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Duplice omicidio: muore prima di essere ascolata dalla Corte di assise

Per processo a terzo uomo. Monica Sanchi era l'amante del killer Demiraj

Cronaca Rimini | 18:09 - 06 Febbraio 2019 Nella foto Dritan Demiraj, Monica Sanchi e Sadik Dine Nella foto Dritan Demiraj, Monica Sanchi e Sadik Dine.

E' morta a 40 anni, in una clinica del riminese, Monica Sanchi, amante di Dritan Demiraj, albanese che con la sua complicità uccise due persone, Silvio Mannina a Santarcangelo di Romagna e l'ex compagna Lidia Nusdorfi, alla stazione di Mozzate, nel Comasco tra il 28 febbraio e il primo marzo 2014. In seguito a un pestaggio in carcere Demiraj finì in coma e poi fu dichiarato incapace di affrontare il processo. Ora per giudicare lo zio, Sadik Dine, la Corte di assise di appello di Bologna, che avrebbe dovuto sentire la donna, sua principale accusatrice, ne acquisirà le dichiarazioni, come chiesto dal sostituto procuratore generale Valter Giovannini. Demiraj era stato condannato all'ergastolo, ma è stato prosciolto a causa del deficit di memoria e di comprensione riportato dopo l'aggressione in carcere a Parma, il 6 aprile del 2016, un episodio che non c'entrava coi delitti, entrambi confessati dall'albanese: quello dell'ex compagna Nusdorfi, perché lo aveva tradito, e quello di Mannina perché era stato l'ultimo amante della donna. A Sanchi erano stati invece inflitti 30 anni: era ai domiciliari in una struttura, malata da tempo. In primo grado a Rimini, invece, Dine era stato condannato a cinque anni solo per l'occultamento di cadavere di Mannina, trovato in una cava. In appello, però, la sentenza era stata modificata nell'ergastolo, ma poi è stata la Cassazione ad annullarla disponendo un nuovo giudizio di secondo grado e ritenendo indispensabile risentire la donna. Oggi, davanti alla Corte di assise di appello, ci si è posti il problema di come procedere, non potendo ovviamente rinnovare l'istruttoria dibattimentale con l'audizione. Alla fine i giudici hanno accolto la richiesta del sostituto pg Giovannini, di acquisire comunque, "essendo il fine del processo penale l'accertamento della verità" tutte le dichiarazioni fatte dalla donna, anche le prime, davanti alla polizia giudiziaria, estendendo sostanzialmente al processo di appello una norma del giudizio di primo grado.