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VIDEO Arrestati due imprenditori di Talamello e Riccione: maxi operazione della Guardia di Finanza di Rimini

Con "Eden Brand" contestati i reati di contraffazione da 21 marchi e riciclaggio internazionale, sequestri per 18 milioni di euro

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Cronaca Rimini | 12:29 - 23 Maggio 2019

Due ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari più due misure interdittive a carico di quattro imprenditori riminesi (la Procura aveva chiesto il carcere). Sequestrati 12 immobili (di cui uno di pregio in viale Ceccarini a Riccione), 500 mila capi contraffatti, 1,6 milioni di euro in contanti contenuti in 5 cassette di sicurezza di diverse banche, quote societarie di cinque società più un’imbarcazione registrata al porto di Rimini in corso di rinvenimento, per un valore complessivo di circa 18 milioni di euro. Sono questi i numeri da capogiro dell’operazione “Eden Brand” condotta dal Comando provinciale della Guardia di Finanza di Rimini con il coinvolgimento di 90 reparti e centinaia di militari delle Fiamme gialle (nuclei di Polizia economico-finanziaria) sparsi in 15 regioni d’Italia, il tutto per stanare una fitta rete di contraffazione internazionale di marchi (in questo caso serigrafati su capi d’abbigliamento) e di auto riciclaggio internazionale di denaro. Cuore dell'operazione un'azienda tessile riminese con un fatturato da 7 milioni di euro e 8 punti vendita in gestione in Emilia Romagna (di cui uno al centro commerciale Le Befane) e in Toscana, più 16 aziende partner in franchising anche all’estero, in Spagna). In corso il sequestro da parte della Polizia locale anche di due capannoni a San Marino gestiti tramite amministratori occulti di altre due società. Non tutti i negozi coinvolti erano al corrente di star vendendo materiale contraffatto: gli 8 punti vendita sono stati comunque posti sotto sequestro.

DUE ANNI DI INDAGINI
L’operazione è partita di fatto alla fine del 2017 con un primo sequestro di circa 1500 capi di abbigliamento contraffatti in un'azienda tessile del Gros di Rimini, cittadella del commercio all’ingrosso e della moda che raggruppa oltre 170 attività commerciali. «Molti di questi prodotti venivano venduti tramite i social network: ma dal momento che i nostri militari monitorano anche i traffici in rete, ci siamo presto accorti delle vendite illecite e questo ci ha permesso di procedere con il primo sequestro», precisa il tenente colonnello Michele Ciarla nel corso della conferenza stampa di questa mattina – giovedì 23 maggio – per illustrare i dettagli dell’operazione. «Dopo poco però abbiamo iniziato a ricevere i verbali di altri Comandi provinciali di Ancona, Bari, che ci segnalavano altri sequestri di “Trasher” e altri marchi molto in voga tra i giovani, la cui provenienza era stata ricondotta a San Marino». Questo perché i marchi venivano registrati proprio all'ufficio preposto della Repubblica, anche al fine di ingannare i clienti sulla legittima provenienza dei beni. Da qui sono scattate le prime indagini.

«Non è una criminalità comune ma è molto più insidiosa, perché il prodotto in questione non era venduto nei mercatini o nelle bancarelle, ma soprattutto in boutique e negozi di lusso internazionali e a prezzi importanti», aggiunge il comandante del Comando provinciale colonnello Giuseppe Antonio Garaglio, «le magliette venivano stampate utilizzando loghi tutelati, ma “sporcati” da delle spennellature di vernice per rendere apparentemente inoffensiva la condotta illecita. Questo per non incorrere nel reato di riproduzione integrale del logo di un marchio tutelato», quando invece lo era, eccome.

I brand coinvolti sono in tutto 21: Trasher, Adidas, Fila, Vans, Nike, Dior, Gucci, McDonald’s, Lacoste, Supreme, Moet&Chandon, Vetements, Pyrex, Rolex, Dom Perignon, Hermes, Balenciaga, Stan Smith, New Balance, Tommy Hilfiger e Palace. Insomma tra le griffe internazionali più conosciute e commercializzate al mondo, truffate in modo astuto e accurato. Tramite la Procura della Repubblica sono stati fatti ulteriori accertamenti anche tramite il lavoro della Polizia giudiziaria.

COLLETTI BIANCHI DELLA CONTRAFFAZIONE
È partito tutto da Rimini: «Di particolare c’è il sistema abbastanza sofisticato incentrato su una parvenza di legal fake (ovvero la registrazione da parte di una terza società del marchio della società originale, gestendo la propria attività, quindi dalla produzione alle vendite, in paesi esteri) incentrato sull’iscrizione di alcuni marchi all’ufficio marchi e brevetti di San Marino, già tutelati in campo internazionale secondo la convenzione di Parigi», precisa Garaglio. «Abbiamo a che fare con i “colletti bianchi” della contraffazione», aggiunge Ciarla, che sottolinea un aspetto molto importante di tutta l’operazione: «Abbiamo svelato il meccanismo illecito grazie alle intercettazioni disposte dal Gip. L’escamotage per non essere imputati di produrre marchi contraffatti era la registrazione fraudolenta fatta in finta "buona fede" e la fitta rete di vendita tramite agenti, personale e corrieri molto ramificata e altamente specializzata». 

FONDAMENTALI LE INTERCETTAZIONI
Gli imputati giocavano sull’illecito civilistico: «Puntavano a ricorrere alla registrazione in buona fede dei marchi già registrati in Italia sperando soltanto di incorrere in sanzioni e intimazioni, non in reati penali». Nel frattempo le vendite e gli arricchimenti raggiungevano livelli esagerati: «Facevano dei ricarichi notevoli, in qualche mese erano in grado di incamerare più di un milione di euro». Questo è anche ciò che li ha spinti a continuare nonostante i primi sequestri.
San Marino è stata tirata in ballo su consiglio di esperti in materia: «Qualche professionista ha suggerito loro di registrare i marchi approfittando della Convenzione di buon vicinato tra l’Italia e la Repubblica di San Marino secondo cui ogni Stato si impegna a proteggere i propri marchi. Trattandosi però in alcuni casi di brand giovani, come Trasher e Palace, San Marino non ha rifiutato la registrazione perché in quella fase non si era accorta della contraffazione». È opportuno precisare che «non esiste una banca dati nazionale dei marchi registrati». Anche la Convenzione di Parigi (cui aderisce anche la Repubblica di San Marino) prevede l’obbligo per ogni Stato aderente di tutelare marchi registrati internazionalmente nei rispettivi Stati aderenti. «Li abbiamo stanati grazie alle intercettazioni ambientali e telefoniche, altrimenti non avremmo potuto contestare la registrazione in malafede, e quindi il reato penale». Nel corso delle indagini, dopo i primi sequestri, si erano anche accorti del rischio che potevano correre e «si sono avvalsi addirittura di un prestanomi per registrare i marchi, per poter respingere ogni contestazione».

ARRESTI E SEQUESTRI
Oggi è stata presentata la «fase culminante, se non conclusiva, dell’operazione “Eden Brand”, molto importante in termini di numeri e di meccanismi scoperti». In mattinata sono stati eseguiti due arresti domiciliari ai due imprenditori riminesi e due misure interdittive ai due prestanome, gli indagati sono in tutto 35 (denunciati a piede libero per i reati di contraffazione aggravata da transnazionalità e organizzazione in forma imprenditoriale, di cui 3 per reato di auto-riciclaggio; nessun cittadino sanmarinese coinvolto), su disposizione delle misure chieste dal GIP.


I due arrestati sono due fratelli imprenditori di cognome F., classe 1961 e 1973: si trovano attualmente agli arresti domiciliari nelle rispettive abitazioni di Talamello e Riccione. Il ventaglio dell’operazione ha riguardato anche l’aspetto patrimoniale, come spiega il comandante Garaglio: «I sequestri sono stati somministrati per equivalente, ovvero rispetto al valore corrispondente al profitto dei reati commessi e anche alla sproporzione con i redditi dichiarati (da qui è scattata anche l’ipotesi di evasione fiscale per guadagni in nero in corso di valutazione, ndr), dei capi contraffatti, quindi toccando anche il patrimonio aziendale e strumentale a realizzare l’attività illecita; infine il sequestro per autoriciclaggio, un delitto transnazionale che si è consumato tra più Stati, ovvero Italia e San Marino». Sono state fatte 300 perquisizioni in 58 province di 15 regioni, oltre che nella Repubblica di San Marino. Sono in corso analisi dei flussi finanziari su decine di conti correnti (ora bloccati). (f.v.)

Nel video della Guardia di Finanza un estratto delle intercettazioni telefoniche

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