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Rimini, al Teatro degli Atti "Avevo un bel pallone rosso": la nascita delle Brigate Rosse

Eventi Rimini | 10:52 - 21 Novembre 2018 Rimini, al Teatro degli Atti "Avevo un bel pallone rosso": la nascita delle Brigate Rosse

Dopo il successo di pubblico e di critica ottenuto al Piccolo Teatro di Milano, arriva agli Atti  Avevo un bel pallone rosso, il testo di Angela Dematté riproposto in Italia in occasione del cinquantesimo anniversario del 1968, in un nuovo allestimento prodotto da LuganoInScena, con la regia di Carmelo Rifici. Il testo  - vincitore del Premio Riccione 2009, del Premio Golden Graal 2010 e del premio Molière per l’allestimento francese - affronta da una prospettiva intima e famigliare un nodo cruciale della recente storia italiana: la lotta armata degli anni Settanta.

Siamo alla fine anni Sessanta: in una famiglia cattolica di Trento un padre (Andrea Castelli) e una figlia (Francesca Porrini) si parlano; lei è Margherita Cagol, iscritta a Sociologia e attiva in parrocchia; dopo aver partecipato alle lotte universitarie sceglie la lotta armata e fonda le Brigate Rosse con il marito Renato Curcio. 

“Avevo un bel pallone rosso e blu, ch’era la gioia e la delizia mia. S’è rotto il filo e m’è scappato via, in alto, in alto, su sempre più su. Son fortunati in cielo i bimbi buoni, volan tutti lassù quei bei palloni”: così scriveva la piccola Margherita nei suoi quaderni d'infanzia. Una filastrocca che è quasi un’inquietante allegoria di quello che sarà il destino della vita di una bambina che sarà da tutti conosciuta con il nome di battaglia “Mara”.

Attraverso i dialoghi si delinea il rapporto concreto e drammatico tra un padre e una figlia, segnato da un affetto profondo, nel quale tuttavia la storia e le scelte personali scaveranno un solco terribile. Parole e silenzi conducono quindi lo spettatore nelle atmosfere degli anni di piombo, attraverso un’indagine lucida e dolorosa dei legami familiari.

Il testo di Angela Demattè sembra voler esemplificare la vicenda umana di Mara Cagol – spiega Carmelo Rifici - In realtà la storia delle BR è un pretesto usato dall’autrice per addentrarsi in un terreno più fecondo e misterioso: quello delle relazioni umane profonde e dell’impossibilità della relazione. Senza dimenticare i luoghi della difficile relazione, Trento e Milano. A Trento Mara è Margherita, figlia e studentessa, a Milano Margherita è Mara, combattente membro del comitato esecutivo delle Brigate Rosse. A Trento Margherita parla in dialetto e si pone di fronte al padre con il dubbioso sentimento di amore e di ribellione, a Milano Mara parla un italiano burocraticamente ideologico e si pone di fronte al padre senza dubbi e con l’assoluto amore verso la causa brigatista”.

Il conflitto generazionale tra il padre e i furori giovanili della figlia si esprime infatti anche nell'uso di lingue diverse da parte dei due: la parlata in dialetto del padre permette la comunicazione familiare, mentre l’uso da parte della figlia rivoluzionaria di una stereotipata lingua nazionale, che si ritroverà nei comunicati delle BR, interrompe quella comunicazione. “A Trento il padre parla in dialetto e il suo dialogo impossibile con Margherita è basato sull’amore assoluto verso i figli, la famiglia, la religione cattolica e il lavoro, un amore assoluto che rifiuta il relativismo emozionale, rifiuta il personale – spiega ancora il regista -  A Milano il padre non sa più in che lingua parlare e cerca in Mara un sentimento filiale ormai impossibile da recuperare. Lo spettacolo tratta dell’impossibilità del linguaggio, che si palesa nel cancro alla bocca che ucciderà il padre, bocca dalla quale non uscirà mai la parola Amore, e nella perdita della lingua natale di Margherita, senza la quale è impossibile veicolare gli affetti più cari”.

Proprio questo aspetto della lingua sarà al centro del breve dialogo dal titolo Amore in dialetto non si dice in programma al termine dello spettacolo con l’autrice Angela Demattè, gli attori, il linguista Davide Pioggia e Fabio Bruschi, curatore di Sessantotto Oggi, il ciclo annuale di pubblicazioni, concerti, film e mostre che propone a conclusione del programma anche due proiezioni.

Sabato 24 novembre infatti la Cineteca comunale (ore 17) ospita il film Il Cammino del guerriero di Andreas Pichler, innovativo regista sudtirolese. Michael N., un giovane di Bolzano, nel 1982 decide di partire per la Bolivia per diventare missionario gesuita. Alcuni anni dopo Michael è a capo di un gruppo di guerriglieri: cadrà in combattimento nel 1990. Il film, introdotto da Fabio Bruschi, pone la domanda sul motivo che spinge dei giovani a lottare, e a volte a morire, per un ideale politico e religioso.

Il programma in Cineteca si chiude con un secondo film, lunedì 26 alle 21: Ora e sempre riprendiamoci la vita, di Silvano Agosti, con spezzoni di riprese dei movimenti giovanili lungo i dieci anni tra il 1968 e il 1978 (anno della cesura irreparabile con l'uccisione di Aldo Moro), inframmezzate da interviste a protagonisti e testimoni, tra cui Oreste Scalzone, Mario Capanna, Franca Rame, Dario Fo, Bernardo Bertolucci, Massimo Cacciari, Bruno Trentin, Nuto Revelli e Pietro Valpreda. Introducono Miro Gori e Fabio Bruschi.

Foto di Luca del Pia