ancora le piene conseguenze economiche sul trading.
Le decisioni tariffarie del presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro Pechino, deliberate in più riprese e confermate il mese scorso con ancora maggiore incisività, hanno stimolato la più grande vendita di azioni dei mercati emergenti da ottobre a questa parte. Nel frattempo, 21 delle 24 valute dei Paesi in via di sviluppo hanno perso terreno, guidati da cali di Cile, Colombia, Messico e Cina. I trader hanno cercato un rifugio nel dollaro statunitense, che di fatti continua ad aggirarsi intorno a un massimo da cinque mesi a questa parte contro un paniere di valute globali.
Quindi, Trump ha deciso di aprire un altro fronte nella guerra commerciale della scorsa settimana, minacciando di imporre dazi anche sulle importazioni dal Messico a meno che la nazione latinoamericana non adotti misure non specificate per arginare il “temuto” afflusso di migranti. Trump ha dichiarato che il 30 maggio avrebbe imposto una tassa iniziale del 5% sui beni messicani, con tariffe in grado di aumentare ogni mese - fino al 25% entro ottobre - se la nazione non fosse in grado di interrompere il flusso di migranti privi di documenti verso gli Stati Uniti.
Insomma, nel presente e nel prossimo futuro il peso dei dazi commerciali statunitensi sulla Cina, e la ripercussione cinese sugli Stati Uniti, è in grado di giocare un impatto decisivo e non sottovalutabile, che condizionerà ancora a lungo i listini e, secondo alcuni analisti, forse in misura ancora più incisiva e ancora più grave di quanto non abbia fatto finora. Un campanello d’allarme per i trader “rialzisti”, che guardano altresì alla fine del ciclo in modo non marginale.